Guy Standing: il reddito minimo ed i diritti dei precari


Giuliano Battiston

Una vera e propria “Carta dei diritti dei precari”. É quella proposta dallo studioso Guy Standing, docente di Sociologia dello sviluppo alla School of Oriental and African Studies di Londra, nel suo ultimo libro, A Precariat Charter. From Denizens to Citizens, in uscita ad aprile per la casa editrice Bloomsbury. Già docente di Economic Security nell’Università di Bath, in Inghilterra, e direttore del Programma sulla sicurezza socio-economica per l’Organizzazione internazionale del lavoro, da anni Guy Standing analizza le ragioni della crescita del precariato globale, a partire dalla critica a una società che – scrive in Precari. La nuova classe esplosiva (il Mulino 2011) – “ha fatto della ‘flessibilità’ e dell’insicurezza le vere e proprie pietre angolari del sistema economico”. Per Standing, co-presidente del Bien, il network internazionale per l’introduzione del reddito minimo garantito, l’obiettivo è quello di dare concretezza a “un egualitarismo emancipatorio di cui sia protagonista il precariato”. All’Unità anticipa i contenuti del suo ultimo libro.
Nei suoi ultimi saggi, così come in A Precariat Charter, lei insiste molto sulla necessità di aggiornare la nostra stessa “immaginazione economica”, archiviando le nozioni troppo legate alla società industriale, in via di superamento. Con quale tipo di immaginazione va affrontata la crisi economico-finanziaria che viviamo?

Quella attuale è anche una crisi della socialdemocrazia. Nel ventesimo secolo la socialdemocrazia è stata costruita intorno alla nozione di lavoro, con cui si intendeva l’attività svolta per il valore di scambio, per il salario. Ma il labour, il lavoro per il valore di scambio, non è la stessa cosa del work, dell’opera che ha un valore d’uso, per adottare i termini marxiani. Nel ventesimo secolo le attività non riconducibili al labour (dal lavoro di cura a quello comunitario, passando per le attività con cui riproduciamo le nostre abilità), sono state relegate in una posizione secondaria, mentre gli strumenti della sicurezza sociale, i diritti, sono stati condizionati alla performance del lavoro. Storicamente, è un errore: se per tutto il Novecento la strategia socialdemocratica è passata per un processo di demercificazione del lavoro, con un progressivo spostamento dell’attenzione dal salario ai sussidi non salariali, aziendali o statali, con l’arrivo della globalizzazione questo modello non ha più retto. Oggi assistiamo a una crisi della globalizzazione che passa per la ri-mercificazione del lavoro, con il precariato che deve affidarsi quasi esclusivamente al salario – sempre che ne percepisca uno -, senza avere accesso ai sussidi statali o aziendali. Da qui, le insicurezze croniche dei precari, di fronte alle quali dobbiamo essere intellettualmente coraggiosi, recuperando dal riduzionismo lavorista il concetto di work, di opera, che eccede il lavoro inteso in termini capitalistici.

Una delle idee centrali di questa diversa immaginazione economica è il reddito minimo garantito, una misura che lei ritiene indispensabile per ripensare l’intero sistema di distribuzione della ricchezza e del reddito e affrontare le conseguenze di quel passaggio storico che definisce “trasformazione globale”. Ci spiega meglio?

Con il concetto di “grande trasformazione” Karl Polanyi indicava la creazione un sistema di mercati nazionali e, insieme, l’edificazione di sistemi di regolamentazione, redistribuzione e protezione sociale che vi corrispondessero. La stessa socialdemocrazia è stata una riposta a quel passaggio storico, ma è crollata negli anni Ottanta del Novecento, con l’avvento della ‘trasformazione globale’. Il fallimento dei socialdemocratici sta proprio nel non aver fatto i conti con il mutato contesto storico. Nel ventesimo secolo, redistribuire significava lottare per spartire il reddito tra capitale e lavoro, tra profitti e salari. Oggi questa soluzione non è più praticabile. Il capitale finanziario ha creato infatti un’economia rentier, meccanismi di sfruttamento attraverso i quali la ricchezza viene sempre più indirizzata verso i suoi interessi, mentre in tutti i paesi ricchi e industrializzati i salari decrescono. Dobbiamo essere realistici e riconoscere che i salari non cresceranno. Occorre un nuovo sistema di distribuzione del reddito, che non passi per il meccanismo salariale (irrealistico in un mercato del lavoro globale) e che garantisca alle persone, in particolare alla classe dei precari, un maggior senso di cittadinanza, una maggiore sicurezza. Ecco perché è indispensabile il reddito minimo.

