Il “decreto dignità è di sinistra”. Sicuro?


Roberto Ciccarelli

Era la “Waterloo del precariato”, fu in realtà un sasso nella palude. Di ritorno dalla battaglia, il racconto dell’eterogenesi dei fini: le misure che dovrebbero ripristinare la “dignità” dei precari potrebbero aumentare il precariato. In realtà il “governo del cambiamento” ripristina le condizioni della “riforma” Fornero, non quella sulle pensioni che vuole abolire, ma quella sui contratti a termine dopo la sbornia del Jobs Act. In attesa dell’Armageddon, l’annuncio di maggiori dettagli sul “reddito di cittadinanza”, prepariamoci a una nuova società: quella della mobilitazione totale della forza lavoro, dei poveri, dei disoccupati. Continueremo a raccontare le disavventure di una parola buona come il tofu per tutte le minestre: “sinistra”. Sempre che, nel frattempo, non si voglia parlare di reddito di base.

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L’idea per cui la stretta sui contratti a termine contenuta nel “decreto dignità” sia un “provvedimento di sinistra” è un successo della narrazione “prendi tutto” del Movimento Cinque Stelle. Se per “sinistra” si intende una sensibilità fondata sull’idea che la dignità di una persona sia la conseguenza di un lavoro salariato a tempo indeterminato, ciò che è ritenuto lo “standard” nel nostro sistema sociale, allora la proposta di ridurre il numero dei rinnovi dei contratti a termine da 5 a 4, insieme alla durata massima da 36 a 24 mesi, sembra avvalorare la tesi. La modesta operazione aritmetica sembra avvicinare l’abnorme quantità dei contratti a termine – il principale motore dell’aumento dell’occupazione tra il 2016 e il 2017 – al contratto a tempo indeterminato in cui non si danno rinnovi mentre la durata dovrebbe coincidere con la vita attiva del lavoratore.

E’ un’illusione. Da quando il contratto a termine è diventato lo strumento di crescita meramente quantitativa dell’occupazione l’effetto sistemico prodotto dalla continua manutenzione dei termini formali del contratto non è una minore incidenza del lavoro a termine sull’occupazione totale, ma l’opposto. Le imprese sono sollecitate a intensificare il turn-over dei lavoratori temporanei. In altre parole, il precariato non diminuisce, ma aumenta la velocità della sostituzione dei precari.

Il provvedimento considerato dal ministro del lavoro e dello sviluppo Luigi Di Maio la “Waterloo del precariato” produrrà verosimilmente questo risultato: sarà l’incentivo dei rapporti di lavoro più corti dei 12 mesi dopo i quali scatterà la cosiddetta “causale”, ovvero il motivo per cui un’impresa assume temporaneamente rispetto alle sue esigenze produttive, norma abolita dal governo Renzi (Pd) “decreto Poletti” che ha generato l’abnorme ricorso a questa tipologia di contratto: oggi 9 assunti su 10 in Italia sono a termine.

Sei contratti atipici su dieci hanno una durata inferiore all’anno, solo il 17 per cento ha un contratto di un anno (dati Istat). Viviamo in un’economia dei “lavoretti” che durano, sostiene l’Inps, non oltre tre mesi (dati Inps). Diminuire la durata dei contratti, e il numero dei rinnovi, senza ristabilire la causale dal primo contratto e rispettare l’obbligo dell’assunzione dopo 36 mesi – stabilito dalla norma europea che ha obbligato Renzi ad assumere 102 mila docenti nella scuola – porterà all’aumento della mobilitazione dei precari rispetto ai posti di lavoro già esistenti. E non ne produrrà di nuovi dato che il tasso di occupazione in Italia è il più basso dell’Eurozona e, solo di recente, è tornato al livello prima della crisi: poco più del 58 per cento della popolazione attiva.

E’ stato necessario aspettare anni, precarizzare il mercato del lavoro, per raggiungere un tasso di occupazione già inferiore alla media. Nel frattempo la composizione dell’occupazione è cambiata – ci sono molti più precari che combinano i contratti a termine con altri frammenti di contratti e retribuzioni informali, periodi di inoccupazione e lavoro nero. Il decreto di Di Maio intensificherà questa tendenza, sostengono anche giuslavoristi come Federico MartelloniValerio De Stefano e Antonio Aloisi.

