E’ venuto il momento di uscire dalla crisi? Europa e reddito garantito


Luca Santini

La crisi del modello sociale europeo (secondo i suoi primi interpreti)

L’incertezza economica  domina il panorama sociale e alle nostre spalle pare esserci una classicità  infranta. Sempre più rapporti statistici ci informano di una situazione stagnante della produzione che non accenna a riprendersi, mentre la contestazione o la disaffezione colpiscono pressoché tutte le forze politiche tradizionali. Al cospetto di un declino sociale che pare senza fine, è forte la sensazione di trovarsi in un’epoca di mezzo.

E’ impossibile parlare della crisi europea senza riferirsi alla crisi della società salariale. Appena qualche decennio fa era diffusa tra la popolazione la legittima aspettativa di fare ingresso nella vita sociale trovando una degna collocazione lavorativa ragionevolmente stabile nel corso dell’esistenza, con progressioni di carriera programmate, con una coerenza di massima tra percorso formativo e impiego. Il lavoro, vera architrave del sistema, si collocava esattamente al centro del sistema sociale, quale anello di congiunzione tra pubblico e privato: in riferimento alla sfera pubblica il lavoro era  il contributo che il soggetto offriva al benessere collettivo, pur rimanendo, sul piano privato, un mezzo di autorealizzazione meramente individuale. La centralità del lavoro salariato era poi suggellata da politiche pubbliche orientate al raggiungimento dell’obiettivo del pieno impiego. A chiusura del sistema era poi progettato un sistema di assicurazione sociale capace di neutralizzare i rischi che avrebbero potuto compromettere o elidere definitivamente la capacità di prestare il lavoro: disoccupazione, malattia, vecchiaia, carichi familiari. Le centralità del lavoro salariato e l’insieme di tutele che da esso si dipanavano costituivano un corpus di regolamentazioni compatto che a buon diritto possiamo definire classico. Si trattava di un vero e proprio modello, quello appunto che va comunemente sotto il nome di modello sociale europeo.

L’epoca post-classica ha il suo momento di debutto a partire dagli anni Ottanta, momento in cui si materializza in Europa, per la prima volta dal dopoguerra, il fenomeno della disoccupazione di massa. Lo shock  petrolifero e l’avvio di una riconversione industriale su larga scala fecero emergere il problema di una massiccia e strutturale eccedenza di offerta di lavoro; i contemporanei ne rimasero enormemente colpiti e gli interpreti più autorevoli non esitarono a cogliere le implicazioni di fondo che il ritrarsi del lavoro comportava.

In effetti il tasso di disoccupazione nell’Europa del dopoguerra era stato a lungo e costantemente molto basso. Nei paesi che componevano la Comunità economica europea la disoccupazione nel 1960 era pari a circa il 2,5% della forza lavoro, con differenze territoriali che andavano da una percentuale inferiore all’1% nella Germania occidentale, o pari all’1,5% in Francia a una di poco superiore al 5% in Italia1. Nel 1970 il tasso medio di disoccupazione era ancora pari al 2,5%, mentre a partire dal 1975 si assiste a un incremento vertiginoso del tasso di disoccupazione che balza dapprima al 4,1% e poi in una lenta salita giunge nel 1980 al 5,8%, al 6,9% nell’anno successivo, e all’8,1% nel 1982 per poi giungere al picco del 9,3% nel 1987. Negli anni successivi si è avuto un recupero parziale dell’occupazione anche se come è noto non si sono più ripetute le straordinarie performance economiche degli anni Cinquanta e Sessanta. Dopo il parziale recupero dei primi anni Duemila, il decennio si è chiuso con la più grave crisi economica ed occupazionale dagli anni Trenta ad oggi, e di conseguenza il tasso di disoccupazione ha raggiunto nella zona dell’euro la soglia inedita dell’11,8%.

