Diritto al reddito, oltre le polemiche. Sei anni di battaglie meritano un altro racconto


Daniele Nalbone

Alla fine, non poteva mancare l’immancabile Massimo Gramellini a bollare la questione del reddito di cittadinanza come una mera “promessa elettorale”. E poco importa che la notizia delle file ai Caf per chiedere i moduli per avere 780 euro al mese si sia di fatto rivelata una “fake news”. Tanto basta per deridere – per chi non lo sapesse – non solo chi in queste ore chiede una misura i cui principi, ricordiamo, sono stati stabiliti nell’ormai lontano 1992 dal Parlamento europeo e dalla Commissione europea ma le circa 100mila persone che nella primavera del 2015 hanno firmato per la campagna di Miseria Ladra, promossa da Gruppo Abele e Libera, che proponeva dieci punti per arrivare a quello che è stato definito il reddito di dignità.

«Passare all’incasso». «Illusione». Soprattutto l’assunto per cui il «reddito di cittadinanza verrebbe finanziato anche con le mie tasse». La conclusione del solito Gramellini show ignora qualcosa come 18 milioni di persone a rischio di esclusione sociale, tra cui 4.8 milioni di persone (e 1.2 milioni di minori) in povertà assoluta e 9.1 milioni in povertà relativa (sotto la media mensile di reddito 509 euro). Senza considerare gli oltre 4 milioni di working poors ed i milioni di precari a rischio sfruttamento, anche da parte della criminalità. A tutto questo vanno aggiunti tutti i disoccupati, sempre in aumento, che non hanno più diritto di sostegno al reddito. Parliamo, in totale, del 30% della popolazione italiana. Prendere in giro, ridere delle (finte) file ai Caf per i moduli per chiedere il reddito significa ridere di loro.

Singolare, poi, che solo oggi – con il Movimento 5 stelle primo partito d’Italia – la classe politica si sia accorta del tema del reddito. Peccato, però, se ne sia accorta dando una narrazione completamente opposta a quella che meriterebbe. Era il 2012 quando la prima campagna prese piede per introdurre una proposta, seppur iniziale, di reddito garantito. Tutto parte da un principio: quello per il quale nessun essere umano deve “scivolare” sotto una certa soglia economica.

La campagna per il reddito del 2012

Nella prima campagna di raccolta firme per una “legge di iniziativa popolare per il reddito minimo garantito” – iniziata nel giugno 2012 – furono ben 60mila le firme consegnate nelle mani della presidente della Camera, Laura Boldrini, che nell’aprile del 2013 incontrò direttamente i proponenti dicendosi non solo «a favore» di una simile proposta ma che avrebbe fatto in modo che l’aula parlamentare discutesse la legge, «a prescindere dal numero di firme raccolte». Oltre 250 iniziative pubbliche dopo, con associazioni e realtà sociali in giro per l’Italia, cadde il silenzio politico.

La campagna per il reddito del 2015

Tre anni dopo prese corpo una nuova campagna sociale: “100 giorni per un Reddito di Dignità”, promossa proprio da Miseria Ladra. Questa volte le firme furono centomila. Cento giorni il termine entro il quale, l’obiettivo, arrivare a una legge. A partire dall’esperienza di “Miseria Ladra”, associazioni, enti locali, sindacati, studenti e, con loro, sindaci e giunte comunali si spesero dando vita a un “guida di principi irrinunciabili” utile per un eventuale articolato di legge da proporre in Parlamento. Nella campagna si chiede l’impegno, ad personam, a diversi parlamentari a partire dalla loro firma come sostegno a questa piattaforma che aveva l’intenzione di “mettere insieme” le diverse proposte in campo e unire le forze politiche e parlamentari incontro a una sola proposta e arrivare all’approvazione. Una sorta di “larga intesa” per il diritto al reddito.

Le firme di M5s, Sel e Pd. Poi la grande fuga

La proposta, così come indicata dalla piattaforma del Reddito di Dignità ottenne le firme di 35 senatori e 91 deputati del Movimento 5 stelle, 25 deputati e 7 senatori di Sel, 6 deputati e 2 senatori del Pd, più altri parlamentari sparsi. Terminata la campagna dei 100 giorni, il silenzio. Nessuno ha dato più seguito alla proposta. Eppure numerose furono le audizioni alla Commissione Lavoro del Senato e in molte di queste la proposta, ciclicamente, tornò a palesarsi. Nonostante ciò le scelte governative – e qui vale la pena ricordare come al Senato e alla Camera sedevano, nello scranno più alto, due esponenti “di sinistra” come Pietro Grasso e Laura Boldrini – andarono in direzione opposta: prima la Social Card, poi il Reddito di inclusione. La discussione in Parlamento di un tema così centrale per contrastare la crisi e restituire dignità a milioni di persone non è mai stato calendarizzato, nonostante il consenso sociale raggiunto attraverso la campagna per il reddito di Dignità. Eppure la Piattaforma c’è, è ancora lì, a disposizione di coloro che, in Parlamento, nei Consigli regionali, nelle Giunte comunali, vogliano rispolverarla.

