Il Lavoro è un male comune


Francesco Maria Pezzulli

In occasione della presentazione a Cosenza del libro “Lavoro Male Comune” di Andrea Fumagalli (vedi www.sudcomune.it) una recensione pubblicata (in modo parziale) sul quotidiano della Calabria.

E’ il secondo anno che Andrea Fumagalli interviene nell’ambito degli incontri promossi dall’Associazione Sud Comune. L’anno scorso in un seminario sul nuovo welfare, come relatore, questa volta – a Cosenza, mercoledì 18 settembre alle 18.00, presso la Sala Coni a Piazza Matteotti (ex stazione ferroviaria) – per discutere del suo ultimo libro, Lavoro Male Comune. Un libro coraggioso, supportato da una solida  analisi economica, che descrive l’attuale situazione socioeconomica (per la quale ricchezza materiale e precarietà sociale sono due facce della stessa medaglia) e chiarisce i presupposti teorico metodologi di una proposta forte, alla quale Fumagalli lavora con intelligenza e dedizione da molti anni in diverse realtà associative e di movimento (BIN, San Precario, Uninomade): il reddito di base garantito.

Non è un libro per addetti ai lavori, ma per un pubblico esteso, scritto con l’obiettivo di rendere massimamente fruibili alcune categorie della cosiddetta globalizzazione o, per usare il gergo del libro, del biocapitalismo.

Il filo conduttore è il recente passaggio del capitalismo dalla sua fase industriale a quella odierna, propriamente finanziaria e cognitiva.  “Lavoro Male Comune” ci permette di capire cosa vuol dire che in questa nuova stagione la vita stessa è messa a lavoro e produce valore in termini capitalistici; e che l’idea del ritorno al lavoro stabile  (keynesiano, proprio del capitalismo industriale) è una mera illusione. Una illusione gravida di conseguenze negative.

“Lavoro Male Comune” discute del significato e del senso del lavoro oggi, alla luce delle nuove condizioni di organizzazione della produzione e di creazione di ricchezza. E’ composto da tre capitoli e due utili appendici statistico metodologiche. Nel primo capitolo si passa in rassegna l’ideologia del lavoro e ben si capisce perché il lavoro non è un bene, tanto meno un bene comune. Nel capitalismo il lavoro è sempre stata una merce di scambio, tramite la quale chi la vende ha garantite le condizioni d’esistenza con un salario (oggi sempre meno, come dimostrano i working poor), chi la compra riesce a generare profitti e saldare (se i soggetti non coincidono) le rendite proprietarie e gli interessi bancari. Dire che il lavoro è un bene (comune o meno) vuol dire credere che esso sia formalmente libero, che chi lo eroga può anche scegliere di non erogarlo, che non ci sono condizioni di necessità dietro la scelta di lavorare. Se non cediamo alle fantasticherie prive d’immaginazione degli economisti liberisti, non ci possono essere dubbi in merito: si è costretti a lavorare per vivere, la scelta è quasi sempre obbligata! Il lavoro è un male comune perché, come accennato in una delle tre efficaci sintesi che precede i capitoli, oggi più che mai nel momento in cui l’attività lavorativa coinvolge sempre più non solo il corpo ma l’insieme delle facoltà umane, da quelle fisiche a quelle mentali, assistiamo alla mercificazione totale del lavoro.

Il secondo è una fotografia socioeconomica dell’attuale situazione italiana. Sono analizzati criticamente i principali indicatori del mercato del lavoro e si mette in evidenza come questi siano del tutto insufficienti per comprendere le caratteristiche del mercato attuale. Per fare un esempio, l’attuale definizione di occupato/disoccupato non prende in considerazione le nuove figure lavorative emerse in quest’ultimo passaggio capitalistico. E’ disoccupata una persona che ha almeno quindici anni, che non ha svolto nemmeno un’ora di lavoro retribuito nella settimana dell’indagine, che è disponibile a lavorare nelle due settimane successive ed ha svolto almeno un’attività di ricerca di lavoro nell’ultimo mese. La compresenza delle condizioni non considera buona parte dei lavoratori “potenziali attivi”: i precari, gli “scoraggiati” e i giovani che ne lavorano ne studiano. Se l’Istat dice che in Italia ci sono oggi all’incirca 3,5 milioni di disoccupati; questi, a conti fatti, considerando anche le categorie appena accennate, sono all’incirca il doppio. Ma il problema non è il conteggio di per sé, certamente utile, ma la dimostrazione che le categorie in uso non sono adeguate a comprendere la realtà sociale che è profondamente cambiata. Il metro è rimasto industriale mentre la società è andata da un’altra parte.

