Crisi del lavoro, precarietà diffusa e reddito garantito


Luca Santini e Sandro Gobetti

E’ diffusa tra la popolazione una sensazione di incertezza riguardo al futuro, la percezione di essersi lasciati alle spalle una classicità infranta. La contestazione o la disaffezione colpiscono la maggioranza delle forze politiche tradizionali del continente europeo. Al cospetto di un declino sociale che desta preoccupazioni crescenti, è forte la sensazione di trovarsi in un’epoca di mezzo.

E’ impossibile parlare della crisi europea senza riferirsi alla crisi della società salariale. Tutte le opzioni politiche del secolo scorso, quella liberale come quella liberista, quelle progressiste, socialiste, comuniste o socialdemocratiche, anche quelle più radicali, di fatto hanno messo il lavoro al centro della società, ne hanno fatto un perno-motore dello sviluppo e quindi del benessere economico, ma anche dell’affrancamento delle masse e degli individui. Il lavoro inteso come lavoro salariato, anche nelle economie a cosiddetto «socialismo reale», era il fulcro attorno al quale tutta la costituzione materiale della società ruotava e trovava fondamento. Attorno al soggetto lavoratore, in virtù della sua concreta collocazione sociale, si costruivano tutti i diritti di natura individuale e collettiva, che ne tutelavano e valorizzavano lo specifico ruolo di produttore.

Appena qualche decennio fa era legittima l’aspettativa di fare ingresso nella vita sociale trovando una degna collocazione lavorativa ragionevolmente stabile nel corso dell’esistenza, con progressioni di carriera programmate, con una coerenza di massima tra percorso formativo e impiego. Il lavoro, vera architrave del sistema, si collocava esattamente al centro del sistema sociale, quale anello di congiunzione tra pubblico e privato: in riferimento alla sfera pubblica il lavoro era  il contributo che il soggetto offriva al benessere collettivo, pur rimanendo, sul piano privato, un mezzo di autorealizzazione meramente individuale. La centralità del lavoro salariato era poi suggellata da politiche pubbliche orientate al raggiungimento dell’obiettivo del pieno impiego. A chiusura del sistema era poi progettato un sistema di assicurazione sociale capace di neutralizzare i rischi che avrebbero potuto compromettere la capacità di prestare il lavoro: disoccupazione, malattia, vecchiaia, carichi familiari. Le centralità del lavoro salariato e l’insieme di tutele che da esso si dipanavano costituivano un corpus di regolamentazioni compatto che a buon diritto possiamo definire classico. Si trattava di un vero e proprio modello, quello appunto che va comunemente sotto il nome di modello sociale europeo.

 

La prima disoccupazione di massa e la crisi della società salariale

L’epoca post-classica ha il suo momento di debutto a partire dagli anni Ottanta, momento in cui si materializza in Europa, per la prima volta dal dopoguerra, il fenomeno della disoccupazione di massa. Lo shock  petrolifero e l’avvio di una riconversione industriale su larga scala fecero emergere il problema di una massiccia e strutturale eccedenza di offerta di lavoro; i contemporanei ne rimasero enormemente colpiti e gli interpreti più autorevoli non esitarono a cogliere le implicazioni di fondo che il ritrarsi del lavoro comportava.

In effetti il tasso di disoccupazione nell’Europa del dopoguerra era stato a lungo e costantemente molto basso. Nei paesi che componevano la Comunità economica europea la disoccupazione nel 1960 era pari a circa il 2,5% della forza lavoro, con differenze territoriali che andavano da una percentuale inferiore all’1% nella Germania occidentale, o pari all’1,5% in Francia o di poco superiore al 5% in Italia[1]. Nel 1970 il tasso medio di disoccupazione era ancora pari al 2,5%, mentre a partire dal 1975 si assiste a un incremento vertiginoso del tasso di disoccupazione che balza dapprima al 4,1% e poi in una lenta salita giunge nel 1980 al 5,8%, al 6,9% nell’anno successivo, e all’8,1% nel 1982 per poi giungere al picco del 9,3% nel 1987. Negli anni successivi si è avuto un recupero parziale dell’occupazione anche se come è noto non si sono più ripetute le straordinarie performance economiche degli anni Cinquanta e Sessanta. Dopo il parziale recupero dei primi anni Duemila, il decennio si è chiuso con la più grave crisi economica ed occupazionale dagli anni Trenta ad oggi, e di conseguenza il tasso di disoccupazione ha raggiunto nella zona dell’euro la soglia inedita del 10,9 (dopo aver raggiunto il picco dell’11,8%).

