E il reddito di cittadinanza?


Vittorio Longhi

Vittorio Longhi sul reddito di cittadinanza e la riforma degli ammortizzatori sociali in Italia.

Al di là delle uscite infelici sulle “paccate di soldi” – che ti aspetteresti da un leghista della prima ora e non da una docente autorevole di economia – sembra che l’assicurazione sociale per l’impiego (Aspi)non riuscirà a garantire la copertura universalistica promessa dalla ministra Fornero. Molti lavoratori disoccupati e inoccupati, specialmente quelli precari, ne resterebbero esclusi.

Nelle intenzioni il nuovo ammortizzatore sociale vorrebbe andare nella direzione del resto dell’Europa occidentale, dove però esistono forme di sostegno al reddito per chiunque e si chiede un impegno serio a cercare una nuova occupazione.

Se l’obiettivo è l’allineamento all’Europa, non si può evitare di affrontare il tema del reddito di cittadinanza, come da tempo propongono alcuni economisti, sociologi e politici. Su questo fronte in Italia è molto attiva l’associazione Basic Income Network (Bin), che ha scritto una lettera al presidente del Consiglio chiedendo l’introduzione del “reddito minimo garantito incondizionato, ulteriore rispetto a una indennità di disoccupazione generalizzata, affinché si definisca un nuovo diritto sociale”.

Il reddito di cittadinanza pone la questione centrale su cosa siano oggi i diritti sociali – sostiene il Bin – su cosa significhi garanzia di un livello socialmente decoroso di esistenza e della possibilità di scelta e di autodeterminazione dei soggetti sociali.

In effetti il punto è proprio l’autodeterminazione degli individui e l’emancipazione dalla famiglia, favorite dal reddito minimo, mentre in Italia bisogna ancora contare sul welfare familistico, sul sostegno dei genitori in assenza di un sostegno pubblico. Senza contare l’impulso che questo ammortizzatore darebbe al consumo e alla domanda interna.

Fatta eccezione per l’Italia, la Grecia e l’Ungheria, negli altri paesi dell’UE l’intergazione al reddito va dai 400 ai mille euro mensili, oltre alle facilitazioni per la casa, i trasporti, la cultura, la famiglia e i figli.

La domanda che ci si pone in quei contesti è se i sussidi scoraggino la ricerca di lavoro, favorendo l’abuso e l’assistenzialismo. Ma se ci sono buoni servizi per l’impiego che riqualificano e reinseriscono il disoccupato in tempi ragionevoli nel mercato del lavoro – come nei paesi scandinavi, ad esempio – il problema sembra davvero non sussistere.

Un articolo pubblicato su La Repubblica.it il 14 marzo 2012 a cura di Vittorio Longhi