E’ interessante rileggere quale fu negli anni Ottanta la reazione degli interpreti e degli studiosi, al primo emergere del fenomeno della disoccupazione oggi risorgente (in forme peraltro più gravi rispetto ad allora). Non si ebbe, al contrario di oggi, alcuna sottovalutazione del problema né tanto meno alcuna fiducia in una «ripresa» miracolistica che avrebbe portato per incanto il ciclo economico ai livelli antecedenti alla crisi. Era chiara al contrario la percezione della disoccupazione come sintomo dell’infrangersi di equilibri classici ormai irripetibili; forte era dunque l’invito a gettare ex novo le fondamenta del patto sociale.

Ralf Dahrendorf, ad esempio, parlava di una nuova disoccupazione che rispetto alla grande disoccupazione «classica» degli anni Trenta aveva di specifico che i disoccupati a lui coevi erano diventati superflui. Si era cioè ben lontani dalla situazione di scarsità cui Keynes  cercava di porre rimedio mediante un intervento pubblico nell’economia, un aumento dei salari e un rilancio della domanda aggregata. La disoccupazione degli anni Ottanta cadeva in una situazione di abbondanza, sicché appariva tangibile agli occhi di un liberale come Dahrendorf il rischio che si giungesse alla formazione di una società stabilmente cristalizzata in tre gruppi reciprocamente segregati e non comunicanti: un dieci per cento di popolazione occupata in posizione di vertice, un ottanta per cento di classe operaia salariata nel mezzo e un ulteriore dieci per cento di sotto-classe di disoccupati alla base. Che fare di questo gruppo di emarginati? Come uscire da un’impasse che mette in pericolo la democrazia? L’analisi approda sul terreno dell’utopia, lo studioso chiede soluzioni drastiche, con voce alta e ispirata affida al presente il compito di progettare un futuro in discontinuità con il passato: «la società del lavoro si dilegua. Quel che accade oggi nel mondo non è soltanto un singhiozzo nella storia della società del lavoro, ma una serie di sempre meno dominabili sintomi di un dilemma. Ognuno si aggrappa disperatamente ai valori di ieri, benché diventi sempre più chiaro che essi non corrispondono alle realtà di domani»2.

Non si continui dunque, ammonisce il sociologo liberale, con le traiettorie sperimentate, la crisi del lavoro che si dipana sotto i nostri occhi non sia letta in modo consolatorio come momentaneo ripiego congiunturale di un crescita altrimenti illimitata, al contrario si traggano tutte le conseguenze della fase e si progetti da subito una realtà sociale fondata su nuovi principi.

Negli stessi anni, sempre in territorio tedesco ma sul fronte socialdemocratico, gli fa eco Oskar Negt (autore oggi meno noto ma allora piuttosto influente) che dalla crisi del lavoro trae spunto per assegnare compiti nuovi ai vari attori sociali, sindacato in testa. Non è sopportabile, infatti, lo scandalo di una società che «rischia di soffocare nella ricchezza e nella produzione eccedente e, allo stesso tempo, è incapace di assicurare a milioni e milioni di persone il minimo civile perché possano condurre un’esistenza umana»3. Anche da queste pagine sbalza fuori l’invito a cambiare di paradigma, a rifiutare l’atteggiamento dei cosiddetti realisti che «continuano a fare esperimenti con il prolungamento del presente nel futuro, o con riti funebri che tengono lontano il passato»4. Di fronte al semplice e nudo fatto che i posti di lavoro disponibili non solo diminuiscono sempre più ma che ben presto molti di quelli esistenti saranno del tutto scomparsi, si impone secondo Negt un rovesciamento di prospettiva di 180 gradi. La stessa temporalità quotidiana deve adesso cambiare: se la giornata lavorativa è stata per secoli il centro e il punto di partenza per l’organizzazione della giornata da vivere, nel prossimo futuro si avrà la situazione inversa, sarà la giornata da vivere a stabilire e a giudicare quanto dovrà durare e come dovrà essere la giornata lavorativa.

