I sommersi dell’accademia e reddito di base


Giuseppe Allegri

All’interno di un’inchiesta a più voci sul lavoro gratuito, pubblicata su il manifesto, questa volta si entra negli atenei e centri di ricerca, dove ricercatori e docenti gestiscono esami, laboratori e corsi integrativi, attendendo invano l’apertura delle porte agli «incarichi strutturati». Un vero e proprio “commercio delle promesse”, che diventa un gioco al ribasso e al ricatto. Solo la previsione di un reddito di base potrebbe evitare il paradosso di sottostare a tutte le forme di lavoro (materiale o intellettuale) gratuito. 

«Se il lavoro che regalo, lo regalo spontaneamente, di mia volontà, per me sì, è, oltre che etico, anche un gesto quasi nobile. Se invece il lavoro “devo” regalarlo per tutti i motivi del mondo, no, non è etico, è svilente e umiliante. Anche se poi, in definitiva, siamo tutti con debolezze e difficoltà più o meno grandi». Questa confessione in forma anonima la troviamo in apertura dell’ultimo fascicolo, il numero 133, della rivista di Sociologia del lavoro (1/2014), titolato “Confini e misure del lavoro emergente”, curato da Emiliana Armano, Federico Chicchi, Eran Fischer, Elisabetta Risi nella loro ricerca collettiva su «gratuità, precarietà e processi di soggettivazione nell’era della produzione digitale». E sembra essere esemplificativa di una condizione diffusa nelle attuali forme del lavoro, sospese tra la rara possibilità di un’autonoma scelta di messa in comune del proprio (tempo di) lavoro e la più pressante obbedienza alla gratuità della prestazione lavorativa, di fatto imposta senza alcuna libera scelta.

La «gavetta» universitaria

Ma il regno del lavoro gratuito, o quasi-gratuito, è, da sempre e non da ora, la regola tacita, quanto condivisa, per accedere al primo girone del circuito universitario, quello che un tempo avrebbe permesso di ambire al concorso per ricercatore. Un periodo di lavoro gratuito – e anche di formazione vicino al Maestro, la tradizionale «gavetta» – in cambio della promessa di essere considerato «abile» per entrare nel «sistema accademico», che da sempre prevede una prima «valutazione» tra pari, antecedente la messa a bando dei posti da ricercatore e l’eventuale arruolamento. E questo periodo tradizionalmente confinato in un lasso temporale di pochi anni, nella fase iniziale della propria vita accademica, è sospeso tra l’età ancora scanzonata della giovinezza, piena di passione nella ricerca e gioia della conoscenza, e il ripiegamento verso il più completo disincanto rispetto agli «stili di vita» condotti nella cittadella assediata dell’accademia universitaria, dove il «quieto vivere» del diventare ricercatori strutturati è ostaggio di subordinazione, silenzio e omologazione, passando per le forche caudine di un rapporto signoria-servitù che spesso incupisce l’una e l’altra condizione, ma che potrebbe anche aprire le porte di una possibile insubordinazione. Sarebbe la fase tra l’entusiasmo del dottorato di ricerca e la depressione della ricerca di un posto da strutturato nell’Accademia.

Destrutturati senza reddito

Peccato che oramai neanche esista più il ruolo di ricercatore a tempo indeterminato per l’ingresso nella carriera universitaria, in seguito all’entrata in vigore della famigerata Legge Moratti (l. 230/2005). Peccato anche che da circa un ventennio l’accesso a questa fantomatica «carriera» sia sempre più diventato un collo di bottiglia dove decine di migliaia di precarie della ricerca e della docenza hanno perennemente regalato le loro prestazioni lavorative, con intermittenza solo nella retribuzione. La condizione della ricerca e docenza universitaria nell’epoca della precarietà strutturale: continuità di lavoro, nell’aleatorietà della retribuzione. Con sottile guerra tra poveri, fatta di accuse neanche tanto velate nei confronti del blocco generazionale dei ricercatori anziani, una parte dei quali entrati con le sanatorie della Prima Repubblica e a volte dispersi nei sotto­scala universitari, in fuga da un lavoro sempre più routinario e lontano dalla loro originaria passione. E sempre di più quel lavoro è diventato necessario nei quotidiani ingranaggi della «fabbrica» universitaria: dal funzionamento dei laboratori, all’organizzazione di seminari e master; dallo svolgimento degli esami, all’appalto di interi corsi. Fino ad arrivare al continuo lavoro burocratico delle attività di docenza e ricerca al tempo della retorica meritocratica istituzionalizzata nel riempimento di infinite griglie valutative, fatte di codici, giudizi, abstract, parametri, soglie percentuali, numeri e statistiche che mettono a dura prova anche il più razionale tra ricercatori e docenti. Mantenendo al contempo del tutto inalterati i soliti potentati accademici.

Così quella transitoria fase di lavoro precariamente retribuito, a volte gratuitamente offerto, più spesso obbligatoriamente erogato, è diventata la norma per un’intera generazione di «precarie della ricerca e docenza» che nel corso dell’ultimo quindicennio così si erano autoproclamati, rivendicando un inaspettato protagonismo politico contro i Ministri di allora (nell’ordine: Moratti-Mussi-Gelmini) e provando a forzare i rapporti di forza consolidati nell’Accademia. Per alcuni è stata l’occasione di esplicitare legittime rivendicazioni corporative e sindacali che hanno lasciato il tempo che trovavano. Per pochi è stata la palestra di promozione personale di se stessi. Per la gran parte di quei contrattisti di ogni tipo, assegnisti di tutte le risme, borsisti dai mille bandi è stato invece il prendere consapevolezza di un lento processo di esclusione di una generazione di forza lavoro precaria dal sistema della ricerca e docenza universitaria. Perché i pochi che hanno continuato a credere al motto di «resistere un minuto in più degli altri», non possono più sperare neanche in un contratto. Oltretutto, dinanzi all’immodificabile sistema di gestione universitaria, il continuo definanziamento pubblico (che quello privato è sempre stato al lumicino) è diventato il grimaldello per irrigidire l’arbitrio dei soggetti che decidono l’accesso.