Nel terzo capitolo ci si pone la fatidica domanda: “che fare”? Per Fumagalli, l’abbiamo detto, il  reddito di base ricopre un ruolo fondamentale. Su questo punto è bene essere chiari: il reddito di base di cui si parla nel libro ha caratteristiche precise, diverse da quelle in voga tra i partiti e i sindacati, per le quali il reddito è un sussidio per chi ha perso il lavoro o un aiuto alle fasce deboli. In questo caso, di converso, il reddito di base deve essere individuale, incondizionato e finanziato dalla fiscalità generale. Su tali punti, a livello istituzionale e del sistema di rappresentanza c’è bisogno di un salto culturale che in Italia non si intravede; c’è bisogno di capire che molte delle dicotomie classiche della società industriale, a partire da quella occupato/disoccupato, lavoro produttivo/improduttivo, eccetera, sono definitivamente saltate in aria: oggi anche il disoccupato e il povero sono diventati produttivi! Oggi siamo in un periodo storico in cui i fattori immateriali del lavoro e la cooperazione sociale sono diventati determinanti per la produzione della ricchezza: non si ha dunque diritto al reddito solo se un padrone è fallito o ti ha buttato per strada, ma perché siamo parte della cooperazione sociale, ne siamo tutti coinvolti, tutti produciamo ricchezza, ma solo in pochi riescono a valorizzarla capitalisticamente: guardiamo la tv e sale l’audience (che decide il valore dei contratti pubblicitari. Andiamo al supermercato e forniamo informazioni che vengono utilizzate nei rapporti con la fornitura. Apprendiamo e facciamo esperienze gratuitamente per poi metterle a valore sotto comando (e guadagno) altrui. Più che alla fine del lavoro assistiamo al lavoro senza fine.

Il reddito di base è la remunerazione di un lavoro svolto e non retribuito, non è la concessione di uno stato buono o di un ente filantropico. Detto in termini tecnici, il reddito non va inteso come una politica “re”distributiva (di memoria socialista o progressista), bensì come una variabile distributiva primaria, che interviene direttamente nella retribuzione dei fattori produttivi. In questo senso il reddito di base deve essere garantito come il salario, il profitto e

la rendita. Perché il reddito di base remunera quelle attività produttive di valore che oggi non vengono certificate, remunera le qualità sociali ed umane delle diverse singolarità che sono messe al lavoro, remunera una quota della cooperazione sociale nella quale siamo tutti coinvolti.

Una ultima annotazione sul reddito di base, riportata peraltro su questo giornale un anno fa dal sottoscritto, riguarda il suo essere ad un tempo una politica riformista e rivoluzionaria. Perché riformista l’abbiamo detto, perché impone il riconoscimento della dimensione sociale  e cooperativa della produzione di ricchezza. Perché rivoluzionaria mi piace dirlo, in modo schematico, con un esempio relativo alla Calabria ed al Mezzogiorno, esempio che può essere esteso a molte altre aree: il reddito di base sottrarrebbe i giovani (e tutti coloro i quali si trovano in condizioni di povertà) dal ricatto sociale clientelare. Seppur minimo, con un reddito garantito non si è più obbligati a condividere le relazioni clientelari, cosi come si è liberi di non obbedire ai valori di affiliazione e sudditanza ancora determinanti per una vita dignitosa in terre neo feudali. In altri termini, il reddito di base moltiplicherebbe l’indisponibilità dei giovani meridionali a far parte dell’attuale assetto di potere clientelare, il quale si troverebbe svuotato senza più sudditi ai quali concedere favori ma con cittadini liberi titolari di diritti fondamentali. Le ultime elezioni sono state un segno forte di tale indisponibilità in Calabria: accanto ad un abbondante 35% di non votanti, oltre 230 mila persone (il 25% dei votanti), alla camera, hanno espresso un voto di protesta e premiato il movimento di Beppe Grillo che come primo punto programmatico ha il reddito di cittadinanza, purtroppo declinato come sussidio di disoccupazione. Ma non è questo il punto, il dato che emerge dall’ultima tornata elettorale è quello della crescente indisponibilità dei residenti verso le reti locali (politico clientelari) di potere e, di converso, la debolezza di queste ultime a regolare il contesto come facevano un tempo. Si tratta di deficit di governance, nel senso di deficit nelle capacità gestionali delle clientele da parte delle reti locali di potere. Il reddito di base aumenterebbe tali deficit, minerebbe alla base il sistema di scambio clientelare e le reti di potere che su di esso si sono storicamente costruite. Il reddito di base è un modo per favorire ed accelerare l’agonia del neo feudalesimo meridionale.

 

Francesco Maria Pezzull Associazione Sud Comune