Quando toccò a Jürgen Habermas prendere parola nel dibattito, il filosofo lesse il fenomeno sociale contingente della disoccupazione entro il vasto quadro della storia moderna: «l’idea utopica di una società basata sul lavoro ha smarrito il suo potere persuasivo, non perché le forze produttive abbiano perso la loro innocenza, o perché l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione non abbia condotto di per sé all’autogestione dei lavoratori. Ciò è accaduto perché l’utopia ha perso il suo riferimento alla realtà»5.

Il rifiuto di ogni interpretazione «minimalista» della disoccupazione di massa degli anni Ottanta ebbe fautori anche in Francia, soprattutto con la cosiddetta scuola della regolazione e con la sua insistenza sull’avvento di una nuova era della società salariale. Vi è poi da segnalare anche la lucida utopia di André Gorz che a partire dalla dissoluzione dei rapporti capitalistici arrivava a preconizzare l’avvento di una «non classe di non lavoratori»; con la sua critica radicale all’ideologia del lavoro e all’etica della produzione Gorz leggeva l’avvento della disoccupazione come un crisi epocale: «la crisi è, di fatto, ben più fondamentale di una semplice crisi economica e sociale. E’ il crollo dell’utopia sulla quale sono vissute le società industriali da due secoli a questa parte»6.

La prognosi di importanti e forse decisivi cambiamenti imminenti nelle fondamenta  della società salariale sembra dunque negli anni Ottanta una sorta di communis opinio di tutti gli interpreti, almeno tra coloro che  muovono a vario titolo da un approccio critico rispetto all’economia di mercato. Questa stessa ispirazione razionalmente utopistica troverà poi espressione nel (di poco successivo) bestseller dell’americano Jeremy Rifkin con la sua profezia circa la fine del lavoro: «dopo secoli in cui si è definito il valore dell’uomo in termini strettamente produttivi, la sostituzione massiccia del lavoro umano con quello delle macchine lascia la massa lavoratrice priva di un’autodefinizione e di una funzione sociale»7.

E poi venne il precario

Le posizioni fin qui richiamate si dividevano, sul piano dei rimedi proposti, in due filoni essenziali: da un lato coloro che proponevano una vasta redistribuzione degli impieghi disponibili mediante la riduzione generalizzata della giornata lavorativa, dall’altra coloro che auspicavano l’istituzione di una misura di garanzia del reddito indipendente dal lavoro, per sdrammatizzare il dilemma della disoccupazione e per consentire al contempo l’attivazione dell’individuo anche oltre la sfera produttiva formale.

Le politiche pubbliche che seguirono, come è noto, hanno disatteso l’una e l’altra aspettativa. Quanto all’ipotesi della riduzione dell’orario di lavoro la risposta è stata nel senso di una completa disarticolazione del mondo produttivo organizzato, sostituito proprio a partire dagli anni Ottanta da una produzione flessibile, segnata da impieghi temporanei e precari, con un’altissima incidenza del lavoro autonomo8. In un contesto economico così trasformato e in un mondo del lavoro così frammentato, la riduzione dell’orario del lavoro per legge sembra ormai un’ipotesi scarsamente percorribile, a causa del collasso delle condizioni strutturali per la programmazione di un intervento così impegnativo di politica economica. I Governi hanno invece mosso dei passi significativi nella direzione della garanzia di un reddito indipendente dal lavoro, anche se con esiti diseguali e ancora incompleti nei vari Paesi europei. Accanto a sistemi generosi (come in Scandinavia e in alcuni paesi nord-europei, ma anche in Irlanda) capaci di sostenere efficacemente l’individuo nelle fasi di transizione lavorativa senza mortificarne la dignità e l’autonomia, ci sono dei modelli di reddito minimo più restrittivi quanto ai criteri di accesso (come in Gran Bretagna o in Francia), o addirittura contesti in cui il legislatore ha totalmente omesso di istituire strumenti di protezione del reddito universalistici e di base (questo è il caso dell’Italia)9.