E’ interessante rileggere quale fu negli anni Ottanta la reazione degli interpreti e degli studiosi, al primo emergere del fenomeno della disoccupazione oggi risorgente (in forme peraltro più gravi rispetto ad allora). Non si ebbe, al contrario di oggi, alcuna sottovalutazione del problema né tanto meno alcuna fiducia in una «ripresa» miracolistica che avrebbe portato per incanto il ciclo economico ai livelli antecedenti alla crisi. Era chiara al contrario la percezione della disoccupazione come sintomo dell’infrangersi di equilibri classici ormai irripetibili; forte era dunque l’invito a gettare ex novo le fondamenta del patto sociale.

Ralf Dahrendorf, ad esempio, parlava di una nuova disoccupazione che rispetto alla grande disoccupazione «classica» degli anni Trenta aveva di specifico che i disoccupati erano diventati superflui. Si era cioè ben lontani dalla situazione di scarsità cui Keynes cercava di porre rimedio mediante un intervento pubblico nell’economia, un aumento dei salari e un rilancio della domanda aggregata. La disoccupazione degli anni Ottanta cadeva in una situazione di abbondanza, sicché appariva tangibile agli occhi di un liberale come Dahrendorf il rischio che si giungesse alla formazione di una società cristallizzata in tre gruppi reciprocamente segregati e non comunicanti: un dieci per cento di popolazione occupata in posizione di vertice, un ottanta per cento di classe operaia salariata nel mezzo e un ulteriore dieci per cento di sotto-classe di disoccupati alla base. Che fare di questo gruppo di emarginati? Come uscire da un’empasse che metteva in pericolo la democrazia? L’analisi approda sul terreno dell’utopia, lo studioso chiede di progettare un futuro in discontinuità con il passato: «la società del lavoro si dilegua. Quel che accade oggi nel mondo non è soltanto un singhiozzo nella storia della società del lavoro. Ognuno si aggrappa disperatamente ai valori di ieri, benché diventi sempre più chiaro che essi non corrispondono alle realtà di domani»[2].

Non si continui dunque, ammonisce il sociologo liberale, con le traiettorie già sperimentate. La crisi del lavoro non va letta in modo consolatorio come momentaneo ripiego congiunturale di un crescita altrimenti illimitata, al contrario vanno tratte tutte le conseguenze della fase per progettare da subito una realtà sociale fondata su nuovi principi.

Negli stessi anni, sempre in territorio tedesco ma sul fronte socialdemocratico, gli fa eco Oskar Negt che dalla crisi del lavoro trae spunto per assegnare compiti nuovi ai vari attori sociali, sindacato in testa. Non è sopportabile, infatti, lo scandalo di una società che «rischia di soffocare nella ricchezza e nella produzione eccedente e, allo stesso tempo, è incapace di assicurare a milioni e milioni di persone il minimo civile perché possano condurre un’esistenza umana»[3]. Anche da queste pagine sbalza fuori l’invito a cambiare di paradigma, a rifiutare l’atteggiamento dei cosiddetti realisti che «continuano a fare esperimenti con il prolungamento del presente nel futuro, o con riti funebri che tengono lontano il passato»[4]. Di fronte al semplice e nudo fatto che i posti di lavoro disponibili non solo diminuiscono sempre più ma che ben presto molti di quelli esistenti saranno del tutto scomparsi, si impone secondo Negt un rovesciamento di prospettiva di 180 gradi. La stessa temporalità quotidiana deve cambiare: se la giornata lavorativa è stata per secoli il centro e il punto di partenza per l’organizzazione della giornata da vivere, nel prossimo futuro si avrà la situazione inversa, sarà la giornata da vivere a stabilire e a giudicare quanto dovrà durare e come dovrà essere la giornata lavorativa.

