I sogni infranti dei free lance


Cristina Morini

Tra cam­bia­men­ti e­po­cali della pro­du­zione, nuove tec­no­lo­gie e sistemi digi­tali, declino della carta stam­pata e un’espansione del ruolo di inter­net che nes­suno sem­bra capire né gover­nare, la pre­ca­rietà è diven­tata pro­gres­si­va­mente la forma «nor­male» dell’organizzazione del lavoro con­tem­po­ra­neo nelle reda­zioni di case e ditrici e giornali.

La crisi eco­no­mica, inne­ga­bile nei numeri che pie­gano verso il basso le dif­fu­sioni di quo­ti­diani e perio­dici e gli indici di ven­dita dei libri non­ché i ricavi pub­bli­ci­tari, è stata subito tra­sfor­mata in una coster­nata gia­cu­la­to­ria da tutti i grandi e pic­coli edi­tori per pro­ce­dere alle grandi puli­zie della fine del primo decen­nio degli anni 00. Evo­cando con­ti­nua­mente la neces­sità di pro­ce­dere a un «serio svi­luppo web» e non mai ben defi­niti «nuovi pro­getti», le dire­zioni azien­dali hanno fatto ricorso ai «tagli del per­so­nale», con mille posti di lavoro persi tra i gior­na­li­sti solo nel 2013 e 3mila in cin­que anni che, per una cate­go­ria molto pic­cola (20mila circa i pro­fes­sio­ni­sti attivi), signi­fica una ridu­zione del 15 per cento in quat­tro anni (i dati ven­gono dallo Inpgi, l’istituto di pre­vi­denza dei gior­na­li­sti ita­liani). La Fede­ra­zione nazio­nale della stampa ha siglato tutti gli stati di crisi (60 solo in Lom­bar­dia nel 2012), con varia­zioni adatte a ogni tipo di per­ver­sione dato­riale: pre­pen­sio­na­menti, cassa inte­gra­zione, con­tratti di soli­da­rietà, ces­sioni di ramo d’azienda, incen­tivi all’esodo. Nei grandi gruppi, in signi­fi­ca­tiva con­tro­ten­denza con le bat­ta­glie del pas­sato, gli accordi con­ten­gono anche clau­sole di «resti­tu­zione», vale a dire di rinun­cia a tutto o parte degli inte­gra­tivi eco­no­mici (accordi di secondo livello), die­tro la pro­messa del sal­va­tag­gio dei posti di lavoro. In più occa­sioni, i com­pensi dei col­la­bo­ra­tori sono stati ridotti. La crisi viene pagata tutta dai giornalisti.

CADUTA DEL COMPENSO

Nel con­tempo, il numero dei pra­ti­canti nei quo­ti­diani, cioè dei gio­vani che dovreb­bero garan­tire il ricam­bio gene­ra­zio­nale nelle reda­zioni, è più che dimez­zato (da 173 a 75 nel 2014, fonte Fieg). Men­tre i più anziani veni­vano pre­pen­sio­nati o espulsi, i venti-trentenni si inse­ri­vano con con­tratti sem­pre più pre­cari, sot­to­pa­gati o non pagati affatto. Silen­zio­sa­mente, dimen­ti­cati da tutti, i pre­cari sono esplosi: dal 2000 al 2009 i gior­na­li­sti free­lance aumen­tano del 208 per cento (dati Inpgi e Ordine nazio­nale dei gior­na­li­sti) supe­rando i gior­na­li­sti assunti ex art.1 (circa 23.000 con­tro 20.000 nel 2009, secondo quanto afferma Pino Rea ne Gior­na­li­smo: il lato emerso della pro­fes­sione, Una ricerca sulle con­di­zioni dei gior­na­li­sti, Sim­pli­cis­si­mus book farm). Più della metà di loro (55,2 per cento) denun­cia un red­dito annuo infe­riore a 5mila euro lordi.

Non va meglio tra i redat­tori edi­to­riali pre­cari che rap­pre­sen­tano addi­rit­tura il 50 per cento circa dei lavo­ra­tori delle reda­zioni delle case edi­trici. Tra pro­cessi di con­cen­tra­zione e di ester­na­liz­za­zione che hanno con­trad­di­stinto l’editoria dell’ultimo ven­ten­nio, un terzo delle figure pro­fes­sio­nali «esterne» che lavo­rano sta­bil­mente come «interne» nelle aziende, ma senza diritti, gua­da­gna meno di 900 euro lordi men­sili (Rere­pre, 2009).