In ogni caso la  deregolamentazione del mercato del lavoro (anche laddove è stata combinata con l’istituzione di nuovi strumenti di  tutela del reddito) non ha certo posto riparo alla grave crisi sociale indotta dalla trasformazione della società salariale. Le voci che si levavano negli anni Ottanta a favore di un profondo ripensamento dei fondamenti politici della società europea non hanno ancora trovato risposta adeguata. Al contrario, la fase economica negativa in cui ci troviamo ripropone oggi il  tema della disoccupazione, in termini ancora più drammatici di qualche decennio addietro, poiché alla figura del «senza lavoro» si affianca oggi del «lavoratore precario», formalmente inserito nel sistema produttivo ma ugualmente esposto al rischio di povertà e di esclusione sociale. Difficile non rimanere sgomenti di fronte ai dati recentemente diffusi dall’Istat, secondo i quali il 30% dei residenti in Italia sono a rischio di esclusione sociale.

Gli anni e i decenni trascorsi dalla fine del regime fordista ad oggi senza che si ponesse rimedio alla condizione dei precari non sono dunque privi di conseguenze nefaste; la perdurante inerzia della politica nel trovare forme di regolamentazione e di tutela sociale adeguate all’avvento della «produzione flessibile», ha indotto la nascita di una nuova specie di precari, precari della crisi, o di «seconda generazione»10. Se in un primo momento, e segnatamente nel corso degli anni Settanta, la precarietà aveva ancora una componente di attivazione, di scelta, di fuga consapevole da un regime di fabbrica vissuto come opprimente, oggi, al termine della seconda parabola discendente della società salariale, ci troviamo di fronte a un soggetto ormai sensibilmente impoverito e incapace di spendersi con successo su un mercato del lavoro sempre più concorrenziale. Se agli albori del post-fordismo la figura del freelance poteva incarnare l’aspirazione di un soggetto in cerca di autonomia e in grado di manipolare con efficacia gli strumenti sofisticati e innovativi della comunicazione e dell’informatica, oggi all’affacciarsi della crisi di inizio millennio viene alla ribalta una figura di precario massificato, la cui prestazione appare ormai svalorizzata e standardizzata. Deriva da ciò un soggetto in crisi non più circoscritto ad un settore produttivo, ma esteso all’intera società, paradigmatico dell’intera produzione. Questo nuovo soggetto, che agisce nel contesto di una precarizzazione di massa e generalizzata, non fa più del lavoro un fattore di riconoscimento e di soggettivazione, non si percepisce come soggetto attivo in una società basata sul lavoro, non progetta sulla base dell’impiego il proprio futuro, è invece consapevole proprio della incapacità del lavoro di garantire un futuro degno di questo nome. In questo senso egli appare decisamente contemporaneo alla parabola discendente della società salariale.

Per quanto riguarda l’orizzonte italiano i dati ci parlano di una forza lavoro sfiduciata, composta di oltre 2 milioni di under-30 in condizione di totale dipendenza dalla famiglie di origine, in una sorta di limbo esistenziale, tra un contratto precario e l’altro, al di fuori di qualsiasi percorso formativo o lavorativo. In questa che è stata definita neet generation (né occupata, né in formazione) vi è un misto di sfiducia per la mancata realizzazione delle aspettative, di rabbia per una condizione sociale inaccettabile,  di pragmatico «rifiuto» nei confronti di un mondo del lavoro respingente che non lascia quasi più speranze di successo e di affermazione personale.