Quando toccò a Jürgen Habermas prendere parola nel dibattito, il filosofo lesse il fenomeno sociale contingente della disoccupazione entro il vasto quadro della storia moderna: «l’idea utopica di una società basata sul lavoro ha smarrito il suo potere persuasivo, non perché le forze produttive abbiano perso la loro innocenza, o perché l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione non abbia condotto di per sé all’autogestione dei lavoratori. Ciò è accaduto perché l’utopia ha perso il suo riferimento alla realtà»[5].

Il rifiuto di ogni interpretazione «minimalista» della disoccupazione di massa degli anni Ottanta ebbe fautori anche in Francia, soprattutto con la cosiddetta scuola della regolazione e con la sua insistenza sull’avvento di una nuova era della società salariale. Vi è poi da segnalare anche la lucida utopia di André Gorz che a partire dalla dissoluzione dei rapporti capitalistici arrivava a preconizzare l’avvento di una «non classe di non lavoratori»; con la sua critica radicale all’ideologia del lavoro e all’etica della produzione Gorz leggeva l’avvento della disoccupazione come una crisi epocale: «la crisi è, di fatto, ben più fondamentale di una semplice crisi economica e sociale. E’ il crollo dell’utopia sulla quale sono vissute le società industriali da due secoli a questa parte»[6].

La prognosi di importanti e forse decisivi cambiamenti imminenti nelle fondamenta  della società salariale sembra dunque negli anni Ottanta una sorta di communis opinio di tutti gli interpreti, almeno tra coloro che  muovono a vario titolo da un approccio critico rispetto all’economia di mercato. Questa stessa ispirazione razionalmente utopistica troverà poi espressione nel (di poco successivo) bestseller dell’americano Jeremy Rifkin con la sua profezia circa la fine del lavoro: «dopo secoli in cui si è definito il valore dell’uomo in termini strettamente produttivi, la sostituzione massiccia del lavoro umano con quello delle macchine lascia la massa lavoratrice priva di un’auto-definizione e di una funzione sociale»[7].

 

L’avvento del precario

Le posizioni fin qui richiamate si dividevano di fatto in due filoni essenziali: da un lato coloro che proponevano una vasta redistribuzione del lavoro disponibile mediante la riduzione generalizzata della giornata lavorativa, dall’altra coloro che auspicavano l’istituzione di una misura di garanzia del reddito indipendente dal lavoro, per sdrammatizzare il dilemma della disoccupazione e per consentire al contempo l’attivazione dell’individuo anche oltre la sfera produttiva formale.

Le politiche pubbliche che seguirono, come è noto, hanno disatteso l’una e l’altra aspettativa. Quanto all’ipotesi della riduzione dell’orario di lavoro la risposta è stata nel senso di una completa disarticolazione del mondo produttivo organizzato, sostituito proprio a partire dagli anni Ottanta da una produzione flessibile, segnata da impieghi temporanei e precari, con un’altissima incidenza del lavoro autonomo[8]. In un contesto economico così trasformato e in un mondo del lavoro così frammentato, la riduzione dell’orario del lavoro per legge sembra ormai un’ipotesi scarsamente percorribile, a causa del collasso delle condizioni strutturali per la programmazione di un intervento così impegnativo di politica economica. I Governi hanno invece mosso dei passi significativi nella direzione della garanzia di un reddito indipendente dal lavoro, anche se con esiti diseguali e ancora incompleti nei vari Paesi europei. Accanto a sistemi generosi (come in Scandinavia e in alcuni paesi nord-europei) capaci di sostenere l’individuo nelle fasi di transizione lavorativa senza mortificarne la dignità e l’autonomia, ci sono dei modelli di reddito minimo più restrittivi quanto ai criteri di accesso (come in Gran Bretagna o in Francia), o addirittura contesti in cui il legislatore ha totalmente omesso di istituire strumenti di protezione del reddito universalistici e di base (questo è il caso dell’Italia)[9].

