Dignità, libertà e solidarietà. Voci dal triangolo costituito


Giuseppe Allegri

Recensione di due volumi, recentemente editati in Italia, che si occupano di politiche comunitarie in tema di diritti delle donne e dell’affermazione della Carta dei diritti fondamentali dell’UE. Si delinea l’ipotesi di un ripensamento dei modelli di tutele sociali a partire, anche, dall’applicazione dell’art. 34, co. 3 della Carta dei diritti fondamentali come embrionale diritto al basic income, ai «fini del reddito minimo garantito contro la precarietà».

La crisi istituzionale dell’Unione europea sancita nel 2005 con il no referendario franco-olandese al Trattato costituzionale e conclamata dal no irlandese dello scorso giugno al Trattato di Lisbona è sprofondata nella incapacità continentale di gestire la crisi economico-finanziaria. Il «funzionalismo» comunitario è vittima dei fallimenti del neoliberismo tecnocratico e globale; così come sembra ormai anacronistica la riproposizione di una «costituzionalizzazione» dell’Unione europea secondo le tradizionali vie parlamentari o governative. Mentre le prossime elezioni per l’europarlamento affascinano le burocrazie nazionali di partiti al governo o quelli condannati alla scomparsa, conviene allora concentrarsi sulle prassi comunitarie, occasione concessa dalla pubblicazione di due volumi.
Mariagrazia Rossilli cura nel volume I diritti delle donne nell’Unione europea. Cittadine, migranti, schiave (Ediesse, pp. 236, euro 12) una ricostruzione delle politiche comunitarie riguardo i diritti delle donne, supportata da interventi che spaziano dalla tutela del genere, alle politiche delle pari opportunità nella Strategia Europea per l’Occupazione e al ruolo del sindacato europeo. È un quadro sfaccettato e piuttosto critico, che si misura con le politiche di gender mainstreaming, di empowerment delle donne, di divieto di discriminazione, insistendo sulle inadeguatezze comunitarie su questi temi. D’altro canto si sottolinea quanto «normativa, giurisprudenza e soprattutto politica comunitaria» abbiano esercitato «un’influenza positiva su tutti gli ordinamenti degli Stati membri in materia di parità tra uomini e donne»; in particolare grazie a «alcuni Stati trainanti, come quelli Scandinavi, che hanno condizionato, come modelli di riferimento, Stati nei quali tradizioni, cultura e leggi tendono ancora ad ostacolare un’effettiva parità» (Elisabetta Palici di Suni). Una discrasia che lascia aperta la domanda su chi sia «esattamente il soggetto di diritto in Europa», come osserva Susanne Baer quando si confronta con la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea; testo riguardo al quale il volume contiene un’interessante intervista a Elena Paciotti, membro della Convenzione che ormai quasi dieci anni fa elaborò la Carta e anche autrice della Prefazione al volume La Carta dei diritti dell’Ue. Casi e materiali curato da Giacinto Bisogni, Giuseppe Bronzini e Valeria Piccone (Chimienti, pp. 676, euro 38).
Nella Carta dei diritti dell’Ue si assume infatti la centralità di quel testo come strumento per auspicare il «salto in quell’Europa politica» ancora assente. Riferimenti alla Carta compaiono nelle sentenze della «Corte di Giustizia, di quella di Strasburgo e di numerose Corti nazionali di ogni rango», a conferma di un dialogo «multilivello» tra le Corti, per la tutela dei diritti fondamentali: si profila un’altra idea di integrazione comunitaria, basata sulla necessità di prendere sul serio il «triangolo europeo formato da dignità, autodeterminazione ed eguaglianza».
Nel solco di questa rivendicazione di un’Europa dei diritti questo secondo volume si presenta quindi come un commentario dei 54 articoli della Carta, esaminati singolarmente alla luce di casi giurisprudenziali e materiali normativi che fanno di essa un testo fondamentale per la definizione di uno spazio comunitario condiviso di protezione dei diritti fondamentali delle persone; nonostante la Carta non riesca ancora a trovare un’adeguata dimensione istituzionale, nella stasi del processo di integrazione. Lo slancio innovativo di questo testo si desume già dal superamento dell’impostazione «generazionale» dei diritti, non distinti più in civili, sociali, economici, etc., ma orientati «intorno a sei valori fondamentali: la dignità, la libertà, l’uguaglianza, la solidarietà, la cittadinanza e la giustizia», garantendo «l’indivisibilità dei diritti fondamentali».
I commenti dei molti autori evidenziano il ruolo centrale svolto dalla creatività giurisprudenziale nel rendere diritto vivente la Carta: una sorta di interpretazione e applicazione progressiva, a dimostrazione che i testi normativi e costituzionali camminano sulle gambe dei soggetti, istituzionali o sociali, che se ne appropriano. È il cuore di un atteggiamento sensibile alla sperimentazione di molteplici lotte per nuovi diritti, anche a partire dalle potenzialità iscritte nelle Carte; così nel caso di una futura applicazione dell’art. 34, comma 3, che, riconoscendo il «diritto all’assistenza sociale e abitativa», può essere interpretato come un primo diritto al basic income, ai «fini del reddito minimo garantito contro la precarietà». Ma qui l’immaginazione giurisprudenziale dovrebbe essere preceduta dall’inventiva di movimenti sociali consapevoli che l’Europa a venire è preferibile sia sperimentata dalle pratiche sociali e dal garantismo giurisprudenziale, piuttosto che da quelle élite governative che hanno condannato il vecchio Continente all’inesistenza politica.

Pubblicato su: Il Manifesto 5 maggio 2009