Assai difficilmente i meccanismi spontanei del mercato e la semplice ripresa del ciclo economico potranno porre riparo a una condizione sociale così compromessa. L’Ocse applicando dei sistemi di analisi molto innovativi ha pubblicato un rapporto che analizza le possibilità di crescita a lungo termine dei Paesi più industrializzati11. Da questo studio emerge che nel periodo 2011-2060 il Pil italiano, salvo l’emergere di fattori di innovazione radicale ad oggi imprevedibili, crescerà in media solo dell’1,4% annuo, un tasso di crescita largamente insufficiente a riassorbile la disoccupazione indotta dalla crisi economica degli ultimi anni. Una situazione sostanzialmente stazionaria caratterizzerà grossomodo il resto delle economie industrializzate, con una Germania ferma nel cinquantennio a una crescita dell’1,2% annuo e con una media per i Paesi dell’Osce pari al 2%.

Le analisi più accreditate non mettono dunque all’ordine del giorno l’eventualità di una crescita sostenuta capace di rilanciare in grande stile l’accumulazione e, di riflesso, l’occupazione. D’altra parte gli outlook sulla fuoriuscita dalla crisi additano come settori produttivi del futuro dei campi che si prestano al massimo a una creazione di manodopera e di processi produttivi iper-specializzati e di breve periodo, o comunque caratterizzati da una consistente dose di precarietà. Tra i settori rispetto ai quali si giocherà il successo economico del prossimo futuro si possono annoverare la ricerca scientifica, la medicina applicata (soprattutto macchinari per la diagnostica e creazione di nuovi farmaci), la circolazione delle informazioni, la tecnologia dei materiali e dei trasporti. E’ lecito aspettarsi un vero e massiccio rilancio dell’occupazione dagli investimenti in queste produzioni? Su un versante diverso, per certi versi opposto, quasi anti-tecnologico, hanno una consistente possibilità di sviluppo una serie di servizi personalizzati e di prossimità, legati all’accudimento, all’alimentazione, al benessere, alla socialità (massaggi, produzioni agricole biologiche, organizzazione di eventi a livello locale, ecc). E’ sostenibile pensare, però, che un’economia semi-informale di questo genere possa generare impieghi stabili e adeguatamente garantiti?

Non c’è da dubitare, insomma, che il futuro sarà all’insegna della precarietà esistenziale dei produttori. Qualsiasi piano per la creazione del lavoro, che non voglia ridursi a una mera riedizione retorica dell’omonimo piano del 1949, dovrebbe riuscire a confrontarsi in modo convincente con questi ineludibili nodi strutturali.

Il nodo della tutela dei precari appare sempre più ineludibile. L’assenza di un adeguato sostegno nei momenti cruciali di transizione lavorativa determina la ricattabilità del precario, il suo vivere perennemente sulla soglia dell’esclusione, la sua rinuncia forzata al futuro. Non è affatto allarmistico il richiamo di Guy Sanding sul rischio che il perdurante disimpegno della politica nel delineare una strategia progressista per contrastare la precarietà possa consegnare la nuova «classe pericolosa» costituita dai precari a un «inferno» populista e neo-fascista12. Andrebbe invece delineata quella che Standing chiama «una politica del paradiso» che abbia al suo centro proprio l’istituzione di una misura di  tangibile ed efficace tutela del reddito.

Prospettive politiche

Il tema della tutela del reddito si impone dunque come cruciale e ineludibile per sortire in modo virtuoso da questa lunga crisi europea. In effetti l’opinione pubblica del continente appare, su questo argomento, molto meno statica di quel che sembra. Una ricca serie di iniziative in materia di reddito garantito si è susseguita nelle ultime settimane; poiché i mezzi di informazione non sempre hanno mostrato l’attenzione dovuta, vale la pena richiamare brevemente le notizie13.