Il governo del cambiamento ripristina la legge Fornero sui contratti a termine

E’ curioso che nessuno, fino ad ora, abbia notato che la misura di Di Maio ripristina la norma Fornero del governo Monti. La legge 92 del 2012 abolì la causale per i primi 12 mesi del contratto, rendendola obbligatoria per i rinnovi del contratto a termine dopo il primo anno. Questa “riforma” allungò l’intervallo di tempo necessario dalla scadenza di un contratto alla stipulazione del successivo (nel limite massimo di 36 mesi) da 10 a 60 giorni (per i contratti a termine di durata inferiore a sei mesi) e da 20 a 90 giorni (per i contratti a termine di durata superiore a sei mesi). Per quale motivo? Per impedire al lavoratore di protestare e impugnare il contratto di lavoro fu portato da 60 a 120giorni dalla scadenza del contratto), riducendo da 270 a 180 giorni il termine per la proposizione dell’azione giudiziaria.

Il decreto di Di Maio, al momento, non dice nulla su questo e, si presume, anche la discussione parlamentare che seguirà non intaccherà le norme esistenti. Considerando il fuoco di sbarramento contro il rischio dei contenziosi derivanti dal decreto – un rischio inesistente, visto che non c’è alcun riferimento – non lo farà. Va detto anche che un contenzioso esiste se è l’azienda a non rispettare la legge. Il loro crollo avvenuto negli ultimi anni è il risultato delle norme adottare da Fornero e poi da Poletti. Di Maio non sembra intenzionato a modificarle, quindi l’allarme è ideologico.

Il governo del cambiamento che vuole “abolire” la legge Fornero sulle pensioni ristabilisce un’altra norma della Fornero, sui contratti a termine. E’ certamente un cambiamento, visto che il Pd con il Jobs Act li ha completamente liberalizzati, destrutturando un mercato del lavoro già iper-precario (oggi sono 36, e non 12, i mesi senza “causale”). Quella di Di Maio è una timida moderazione del turbo-liberismo “democratico”. Una moderazione “populista”per usare una categoria del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti. Una differenza di forma, non di sostanza. Si legge populismo, si intenda capitalismo.

Contratti a termine, o posti di lavoro “invisibili”

E’ ideologico tutto il dibattito generato dalla reazione isterica delle principali organizzazioni datoriali, Confindustria in testa,contro il decreto dignità. Come mai le imprese – le uniche beneficiare delle riforme del mercato del lavoro in questi anni – reagiscono a palle incatenate contro una proposta che non modifica l’orientamento ideologico dei provvedimenti presi da Berlusconi, Monti e dai governi del Pd?

Sono come tossicodipendenti: abituate alla dose massiccia di precarietà, ne chiedono sempre di più. O, perlomeno, di mantenerla stabile: 36 mesi di durata, 5 rinnovi, senza obbligo dell’assunzione al termine della via crucis.

Esiste anche una spiegazione sistemica. L’ha illustrata Bruno Anastasia che dirige l’Osservatorio sul mercato del lavoro regionale di Veneto Lavoro, in occasione della discussione parlamentare – poi fallita – generata dalla proposta nata all’interno del Pd di diminuire i rinnovi e la durata dei contratti a termine presentata nella scorsa legislatura. Proposta poi ripresa da Di Maio in quella attuale. I contratti a termine servono anche a sostituire i posti fissi, facendo ruotare nel corso del tempo diversi lavoratori sulla medesima posizione.

Al netto della distinzione tra lavori realmente temporanei (commessi in un negozio con apertura solo stagionale, la stagione turistica ecc.), si è affermato un uso strutturale di questo contratto nelle circa 60 mila imprese. In questa platea ben 10 mila risultano produrre posti di lavoro a termine per tutto l’anno che corrispondono a circa 40 mila unità di lavoro a tempo pieno equivalenti (dati del 2016). E, sorpresa, chi sono i maggiori utilizzatori di questi contratti? Le aziende riconducibili alla pubblica amministrazione, impossibilitate ad attivare rapporti di lavoro a tempo indeterminato a causa del blocco del turn-over e dell’austerità a cui è stato sottoposto il bilancio dello stato. La scuola ne è ancora un esempio, per non parlare della sanità.