Alcuni retroscena

Era il gennaio del 2015 quando Beppe Grillo, Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista e Nunzia Catalfo, il Movimento 5 stelle al gran completo, entrarono nella sede di Libera, a Roma, per incontrare Don Luigi Ciotti e Giuseppe De Marzo, responsabile della campagna Miseria Ladra. Un incontro per cercare una “quadra” su una prima forma reddito minimo garantito, per iniziare a far fare un passo avanti a tutto il paese. Da lì iniziarono una serie di incontri che portarono, come detto, una larga parte del Parlamento a firmare – a tra maggio e giugno – la Piattaforma. Durante la campagna “100 giorni per il reddito” furono molti i comuni, da Asti a Palermo passando per Napoli, a votare delibere di Giunta a favore del reddito. Era qualcosa più di una semplice testimonianza. Il sindaco di Cerveteri Alessio Pascucci (il più applaudito durante la presentazione di Liberi e Uguali, lo scorso 5 dicembre, al Pala Atlantico di Roma), solo per fare un esempio, non solo fece adottare al suo Consiglio una mozione di sostegno alla campagna “100 giorni per un reddito di dignità contro la povertà e le mafie”, ma addirittura inviò una lettera di sostegno ai sindaci e ai consiglieri comunali dei Comuni della Regione Lazio. All’interno il racconto della “giornata tipo” negli uffici comunali.

«Ogni giorno nei nostri uffici incontriamo persone di ogni età che ci chiedono accoratamente un aiuto per riuscire ad arrivare alla fine del mese. Molto spesso ci viene chiesto un posto di lavoro, altre volte un aiuto per pagare l’affitto per non ritrovarsi per strada (…). Tutte richieste relative a necessità primarie e irrinunciabili. Noi, come Sindaci, spesso ci troviamo in forte difficoltà per non saper dare a queste persone delle risposte concrete (…)».

Dopo aver presentato le iniziative della Campagna, l’appello per una Legge sul Reddito Minimo: «Sono convinto che un’iniziativa legislativa di questo tipo, oltre che rappresentare un scelta di grande civiltà sul tema dei Diritti, possa rappresentare anche una strategia concreta di lotta contro la povertà e contro i rischi sociali che si legano, come le attività della criminalità organizzata».

Lo scontro Renzi – Rodotà

Ma proprio il giorno in cui partì la raccolta firme Matteo Renzi, dal palco della festa di Repubblica a Genova, bollò il reddito di Dignità promosso da Miseria Ladra come «incostituzionale». Non solo. «La cosa meno di sinistra che esista». E ancora: «Confermare il principio che l’Italia è il paese dei furbi». Per fortuna ci pensò Stefano Rodotà in persona e rispondergli portando come arma semplicemente la Costituzione, in particolare l’articolo 36: “Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Dignità. Ed è sullo Stato che grava il diritto al “reddito” e a carico della fiscalità generale il dovere di garantire a tutti un’esistenza dignitosa, in un’ottica redistributiva. Rodotà, tra i primi a sostenere ed a farsi promotore degli obiettivi della campagna Miseria Ladra, smontò poi anche la definizione di «provvedimento assistenzialista» data dall’allora premier al reddito di Dignità: «Da sempre i diritti sociali svolgono una duplice funzione. Da un lato di “assistenza e sostegno”, la cosiddetta libertà garantita; dall’altro di “abilitazione” alla partecipazione alla vita sociale. Si chiama libertà attiva». Nonostante ciò, dopo quell’affondo di Renzi, uno a uno tutti i parlamentari “di sinistra” che firmarono la Piattaforma scomparvero. Lasciando così il Movimento 5 stelle da solo, nel deserto politico, ad affrontare la questione. E trasformando così la misura di welfare contenuta nella Piattaforma nella misura di workfare della quale tanto si sente parlare in questi giorni.