Con­tem­po­ra­nea­mente, nel 2012 gli stage, pre­vi­sti obbli­ga­to­ria­mente dalle lau­ree trien­nali per tutte le facoltà, sono stati 425mila (Isfol e «Repub­blica degli sta­gi­sti» a par­tire da rile­va­zioni Union­ca­mere). Quasi un tiro­ci­nante su cin­que ha al suo attivo tre o più stage (18,9%). L’analisi di una breve serie sto­rica con­sente di notare una cre­scita costante dell’utilizzo di que­sto stru­mento, che di anno in anno rad­dop­pia il pro­prio trend di cre­scita da un lato, dimez­zando dall’altro la sua fun­zione pre­li­mi­nare all’ingresso nel mer­cato del lavoro.

Pos­siamo notare, in prima istanza, che la gene­ra­liz­za­zione della pre­ca­rietà, in un set­tore come quello edi­to­riale, è pro­get­tata espli­ci­ta­mente per gover­nare, ricat­tare, coman­dare, met­tere a tacere ogni ete­ro­dos­sia e con­tem­po­ra­nea­mente pagare di meno, deman­sio­nare, ab-usare il lavo­ra­tore, raf­fi­gu­rando con ciò, per­fet­ta­mente, un arche­tipo delle forme di domi­nio appli­cate dal bio­po­tere nel pre­sente. Da sem­pre spos­ses­sato da ogni tipo di pro­te­zione, tutela e diritto, il lavoro pre­ca­rio si pre­sta a subire adesso un secondo tipo di pas­sag­gio: quello verso il lavoro volon­ta­rio. La pre­ca­riz­za­zione del set­tore è stata cioè pro­pe­deu­tica alla pro­gres­siva «deva­lo­riz­za­zione» del lavoro che a sua volta pre­lude il modello del lavoro gra­tuito, nuova idea­zione del presente.

ARI­STO­CRA­TICI E PRECARI

I com­pensi dei free­lance, senza alcun tipo di argine in ter­mini di sala­rio minimo, ora­rio, obbli­ghi per i datori di lavoro, garan­zie di ammor­tiz­za­tori sociali, tra­col­lano verso l’abisso dell’assenza di com­penso per la pre­sta­zione, con paga­menti di due euro per una noti­zia, di nove per un ser­vi­zio (Poli­gra­fici edi­to­riale, Edi­to­riale l’Espresso). Sull’online val­gono due o quat­tro euro. Si può arri­vare in taluni gruppi edi­to­riali a 18-20 euro lordi (Vogue, Il Mes­sag­gero, la Gaz­zetta dello Sport) a seconda della lun­ghezza del pezzo. Per mise­rie così, i paga­menti slit­tano anche oltre i 120 giorni dopo la pub­bli­ca­zione. Nel 2013 Mon­da­dori ha richie­sto ai pro­pri col­la­bo­ra­tori di ricon­se­gnare il 5 per cento dei com­pensi che ave­vano rice­vuto nell’arco dell’anno. «Richie­sta irri­tuale» e al con­tempo minac­ciosa: «è in corso una rigo­rosa sele­zione dei partner».

La respon­sa­bi­lità col­let­tiva in tutto que­sto pro­cesso è enorme. Oltre alle imprese sono impli­ca­ti­gli attori cosid­detti isti­tu­zio­nali, governi e sin­da­cati, che hanno lasciato che ciò si svi­lup­passe arri­vando fino alla sup­pu­ra­zione della legge For­nero e del Jobs Act. Non vanno dimen­ti­cati i diret­tori di testata, i diret­tori edi­to­riali, di col­lana, gli edi­tor né i col­le­ghi a tempo inde­ter­mi­nato. Con­vinti di far parte di una moderna ari­sto­cra­zia del lavoro, sono i primi a svi­lup­pare tec­ni­che di mob­bing e di sfrut­ta­mento dei pre­cari, cer­cando di sca­ri­care su di loro i costi delle ristrut­tu­ra­zioni d’azienda o, più pro­sai­ca­mente, il lavoro quo­ti­diano di fine gior­nata.
Fra­gili, nella fram­men­ta­zione e nella indi­vi­dua­liz­za­zione dei rap­porti, unici respon­sa­bili di se stessi poi­ché la col­let­ti­vità voga in senso inverso, i pre­cari hanno evi­den­te­mente ade­guato il pro­prio modo di agire e di sen­tire agli impe­ra­tivi del pre­sente. Potenza della capa­cità di adat­ta­mento umana, adde­strata dar­wi­nia­na­mente dalla tv, dai master uni­ver­si­tari, dal mar­ke­ting, attra­verso le parole crea­ti­vità, merito e autorealizzazione.