In Spagna è stata ufficialmente depositata da pochi giorni (il 15 gennaio per la precisione) una iniziativa di legge popolare e di conseguenza ha preso avvio una campagna di raccolta delle firme (dovranno essere mezzo milione nei prossimi nove mesi). Il testo di legge mira ad introdurre nel territorio spagnolo un reddito di cittadinanza «individual, universal e incondicional» sufficiente a coprire le necessità di base (i promotori fanno riferimento, riecheggiando una risoluzione del Parlamento europeo in tema di reddito minimo, a un ammontare pari al 60% del reddito mediano, cioè attualmente pari ad euro 645 circa). La proposta mira a coprire, in una prima fase, tutti i residenti in Spagna che sono privi di altre entrate o che hanno redditi inferiori alla soglia suddetta; in una seconda fase però la misura dovrebbe estendersi fino a configurare un diritto universale di cittadinanza.

Il 4 ottobre 2013 sono state invece depositate in Svizzera le centomila firme necessarie a sostenere l’istituzione di un referendum sull’introduzione del reddito di cittadinanza; i cittadini svizzeri saranno dunque chiamati a votare (probabilmente nel corso dell’anno 2015) su una proposta che prevede che la Svizzera conceda 2500 franchi svizzeri al mese (pari a circa 2000 euro) a ogni cittadino maggiorenne e l’equivalente di 500 euro mensili a chi non ha ancora compiuto 18 anni. Per festeggiare il raggiungimento del numero di firme necessarie i promotori dell’iniziativa hanno realizzato un’azione dimostrativa molto particolare: hanno letteralmente inondato Berna di denaro, versando nella piazza del Parlamento otto milioni di monete da cinque centesimi (una moneta per ogni persona che vive in Svizzera, hanno spiegato).

Il reddito di cittadinanza proposto dall’iniziativa popolare non è subordinato ad alcuna contro prestazione e non è sostitutivo di un salario o di un’indennità perduti. È individuale, nel senso che si prevede venga dato alle singole persone, e non alle famiglie. Come si ricorderà gli svizzeri hanno votato il 24 novembre scorso in un referendum che mirava ad imporre un tetto agli stipendi dei manager; la proposta non è passata, tuttavia, nonostante l’opposizione di tutte le maggiori forze politiche e l’intervento massiccio per contrastare la proposta di tutti media e le principali corporation, i favorevoli hanno superato la soglia del 35%.  Sarà dunque interessante vedere se, una volta bocciata la proposta di un reddito massimo, sarà invece approvata dagli elettori svizzeri l’idea di una soglia minima inderogabile.

Sul piano invece della politica continentale va segnalata la conclusione della campagna per un reddito di base incondizionato lanciata dodici mesi fa nella forma dell’ICE (iniziativa dei cittadini europei, strumento che come noto consente di presentare petizioni alla Commissione e al Parlamento europei con il sostegno di un milione di firme di cittadini dell’Unione). La campagna si è conclusa purtroppo senza successo, anche se è stato raggiunto il ragguardevole risultato di ben 285.042 firme di cittadini europei nei 28 paesi.

In Italia giace in Parlamento dal 15 aprile scorso una proposta di legge di iniziativa popolare appoggiata da oltre 50.000 cittadini e da oltre 170 tra associazioni, comitati, partiti politici. L’articolato di legge è ispirato a quanto di meglio avviene nei vari Paesi europei sul fronte della tutela del reddito e si pone nel solco della indicazioni offerte dal Parlamento europeo nella risoluzione del 20 ottobre 2010 «sul ruolo del reddito minimo nella lotta contro la povertà e la promozione di una società inclusiva in Europa». Un insieme di leggi delega contenute nel provvedimento (in tema di salario minimo, di estensione del sussidio di disoccupazione e di razionalizzazione della spesa assistenziale) mira a raggiungere una modulazione coerente tra i livelli di reddito nei vari momenti della vita lavorativa della persona, con una modulazione razionale delle forme di protezione nei casi di disoccupazione di breve o di lunga durata.  Il Governo sembra per la verità piuttosto refrattario a incamminarsi su questa strada, sebbene in Parlamento ci sarebbe una maggioranza di eletti favorevoli al tema, posto che ben tre forze politiche (Sel, Partito democratico e Movimento 5Stelle) hanno depositato altrettanti disegni di legge; per non parlare del sempre più vasto consenso che il reddito garantito incontra fuori dalle istituzioni, tra la cittadinanza e la società civile.