Il reddito merita un altro racconto

Ora la domanda è: cosa vogliamo fare? Un plurale che non riguarda un generico “noi”, né i giornalisti, né la sinistra. Riguarda “tutti”. Abbandonare il tema del reddito – come fa Gramellini – a un ipotetico voto di scambio, a una mera promessa elettorale, paragonandola al famoso milione di posti di lavoro di berlusconiana memoria, oppure iniziare a discutere di un diritto economico, di contrasto alle povertà, alla precarietà, che rimetta al centro la dignità della persone nell’epoca della finanziarizzazione e delle politiche di austerità che hanno colpito pesantemente le misure di welfare? Perché, per chi non se ne fosse accorto, una proposta sul reddito svincolato dal lavoro rientra pienamente all’interno di un forte dibattito internazionale che si interroga sulla necessità di trovare formule nuove per individuare strumenti di tutela e redistribuzione della ricchezza. Decidete voi. Il dato di fatto è che anche il Kenya, l’India, il Brasile, la Namibia hanno dato vita a sperimentazioni di un reddito di base. Che esperienze virtuose di reddito minimo garantito sono presenti da tempo negli schermi di welfare di tutti i maggiori paesi europei. Poi, a tempo perso, magari qualcuno risponda a una semplice domanda: che fine hanno fatto quei 166 parlamentari che firmarono la Piattaforma con i dieci punti per il reddito di dignità?

I dieci punti per il reddito di dignità

1. Un reddito individuale attraverso l’erogazione di un beneficio in denaro e destinato a sostenere la persona, ricordando che i sistemi di redditi minimi adeguati debbano stabilirsi almeno al 60% del reddito mediano dello Stato membro interessato (come espressamente previsto al punto 15 della Risoluzione del Parlamento europeo del 20 ottobre 2010 sul ruolo del Reddito Minimo, nella lotta contro la povertà e la promozione di una società inclusiva in Europa)

2. Individuare i destinatari del Reddito Minimo o di Cittadinanza, considerando che per alcuni è uno strumento di valorizzazione ed autonomia di scelta del proprio percorso di vita, per altri sono necessarie misure di reinserimento sociale e per altri ancora è necessario attivare forme di promozione dell’occupazione.

3. Stabilire una soglia di accesso tale da poter intervenire su tutti coloro che vivono al di sotto di una certa soglia economica (non meno del 60% del reddito mediano equivalente familiare disponibile) ed individuare eventualmente ulteriori interventi specifici, come quelli volti all’affermazione dell’autonomia sociale dei soggetti beneficiari compresi coloro che sono in formazione, cosi da garantire il diritto allo studio e, in particolare, per contrastare la dispersione scolastica e universitaria. Interventi che sono previsti nella maggior parte dei paesi dell’Unione europea sotto la forma di un “reddito di formazione” sia diretto che indiretto che si affianca al reddito minimo o di cittadinanza.

4. I beneficiari dovranno essere residenti sul territorio nazionale.

5. La durata temporale del beneficio sia destinata “fino al miglioramento della propria condizione economica” o comunque ad una replicabilità temporale dell’intervento cosi da non permettere che si rimanga senza alcun sostegno economico.

6. Non contrapporre il Reddito Minimo o di Cittadinanza, e l’integrazione sociale e la garanzia ad una vita dignitosa attraverso l’obbligo all’integrazione lavorativa. In sostanza che “il coinvolgimento attivo non deve sostituirsi all’inclusione sociale e chiunque deve poter disporre di un Reddito Minimo, e di servizi sociali di qualità a prescindere dalla propria partecipazione al mercato del lavoro” (Relazione per Risoluzione europea sul Coinvolgimento delle persone escluse dal mercato del lavoro – 8 aprile 2009);

7. Incentivare la libertà della scelta lavorativacome misura di contrasto dell’esclusione sociale può evitare la ricattabilità dei soggetti in difficoltà economica. In questo caso il concetto di “congruità dell’offerta di lavoro” e non dunque “l’obbligatorietà del lavoro purché sia” può ben riferirsi alla necessità di valorizzare il soggetto beneficiario ed a trovare tutti gli strumenti utili affinché l’integrazione al lavoro tenga conto delle sue esperienze, delle sue capacità e competenze e dunque a non generare comportamenti di vessazione e imposizione verso il beneficiario. Perché “la causa di un’apparente esclusione dal mondo del lavoro può risiedere nella mancanza di sufficienti opportunità occupazionali dignitose piuttosto che nella mancanza di sforzi individuali” (Risoluzione sul Coinvolgimento delle persone escluse dal mercato del lavoro – 8 aprile 2009).

8. Costruire un sistema integrato, oltre l’erogazione del beneficio economico, con le altre misure di welfare sociale e di servizi di qualità con il coordinamento tra gli organi preposti alla loro erogazione (Regioni e Comuni) così da definire un ventaglio di interventi mirati e diversificati a seconda delle necessità e delle difficoltà della persona e che mirano ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa.

9. Affiancare il Reddito Minimo o di Cittadinanza all’individuazione di un progetto di integrazione sociale individuale condiviso con il beneficiario che lo richiede.

10. Rafforzare i servizi e il sistema dei centri per l’impiego pubblici destinandoli a centri per l’impiego ed i diritti in cui potersi rivolgere anche per l’erogazione del Reddito Minimo o di Cittadinanza.

 

Tratto da Il Salto 9 marzo 2018

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