D’altra parte, anche dove è stata imboccato con decisione la strada della garanzia del reddito, vi è da registrare in epoca più recente il passaggio dalle politiche di welfare alle politiche di workfare, diffuse un po’ in tutto il continente europeo, caratterizzate da obblighi sempre più stringenti ad accettare le offerte di impiego in cambio di sussidi di disoccupazione sempre meno generosi. Questi meccanismi hanno rappresentato, a ben vedere, il tentativo di rilanciare artificialmente l’idea di piena occupazione. In ogni caso la  deregolamentazione del mercato del lavoro (anche laddove è stata combinata con l’istituzione di nuovi strumenti di  tutela del reddito) non ha certo posto riparo alla grave crisi sociale indotta dalla trasformazione della società salariale. Le voci che si levavano negli anni Ottanta a favore di un profondo ripensamento dei fondamenti politici della società europea non hanno ancora trovato risposta adeguata, come ad esempio sarebbe potuto essere un diritto al reddito su scala continentale. Al contrario, la fase economica negativa dei primi 15 anni del duemila, ripropone il  tema della disoccupazione in termini ancora più drammatici poiché alla figura del «senza lavoro» si affianca oggi del «lavoratore precario» e del «lavoratore povero», formalmente inserito nel sistema produttivo ma ugualmente esposto al rischio di povertà e di esclusione sociale.

 

Precari di prima e seconda generazione

Gli anni e i decenni trascorsi dalla fine del regime fordista senza che si ponesse rimedio alla condizione dei precari non sono stati privi di conseguenze; la perdurante inerzia della politica nel trovare forme di regolamentazione e di tutela sociale adeguate all’avvento della «produzione flessibile», ha indotto la nascita di una nuova specie di precari, precari della crisi, di prima e successivamente di «seconda generazione»[10].

Il passaggio dalla prima alla seconda generazione di precari è segnata tanto da trasformazioni oggettive della sfera della produzione, quanto da scarti sul piano soggettivo. La «prima generazione» di precari, i post-fordisti, risultavano insediati prevalentemente nel settore dei servizi e del lavoro immateriale, segnalando la fine della centralità della fabbrica fordista e del lavoro dipendente ed esercitavano in una certa misura una ricerca consapevole verso una flessibilità in grado di offrire opportunità professionali nuove. In ragione della contiguità storica e sociale con l’operaio fordista la prima generazione di precari risultava provvista di una soggettività politica con la memoria viva delle garanzie tipiche del diritto del lavoro; non appariva aliena alla grammatica dei diritti, delle tutele, delle garanzie welfaristiche, sulla quale si era esercitato per decenni il discorso politico del movimento operaio tradizionale. C’era, per questo precario di prima generazione, una complicata ricerca di equilibrio tra innovazione sul piano personale e ricerca di garanzie sul piano della tutela collettiva. Il prefisso post con il quale veniva caratterizzato (postfordista, postindustriale, postmoderno, etc.) rende ben conto della natura ancora anfibia di questo soggetto.

Nel tempo però la precarietà ha proceduto a una generalizzazione tale da divenire trasversale al piano sociale e culturale, conquistando (o meglio dominando) l’intera forza lavoro. A partire dai primi anni del nuovo millennio, a circa 20 anni dalla sua nascita, si può parlare di una precarietà di seconda generazione per la quale pare non esserci uno spazio altro rispetto a questa condizione divenuta ormai strutturale e pervasiva dell’intero spazio-tempo di vita. Per questi precari, rispetto a quelli definiti post-fordisti, non esiste alcun riferimento al precedente sistema di garanzie del lavoro; il fordismo e i suoi diritti sono qualcosa di già definitivamente superato anche nel ricordo e non costituiscono in alcun modo un riferimento per lotte presenti. Politicamente questo soggetto di seconda generazione non guarda più alle tutele del passato, non porta con sé neppure la memoria del diritto del lavoro classico.