Il gio­vane gior­na­li­sta si ripaga con il fatto che il giorno dopo leg­gerà il pro­prio nome in cima a un pezzo, anche se è solo un sem­plice sta­gi­sta, con un pic­colo rim­borso spese quando va bene. Viene con­vinto che occor­rono doti che, forse, hanno una natura innata. Riven­dica la pro­pria fun­zione, assorbe goc­cia a goc­cia l’etica pro­fes­sio­na­li­sta. Voca­zione, destino e capa­cità che non sono da tutti deb­bono coniu­garsi con la forza di volontà, deter­mi­nante per arri­vare al suc­cesso. Per cui, è neces­sa­rio accet­tare gli stage e non stan­carsi di lavo­rare, la stan­chezza delle ore pas­sate in reda­zione non si deve far sentire.

Non serve alte­ri­gia nell’analizzare que­sti pro­cessi che oggi toc­cano, con gra­da­zioni diverse, cia­scuno e cia­scuna di noi. L’arsenale discor­sivo del potere spinge sulla costru­zione di una figura agile e dina­mica che mette a valore il pro­prio capi­tale umano, pro­pa­gan­dando un modello di disoc­cu­pa­zione pro­dut­tiva utile alla dif­fu­sione di forme di lavoro non sala­riate. Un modello di lavoro iper­fles­si­bile, nel quale il sin­golo si assume inte­ra­mente il rischio d’impresa, essendo l’unico respon­sa­bile della man­cata ripar­ti­zione della ric­chezza sociale. La dimen­sione bio­po­li­tica dell’ideologia dell’autoimprenditorialità che mira a pro­porsi come aspi­ra­zione di vita e forma della sog­get­ti­vità, ammette anche il lavoro volon­ta­rio e gra­tuito come parte inte­grante del pro­getto di eman­ci­pa­zione del sog­getto che avrà, den­tro que­sta dimen­sione, un’ulteriore pos­si­bi­lità di veri­fi­care e di met­tere alla prova i pro­pri talenti e la pro­pria passione.

OFFERTE AL RIBASSO

Non vi sono reali spazi di auto­no­mia e crea­ti­vità rispetto al pro­cesso pro­dut­tivo ma soprat­tutto non è data la pos­si­bi­lità di deci­dere gli obiet­tivi da rag­giun­gere o di con­trat­tare le con­di­zioni lavo­ra­tive. E tut­ta­via è, appa­ren­te­mente, il sog­getto che decide di darsi, «in modo per­so­nale, spon­ta­neo e gra­tuito». La gene­ra­liz­za­zione della pre­ca­rie­tà­sor­ti­sce l’effetto di sca­ri­care sul lavo­ra­tore tutta la gestione del rischio, com­presa la respon­sa­bi­lità dell’eventuale fal­li­mento nel rag­giun­gi­mento degli obiet­tivi, men­tre la crisi genera la nor­ma­liz­za­zione di aspet­ta­tive costan­te­mente decre­scenti e fini­sce per far accet­tare le offerte al ribasso.

Il sog­getto, immerso nella con­di­zione pre­ca­ria, ulte­rior­mente declas­sata dalla crisi, si con­se­gna al lavoro che oggi può assu­mere lo «sta­tuto» di lavoro gra­tuito. Le con­di­zioni in cui il lavoro pre­ca­rio viene ero­gato nelle case edi­trici sono tali da ren­dere dif­fi­col­tosa la sot­tra­zione e tan­gi­bile la man­canza di alter­na­tive con­crete. La mag­gio­ranza dei free­lance ha ben chiara l’ingiustizia cui è costretto a sot­to­porsi: vor­rebbe red­dito, in primo luogo, e diritti. Nelle case edi­trici, più che per sen­si­bi­lità e fidu­cia, ormai, nell’eterna pro­messa di una kno­w­ledge society libe­ra­to­ria sospinta dall’economia della pro­messa, si accetta di lavo­rare anche in regime di ten­den­ziale gra­tuità per non rima­nere tagliati fuori, per non strap­pare le costri­zioni di vin­coli rela­zio­nali den­tro rap­porti gerar­chici for­te­mente asim­me­trici, data la dif­fi­coltà a muo­versi in un set­tore paralizzato.