Lei ripete da tempo che l’introduzione del reddito minimo garantito, oltre a garantire una sicurezza di base universale, consentirebbe anche una più equa distribuzione del “tempo di vita, demercificando la forza lavoro”. Cosa intende?

Storicamente, uno degli sbagli dei socialdemocratici è stato quello di puntare alla demercificazione del lavoro, mentre avrebbero dovuto puntare alla demercificazione della forza lavoro, nei classici termini di Polanyi e Marx. Oggi ce n’è bisogno più di prima. Nelle attuali condizioni il reddito minimo risponderebbe a esigenze diverse: il precariato non soffre solo l’insicurezza convenzionale, ma una vera e propria perdita di diritti. Ciò rende i precari dei supplicanti, costretti a rivendicare i diritti come fossero un’elemosina. Soffrono un’insicurezza cronica, diversa dalle vecchie forme di insicurezza sul lavoro, contro le quali ci si poteva assicurare. Le insicurezze del precariato non sono assicurabili. Per questo è illogica l’idea che possano funzionare i vecchi meccanismi di sicurezza sociale. Non viviamo più in una società industriale, dove la gente poteva misurare il proprio lavoro e la propria opera in blocchi di tempo omogenei; oggi viviamo in una società del terziario, nella quale lavoriamo tutto il tempo e in cui dobbiamo sempre più adoperarci per poter lavorare. I precari fanno networking, si aggiornano, trattano con lo Stato e con le istituzioni, lavorano, etc. Servono dei meccanismi che ci facciano recuperare o acquisire il senso del controllo sul nostro tempo, che diano un significato autentico al diritto all'”opera”, alle attività di cura, piuttosto che al diritto o al dovere al lavoro. È una delle vere sfide esistenziali del ventunesimo secolo in società del terziario come l’Italia.

Per rispondere a questa sfida, in A Precariat Charter oltre ad analizzare le ragioni per cui i diritti civili, politici, economici e sociali vengono negati ai precari, lei stila un vera e propria carta dei diritti di libertà, sicurezza ed eguaglianza per il precariato. Da dove partire per affermarli?

La tesi iniziale del libro è che l’attuale crisi della globalizzazione stia portando sempre più persone, e in particolare i precari, nel denizism, in una condizione di non-cittadinanza, con la progressiva perdita dei diritti acquisiti dai loro padri. Da questa crisi multipla possiamo uscire o con la ‘politica dell’inferno’, come la definisco in Precari, cioè con l’affermazione del populismo, del neofascismo, dello Stato panottico, oppure cogliendo l’opportunità di elaborare una nuova visione progressista, che emerga dalle aspirazioni, dalle rivendicazioni della classe emergente, quella dei precari appunto, e che tenga a mente un principio fondamentale: ogni nuova marcia progressista si è basa su tre battaglie. Quella per il ‘riconoscimento’, come è avvenuto nel 2011, quando in tutto il mondo milioni di persone hanno rivendicato l’appartenenza al precariato; quella per la rappresentazione (oggi i precari non sono rappresentati in nessun paese); quella per la redistribuzione. Distribuzione di cosa? Di tutto ciò che la classe dei precari ritiene vitale: la sicurezza per cominciare, visto che la disuguaglianza nella sicurezza economica è molto maggiore della disuguaglianza di reddito; e poi il controllo del tempo, degli spazi di qualità, della conoscenza e dello stesso capitale finanziario. Il reddito minimo è uno strumento per combattere più adeguatamente queste battaglie.

Articolo tratto da Lettera22.it