Se il precario di prima generazione poteva ancora avvantaggiarsi dell’accesso, in anteprima e talvolta addirittura in esclusiva, a nuovi settori produttivi (quali l’informatica, la comunicazione, i servizi), il precario di seconda generazione si trova a confrontarsi con il problema di un’economia in crisi, svincolata dal corpo sociale e dai suoi effettivi bisogni, che non sa bene che cosa produrre e perché produrlo, un’economia per la quale non vi è più certezza su cosa fondare la propria accumulazione di capitale. Le politiche neoliberiste e di deregulation succedutesi dagli anni Settanta ad oggi (anche nel rapporto di lavoro) hanno determinato una crescente frammentazione sociale e un progressivo isolamento del produttore. Anche le reti di cooperazione sociale non rappresentano più, per il nuovo soggetto, un argine adeguato di fronte alle incertezze del mercato. Il contenuto della prestazione lavorativa, appare sensibilmente svalorizzato e standardizzato; il novero di competenze tecnologiche e informatiche che un tempo era esclusivo appannaggio del produttore freelance, si è adesso massificato, ridotto in moduli formativi omogenei, deprezzato secondo i criteri di mercato. Deriva da un tale svolgimento un soggetto in crisi non più circoscritto ad un settore produttivo, ma esteso all’intera società, paradigmatico dell’intera produzione.

Lontani dai comuni strumenti delle politiche del lavoro presenti sul territorio, e poco coinvolti nelle iniziative organizzate dalle rappresentanze sindacali, fronteggiano questa sorta di «privatizzazione dei rischi sociali» verso cui ciascun precario di seconda generazione esprime tutto il suo disorientamento, la sua difficoltà di reazione.

Il precario di seconda generazione, in definitiva, è un soggetto sensibilmente più povero rispetto al suo predecessore, sia dal punto di vista politico che da quello economico. Il contenuto del lavoro si è fatto standardizzato, il livello delle retribuzioni si è abbassato fino al livello della mera sussistenza, la capacità rivendicativa appare assopita dall’accettazione del dato di fatto. Il precario attuale si vede espropriato di ogni residua capacità progettuale, vive in un eterno presente in cui «ora è la parola chiave della strategia di vita»[11].

Per quanto riguarda l’orizzonte italiano i dati ci parlano di una forza lavoro sfiduciata, composta di circa 3 milioni di under-30 in condizione di totale dipendenza dalla famiglie di origine, in una sorta di limbo esistenziale, tra un contratto precario e l’altro, al di fuori di qualsiasi percorso formativo o lavorativo. In questa che è stata definita neet generation (né occupata, né in formazione) vi è un misto di sfiducia per la mancata realizzazione delle aspettative, di rabbia per una condizione sociale inaccettabile,  di pragmatico «rifiuto» nei confronti di un mondo del lavoro respingente che non lascia quasi più speranze di successo e di affermazione personale.

 

Precari pensionati e futuri poveri? Il caso italiano.

Risale al 3 ottobre 2005 il primo grido di allarme di  Eurostat, che segnalava il rischio povertà per le popolazioni europee, tra queste l’Italia si presentava con un dato previsionale spaventoso,  e cioè che il 42,5% della popolazione era a rischio povertà negli anni a venire[12]. A distanza di 10 anni da quella nota di Eurostat tutti i dati sulla povertà e sul rischio esclusione sociale sono in costante aumento e purtroppo con molta probabilità gli anni futuri recheranno il frutto avvelenato delle scelte non compiute. Possiamo infatti dire che oggi coesistono più generazioni vittime delle forme di precarizzazione. Ci troviamo in presenza di un numero di persone in notevole aumento e che se avrà risparmiato qualcosa nel corso della vita forse avrà di che vivere, altrimenti sarà la prima vera generazione di nuovi poveri senza alcuna tutela. Il punto è che essere riusciti a risparmiare, per questa generazione di precari oggi avviata alla pensione (ad esempio appunto la prima generazione che oggi ha tra i 50 ed i 55 anni), sarà stato quantomeno poco probabile visto che le condizioni di precarietà non permettono affatto il ricorso al risparmio.