UNA FALSA LIBERTÀ

La depo­li­ti­ciz­za­zione cre­scente di una fra­zione con­si­stente del lavoro con­tem­po­ra­neo va con­nessa poi alla rile­vanza assunta dalla nozione «libertà di scelta» neo­li­be­rale, una libertà nega­tiva che agi­sce in senso dia­me­tral­mente oppo­sto alla presa di coscienza poli­tica e alla ten­sione verso una reale auto­no­mia da parte delle sog­get­ti­vità. Va deco­struita, con­net­ten­dola alla fal­sità della pro­messa: sei libero solo di sce­gliere il fatto che in realtà sei com­ple­ta­mente schiavo.

Da qui anche la neces­sità di ripren­dere una cri­tica ser­rata al lavo­ri­smo che ha impre­gnato la nostra epoca. Va ricon­fi­gu­rato il nostro rap­porto con il lavoro, riget­tando l’idea del lavoro come un dono, che perde di vista il con­cetto dello scam­bio, del rap­porto gerar­chico, dello sfrut­ta­mento, del pro­fitto che ci sta die­tro. Il «lavoro di cit­ta­di­nanza» ha già fatto troppi danni, finendo per assume un valore in sé, pre­ten­dendo per­ciò di svin­co­larsi, pro­gres­si­va­mente, dalla retri­bu­zione, sin­tomo ed effetto insieme della crisi della misura del valore interna al lavoro con­tem­po­ra­neo. Di fatto una trap­pola, una trap­pola della pre­ca­rietà e dell’autosfruttamento fine a se stesso.

IMPA­RARE A DISIMPARARE

Ovvia­mente c’è il tema del red­dito che non viene mai seria­mente preso in con­si­de­ra­zione per motivi poli­tici e meno che mai da parte sin­da­cale. Forte dello stru­mento del red­dito la «nuova classe peri­co­losa», per usare la defi­ni­zione dello stu­dioso Guy Stan­ding, usci­rebbe dall’oscurità del con­trollo totale nella quale è stata rele­gata. Ciò che oggi è ansia e depres­sione, mugu­gno e avvi­li­mento, potrebbe tra­sfor­marsi in un deto­na­tore di nuovi salu­bri con­flitti e soprat­tutto in un ottimo stru­mento di tutela, capace di respin­ge­rele pro­po­ste inde­centi che si vanno mol­ti­pli­cando in que­sta fase in cui il lavoro è per­dente. Si bloc­che­rebbe così il lavoro inde­cente in un paese privo di una seria poli­tica eco­no­mica e con un capi­ta­li­smo cogni­tivo inca­pace e amo­rale che ha costruito le pro­prie labili strut­ture esclu­si­va­mente sull’economia della pro­messa e sulle atti­tu­dini degli uomini e delle donne di buona volontà, come se il lavoro fosse senza fini di lucro.

Biso­gna, per­ciò, prima di tutto disim­pa­rare. Disim­pa­rare lin­guaggi e obiet­tivi. Por­tare altrove la pas­sione e il desi­de­rio e svi­lup­pare forme di «resi­lienza» sui luo­ghi di lavoro in modo intel­li­gente piut­to­sto che pie­garsi all’illusione che la «schia­vitù» con­venga. Il lavoro, bene o male, non è più in grado di ren­derci liberi e libere, al con­tra­rio. Non con­sente eman­ci­pa­zioni, né godi­menti e adesso, in modo incre­di­bil­mente ossi­mo­rico, nep­pure retri­bu­zione. Il lavoro cogni­tivo, oggi degra­dato attra­verso pro­po­ste di lavoro non remu­ne­rate e da pro­ce­dure sem­pre più prive di senso, non deve, innan­zi­tutto, rimet­tere in discus­sione la scis­sione successo-fallimento, reim­po­stando la ricerca della pro­pria feli­cità all’interno di un nuovo uni­verso, fatto non di pro­messe di car­riera (quali? dove?) ma di rela­zioni incar­nate e micro-politiche resistenziali?

 

Articolo tratto da Il Manifesto del 25 ottobre 2014

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