«C’è il taglio lineare dei finanziamenti, la crisi economica, la spending review, i posti praticamente non ci sono, quindi dovete dimostrare di essere ancora più bravi, disponibili e votati al sacrificio, perché la concorrenza è spietata». Mancano solo le cavallette del celebre monologo di John Belushi in fuga dalla splendida “donna misteriosa”, Carrie Fisher, in Blues Brothers. Ecco servita la meritocrazia al tempo dell’università stracciona. Salvo poi scoprire inchieste per i soliti appalti milionari di infiniti lavori nelle strutture universitarie: ma questa è un’altra storia.

Solitudine e comunanza

Chi ha capito molto bene lo stato d’animo esistenziale dei non più giovani ricercatori precari, oramai transitati nella totale assenza di retribuzione, è stato il «giovane» cinema italiano, con uno dei maggiori successi di questa stagione: Smetto quando voglio, del trentenne Sydney Sibilia. Lì si narra la storia di un quasi quarantenne, assegnista di ricerca senza rinnovo dell’assegno, e dei suoi amici, oramai ex-precari della ricerca, già espulsi da laboratori ed aule universitarie. Decidono di mettere in comune la loro conoscenza chimica e commerciale per sintetizzare e spacciare smart drugs tramite le quali ottenere quel reddito che altrimenti non avrebbero più dal loro, qualificato, lavoro universitario. E questa sarebbe la vera alternativa in campo: mettersi insieme, non necessariamente per produrre droghe sintetiche, ma certo per riprendersi quella ricchezza prodotta e della quale si è sempre più privati. Per il resto il film disegna un quadro desolante e desolato del panorama universitario, dove un eccellente Sergio Solli, attore di formazione teatrale a fianco di Eduardo De Filippo, interpreta il ruolo del peggiore barone universitario: arraffone, impreparato, approssimativo, del tutto autocentrato sul proprio, miserabile, ego.

Ma, al di là di quella che potrebbe essere una caratterizzazione da macchietta, il film restituisce alla perfezione il clima di sconfortante delusione che aleggia tra le ultime generazioni di studiose/i, docenti, ricercatrici e ricercatori che hanno letteralmente mandato avanti la macchina universitaria spesso in cambio solo della promessa irrealizzabile di accedere alla carriera universitaria. Farsi un buon curriculum in attesa dei fantomatici concorsi. E per avere questo curriculum bisogna scalpitare per ottenere insegnamenti praticamente gratuiti, questuare per essere incluso in qualche ricerca, pubblicare con frenesia articoli, libri, studi, perché ora il motto è Publish or Perish: se non pubblichi, non esisti.

Il commercio delle promesse

Così quella che dovrebbe essere una breve fase di formazione accademica che da sempre prevede anche la disponibilità a lavorare gratuitamente in cambio dello svolgere con passione attività di formazione, studio, ricerca, e successivamente insegnamento, per le quali si sente di avere la «vocazione», diventa la condizione strutturale per resistere dentro l’università, a costo di sottostare a infiniti, piccoli e grandi, ricatti. Del resto, ancor più nella retorica dell’economia della conoscenza, la mitica carriera universitaria è la piccola patria dell’economia delle promesse, dove un vero e proprio «commercio delle promesse» viene esercitato a tutti i livelli della scala gerarchica. E se pensiamo che alcuni studiosi, tra i quali Pierre-Noël Giraud, sostengono da tempo che il fondamento dell’attuale capitalismo finanziario stia in questo Commerce des promesses (éd. Le Seuil, già nel 2001) il cortocircuito culturale, antropologico, esistenziale tra il lavoro intellettuale e la finanziarizzazione dell’economia capitalistica diviene esplicito e senza appello, facendosi beffe di qualsiasi esaltazione dell’attuale società della conoscenza.

Per un reddito di base

C’è solo lo sporco lavoro gratuito per rimanere a galla nell’epoca in cui interi milioni di persone sono messe nelle condizioni di dover rimpiangere le peggiori forme del lavoro, materiale o intellettuale che sia: quelle in cambio del quale neanche percepisci più un salario, ma ti si assegna un posto nel mondo. Perché in questa società «liquida» se non hai un lavoro non hai cittadinanza. Anche per questo si dovrà insistere, rischiando di fare la fine di un disco incantato che nessuno vuole più ascoltare, sull’urgenza di un reddito di base contro l’aleatorietà della retribuzione, altrimenti rimangono solo le laconiche parole che Jonathan Lethem fa pronunciare al giovane, appassionato ricercatore e scrittore autodidatta del libro In difesa di Sentieri selvaggi (minimum fax): «oramai ero abituato a sentir parlare tanti dottorandi, raggomitolati dentro le loro terrificanti carriere, di monte ore, di bandi di concorso, di tutto fuorché della passione originaria e oramai rattrappita che stava segretamente al centro del loro lavoro».

 

Tratto da Il Manifesto

 

 

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