Alla prima generazione di precari verrà dunque richiesta una disponibilità al lavoro permanente e per un lavoro qualsiasi (per pura sopravvivenza) anche in età avanzata. Inoltre, ad un certo punto, ci troveremo a fare i conti con un altro elemento, cioè la fine del cosi detto welfare familistico, tipico del contesto italiano, e cioè al fatto che il gravame della mancanza di tutele sociali è stato di fatto demandato nel passato ad un redistribuzione economica intra-familiare. Il ritardo accumulato dal nostro paese nell’avviare strumenti di reddito minimo garantito universali, e la delega sostanziale alle famiglie di occuparsi di una redistribuzione del risparmio al proprio interno, dimostra di nuovo come il rischio povertà possa ampliarsi costantemente. E’ facile prevedere che il risparmio accumulato nei precedenti anni, in particolare dalle generazioni dal dopoguerra in poi, sarà definitivamente eroso, e la redistribuzione intra-familiare subirà una crisi definitiva. Figli e nipoti non potranno più contare su quel minimo indispensabile “donato” dai familiari più anziani quando i tempi si fanno duri e viceversa gli stessi figli e nipoti (precari o neet che siano) non saranno in grado di sostenere i familiari più anziani. I precari di prima generazione non avranno più aiuti dalla famiglia di origine, allo stesso tempo i componenti più anziani non saranno in grado di sostenere i propri figli e questi ultimi (precari di future generazioni) non potranno sostenere i loro genitori.

Il rischio di ritrovarsi di fronte ad una “folla solitaria” di nuovi poveri è già oggi presente e dove non presente è li a venire: pensionati o anziani di oggi, i precari di prima generazione (quelli che oggi hanno tra i 45\55 anni), i precari di seconda generazione (quelli tra i 25\45 anni), la generazione neet (tra i 14\25 anni), le donne con figli, le famiglie con almeno due figli ed uno stipendio, i disabili, gli invalidi da lavoro, i detenuti o ex detenuti, gli immigrati, le figure operaie ormai in dismissione, gli informatici non più spendibili sul mercato perché con competenze ormai arretrate etc. stanno alimentando l’esercito dei senza diritti! Il punto è, come si intenderà governare questo rischio di generalizzazione della povertà? Si creeranno nuove “enclave” di ceti permanentemente dentro la sfera della povertà? Si governeranno queste enclave con la sola forza dell’ordine? SI avranno permanenti guerre tra poveri? Permanenti ghetti ai bordi delle grandi metropoli? Oppure al contrario vi sarà la lungimiranza di definire nuovi diritti per costruire un nuovo senso di cittadinanza?

Il nodo della tutela di questo “precariato sociale” appare sempre più ineludibile. L’assenza di un adeguato sostegno economico, come un reddito garantito, determina la ricattabilità di questi soggetti ed in particolare del lavoratore precario ed il suo vivere perennemente sulla soglia dell’esclusione determina di fatto la rinuncia forzata al futuro. Non è affatto allarmistico il richiamo di Guy Standing sul rischio che il perdurante disimpegno della politica nel delineare una strategia per contrastare la precarietà possa consegnare la nuova «classe pericolosa» costituita dai precari a un «inferno» populista e neo-fascista. Andrebbe invece delineata quella che Standing chiama «una politica del paradiso» che abbia al suo centro proprio l’istituzione di una misura di  tangibile ed efficace garanzia del reddito[13].

 

Difficili scenari per il futuro

Assai difficilmente i meccanismi spontanei del mercato e la semplice ripresa del ciclo economico potranno porre riparo a una condizione sociale così compromessa. L’Ocse applicando dei sistemi di analisi molto innovativi ha pubblicato un rapporto che analizza le possibilità di crescita a lungo termine dei Paesi più industrializzati[14]. Da questo studio emerge ad esempio che nel periodo 2011-2060 il Pil italiano, salvo l’emergere di fattori di innovazione radicale ad oggi imprevedibili, crescerà in media solo dell’1,4% annuo, un tasso di crescita largamente insufficiente a riassorbire la disoccupazione indotta dalla crisi economica degli ultimi anni. Una situazione sostanzialmente stazionaria caratterizzerà il resto delle economie industrializzate, con una Germania ferma nel cinquantennio a una crescita dell’1,2% annuo e con una media per i Paesi dell’Osce pari al 2%.