Sono posti fissi “Invisibili”, che costano infinitamente meno del contratto a tempo indeterminato, garantiscono inoltre un effetto statistico positivo sui dati dell’occupazione e soddisfano politicamente la maggioranza di turno che ha la possibilità di dimostrare che “l’economia va bene”, c’è “occupazione”. Diminuire durata e rinnovi dei contratti a termine potrebbe incidere in minima parte sul loro totale, anzi potrebbe persino aumentarlo.E’ dunque molto probabile che non produrrà occupazione “stabile”. Anzi sarà sempre più “invisibile”. L’eventuale ripristino dei voucher, di cui si parla senza grande chiarezza nel governo Lega-Cinque Stelle, oppure l’invenzione di altre forme di lavoro occasionale servirà a mantenere il primato dei contratti a termine e a rafforzare il ricorso combinato con altre forme di precariato ultra-occasionale.

E’ l’effetto di quello che l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo) ha chiamato casualizzazione del rapporto di lavoro. Il lavoro esiste in funzione dell’occasionalità dei cicli economici sempre più brevi in base ai quali l’impresa determina il suo fabbisogno di forza lavoro pagata sempre di meno. Se esiste un motivo che spiega la reazione delle imprese -e di quasi tutte le opposizioni a Di Maio: Forza Italia e Pd in testa, che sostengono le loro ragioni – è la necessità di intensificare la casualizzazione del mercato del lavoro e rafforzare la velocità del turn over dei precari sui posti di lavoro esistenti senza creare di nuovi. Prospettiva complicata, quest’ultima, perché ci troviamo nel periodo discendente di una debole crescita senza occupazione fissa (jobless recovery)

A cosa serve il “reddito di cittadinanza”

Resteremo convinti che il “decreto dignità” sia un provvedimento “di sinistra”, rafforzando il consenso rispetto a una misura che struttura l’economia dei lavoretti, non la modifica nella sostanza?

Un capolavoro di propaganda, alimentata dalle stesse imprese, non perché il decreto “stabilizzi” i lavoratori come sostiene Di Maio, ma è un piccolo ostacolo alla casualizzazione del rapporto di lavoro. Moderare questa “casualizzazione” non significa cambiare la prospettiva generale, ma imporre solo un ritmo più blando al mercato che deve essere sempre veloce.

Lo stesso effetto ottico su una parte non trascurabile della “sinistra” (e per motivi opposti sulle imprese e i “democratici”) sarà prodotto dal “reddito di cittadinanza” di cui si aspettano, da un giorno all’altro, maggiori dettagli da parte di DI Maio. Contro la feroce propaganda ideologica sostenuta da tutti i partiti avversari e da molte istituzioni internazionali – l’Ocse in testa – Di Maio ha ragione a sostenere che questo “reddito minimo condizionato alla formazione professionale e al reinserimento lavorativo obbligatorio” non è una misura “assistenzialistica”, ma al contrario una misura neoliberista di “attivazione” del precario, del disoccupato e del povero. Chi riceverà un sostegno decrescente, commisurato al reddito disponibile, temporaneamente definito, riservato agli italiani e non agli stranieri residenti che lavorano e possono finire disoccupati, dovrà partecipare al mercato e sintonizzarsi sull’imperativo che lo ispira:

i”Obiettivo del reddito di cittadinanza non è dare soldi a qualcuno per starsene sul divano – ha spiegato il vicepremier e ministro del Lavoro – ma è dire con franchezza: hai perso il lavoro, il tuo settore è finito o si è trasformato, ora ti è richiesto un percorso per riqualificarti ed essere reinserito in nuovi settori. Ma mentre ti formi e lo Stato investe su di te, ti do un reddito e in cambio dai al tuo sindaco ogni settimana 8 ore lavorative gratuite di pubblica utilità”

La riforma dei centri per l’impiego, la creazione di un sistema delle “politiche attive del lavoro” – sempre che siano possibili – è finalizzata a “non restare seduti sul divano”. Con una categoria che rende meglio l’idea: alla mobilitazione totale della forza lavoro.  Come nella prima guerra mondiale, ma in tutt’altro contesto. Oggi la guerra è obbligare l’individuo a dare il suo piccolo contributo alla “crescita” senza occupazione fissa, anche ricorrendo a “otto ore di lavoro gratis”.

E questo sempre in nome del “lavoro”. Ecco come funzionerà il nuovo sistema del lavoro gratuito.

La giornata tipo del precario

Allora, mettiamo sul tavolo gli elementi conosciuti – per lo più annunci, in realtà – della politica del governo sull’occupazione. Di base abbiamo un precario. Lui passa la vita tra un contratto a termine a un altro. Quando non lo possiede può ricorrere a forme alternative come il lavoro in somministrazione (al momento non sembra avrà restrizione), il lavoro a chiamata, ovvero le altre forme che sono letteralmente esplose in questi anni, in particolare dopo l’abolizione dei voucher.