L’incalzare della crisi e la compiuta maturazione del dibattito costituiscono obiettivamente dei punti a favore della battaglia per il reddito garantito. La politica appare però ancora drammaticamente debole e incapace di prendere decisioni coraggiose. Ciò che forse ancora manca, in questi tempi di politica debole, è una sorta di «vincolo esterno», che nelle condizioni date non può che venire dall’Europa politica e istituzionale. L’Unione europea dovrebbe prendere un’iniziativa forte nel senso della tutela della dignità e del «diritto ad esistere» dei cittadini, indicando agli Stati membri anche le forme di possibile copertura finanziaria della misura. Reddito garantito e tassazione a livello continentale delle transazioni finanziarie, potrebbe questo binomio essere la base per la costruzione non più rinviabile di un’Europa sociale?

 

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NOTE

 

1 Questi e i successivi dati sono tratti dal database di contenuto macroeconomico denominato  AMECO pubblicato a cura della Commissione europea.

2 R. Dahrendorf, «La società del lavoro in crisi», conferenza tenuta nel gennaio 1986, contenuta nel volume Per un nuovo liberalismo, Laterza, 1988 (ediz. orig. tedesca del 1987).

3 O. Negt, Tempo e lavoro, Edizioni Lavoro, 1988 p. 7 (ediz. orig. tedesca del 1984).

4 Ivi, p. 136.

5 J. Habermas, La nuova oscurità. Crisi dello Stato sociale ed esaurimento delle utopie, Edizioni Lavoro, 1998 (ediz. orig. tedesca del 1985).

6 A.Gorz, Metamorfosi del lavoro. Critica della ragione economica, Bollati Boringhieri, 1992 (ediz. orig. francese del 1988).

7 J. Rifkin, La fine del lavoro. Il declino della forza lavoro globale e l’avvento dell’era post-mercato, Baldini&Castoldi, 1995 (edizione originale dello stesso anno).

8 L’avvento della precarietà trova ovviamente riscontro anche nel dibattito teorico e sociologico, dagli autori concentrati sul tema del «lavoro che manca» si passa nei decenni successivi agli autori che studiano «il lavoro che si trasforma». Pochi nomi fra tutti: Ulrich Beck, Zygmunt Baumann Manuel Castells, Richard Sennett.

9 Per una ricostruzione approfondita sui sistemi di protezione del reddito in Europa si veda il volume del BIN-Italia, Reddito minimo Garantito. Un progetto necessario e possibile, Edizioni GruppoAbele, 2012.

10 Sulla nozione di precario di seconda generazione sia permesso rinviare a S. Gobetti, L. Santini, «La necessità dell’alternativa. Il precario della crisi e il reddito garantito», pp. 46-57, nel volume del Basic Income Network – Italia, Reddito per tutti. Un’utopia concreta per l’era globale, Manifestolibri, 2009. Sul medesimo concetto si veda pure, nello stesso volume, A. Tiddi, «La soglia critica del reddito di cittadinanza», pp. 223-229.

11 Organisation for Economic Cooperation and Develompent (OSCE), Looking to 2060: long-term global growth prospects, 2012.

12 G. Standing, «Il precariato: da denizen a cittadino?», contenuto negli atti del meeting del BIN-Italia Bella disarmante e semplice. L’utopia concreta del reddito garantito. Si vede pure, per una disamina più ampia, Id., Precari. La nuova classe esplosiva, Il Mulino, 2012.

13 Dal sito del BIN-Italia (www.bin-italia.org) e dalla sua newsletter periodica BIN Report si possono trarre tutte le informazioni principali in tema di reddito garantito.

 

Alternative per il socialismo n°30 marzo 2014