Quando il lavoratore povero avrà esaurito il numero dei rinnovi, avrà perso il lavoro, non sarà più in grado di ricorrere al serbatoio del lavoro nero né ai contatti familiari o amicali attraverso i quali passa la vera ricerca del lavoro in Italia, allora sarà costretto a ricorrere al “reddito di cittadinanza”. Sarà così obbligato a lavorare gratis otto ore a settimana per la durata del sussidio; recarsi più volte al mese ai colloqui obbligatori al centro per l’impiego, frequentare corsi di formazioni considerati necessari per “riqualificarlo”; se non riceverà un’offerta di lavoro soddisfacente, grazie a un data base nazionale dovrà accettarne una fuori dal territorio di residenza. Sarà alimentato il business della formazione (indignati contro quello “dell’accoglienza”, presto di indignerete per quello sul “reddito di cittadinanza”?) con i risultati che già si vedono nel caso Almaviva: un flop. 

Diciassette miliardi di euro all’anno, più due per la “riforma” dei centri per l’impiego, porteranno allo stesso fallimento. Attenzione: non è certo meglio il “reddito di inclusione”, il “ReI” per cui cattolici e piddini si stanno stracciando le vesti chiedendo a DI Maio di rifinanziarlo e trasformarlo nel suo “reddito di cittadinanza”. Sono modelli, leggermente diversi, di una stessa politica: quella del workfare, un sistema autoritario che obbliga il precario a partecipare al mercato per la durata necessaria alla produzione di un effetto statistico sull’occupazione generale. L’intento in questo caso è politico. Il precario è il materiale umano necessario per dimostrare che si sta facendo qualcosa di “dignitoso” per i “poveri”.

Perché il reddito di base

Sono purtroppo sempre più convinto che non basterà attendere la creazione dell’immane sistema burocratico delle politiche attive per i precari, né il fallimento sostanziale di queste politiche nella cosmetica battaglia contro la “povertà”, per dimostrare che quella del “reddito di cittadinanza” – prospettato dai Cinque Stelle – è una pista creata per comprare tempo e dilazionare la crisi del sistema. 

La “sinistra” – sempre che abbia senso questa espressione  – resterà prigioniera del sistema discorsivo del “populismo”. E lo sarà ancora di più rispetto alla modesta “riforma” dei contratti a termine. Ma questa è una bazzecola. Non abbiamo ancora idea di cosa accadrà, a livello di propaganda, quando partiranno i primi decreti sul “reddito”. Basterà rubricare i provvedimenti nella casella di “populismo di sinistra” per neutralizzare la critica, coprire a sinistra un governo razzista, occultare la realtà e neutralizzare la critica al capitalismo di cui tutte queste misure sono il lassativo.

Sta qui l’opportunità politica di parlare di reddito di base, ovvero una misura incondizionata, sganciata dall’obbligo del lavoro a tutti i costi, finalizzata allo sviluppo delle capacità dell’individuo di condurre una vita autonoma (progetto di grande ambizione filosofica e sociale). Tale misura taglia corto: impedisce di creare una nuova burocrazia della disoccupazione e del precariato; è l’antitesi all’immane spostamento di ricchezza che provocherà la “Flat Tax”; è il sostegno a una drastica diminuzione del supermarket dei contratti precari di cui l’Italia detiene il record mondiale. La liberazione della forza lavoro non può che essere accompagnata dalla liberazione dal lavoro precario, mentre il sostegno al lavoratore povero nei periodi di non lavoro dev’essere individuale, senza termine di tempo e riservato a tutti i residenti, dunque anche agli stranieri.

Un’aspirazione, più che una politica effettiva. Certo, al momento è così. E non sarà facile trasformarla. La passività, la disperazione, le trappole discorsive del “populismo” (di destra e di sinistra, né di destra né di sinistra ecc.) costituiscono un formidabile apparato di cattura e di morfinizzazione della politica. Difficile superarlo, oggi.

Ma questo potrebbe essere un modo per uscire dal modo di fare politica che si regge sulla logica del capovolgimento dell’opposto: quella di chi sostiene di agire formalmente per la dignità delle persone e materialmente rafforza le condizioni del loro (auto)sfruttamento.

Tratto da Il Manifesto del 7 luglio 2018

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