Le analisi più accreditate non mettono dunque all’ordine del giorno l’eventualità di una crescita sostenuta capace di rilanciare in grande stile l’accumulazione e, di riflesso, l’occupazione. D’altra parte gli outlook sulla fuoriuscita dalla crisi additano come settori produttivi del futuro dei campi che si prestano al massimo a una creazione di manodopera e di processi produttivi iper-specializzati e di breve periodo, o comunque caratterizzati da una consistente dose di precarietà. Tra i settori rispetto ai quali si giocherà il successo economico del prossimo futuro si possono annoverare la ricerca scientifica, la medicina applicata (soprattutto macchinari per la diagnostica e creazione di nuovi farmaci), la circolazione delle informazioni, la tecnologia dei materiali e dei trasporti. E’ lecito aspettarsi un vero e massiccio rilancio dell’occupazione dagli investimenti in queste produzioni? Su un versante diverso, per certi versi opposto, quasi anti-tecnologico, hanno una consistente possibilità di sviluppo una serie di servizi personalizzati e di prossimità, legati all’accudimento, all’alimentazione, al benessere, alla socialità (massaggi, produzioni agricole biologiche, organizzazione di eventi a livello locale, ecc). E’ sostenibile pensare, però, che un’economia semi-informale di questo genere possa generare impieghi stabili e adeguatamente garantiti?

Non c’è da dubitare, insomma, che il futuro sarà all’insegna della precarietà esistenziale dei produttori. Qualsiasi piano per la creazione del lavoro dovrebbe riuscire a confrontarsi in modo convincente con questi ineludibili nodi strutturali.

 

Prospettive politiche

Il tema della tutela del reddito si impone dunque come cruciale e ineludibile per sortire in modo virtuoso da questa lunga crisi europea. In effetti l’opinione pubblica del continente appare, su questo argomento, molto meno statica di quel che sembra. Una ricca serie di iniziative in materia di reddito garantito si è susseguita negli ultimi tempi. Possiamo in questa sede offrirne un richiamo soltanto schematico:  in Spagna è stata depositata ad inizio 2015 una iniziativa di legge popolare e di conseguenza ha preso avvio una campagna di raccolta delle firme per l’introduzione di un reddito di cittadinanza «individual, universal, unconditional». In Svizzera sono state raccolte invece circa duecentomila firme necessarie a sostenere l’istituzione di un referendum sull’introduzione del reddito di cittadinanza su una proposta che prevede che la Svizzera conceda 2500 franchi svizzeri al mese a ogni cittadino maggiorenne.

Sul piano invece della politica continentale va segnalata la conclusione della campagna per un “reddito di base incondizionato” lanciata dodici mesi fa nella forma dell’ICE (iniziativa dei cittadini europei, strumento che come noto consente di presentare petizioni alla Commissione e al Parlamento europei con il sostegno di un milione di firme di cittadini dell’Unione). La campagna si è conclusa purtroppo senza successo, anche se è stato raggiunto il ragguardevole risultato di ben 285.042 firme di cittadini europei nei 28 paesi.

Cosi come interessanti sono alcune proposte che stanno emergendo in alcuni paesi europei relative ad un nuovo rilancio del reddito minimo garantito ma con forme di condizionatezza meno stringenti come ad esempio nella  proposta della Regione francese dell’Acquitania[15], nelle proposte di numerosi Comuni in Olanda[16] su un reddito minimo incondizionato, o le proposte provenienti dalla Finlandia[17] a dimostrazione di un dibattito molto più ampio in merito al reddito garantito[18].

In Italia giace in Parlamento dal 15 aprile 2013 una proposta di legge di iniziativa popolare[19] appoggiata nel corso dell’anno precedente da oltre 60.000 cittadini e da oltre 170 tra associazioni, comitati, partiti politici. L’articolato di legge è ispirato a quanto di meglio avviene nei vari Paesi europei sul fronte della tutela del reddito e si pone nel solco delle indicazioni offerte dal Parlamento europeo nella risoluzione del 20 ottobre 2010 «sul ruolo del reddito minimo nella lotta contro la povertà e la promozione di una società inclusiva in Europa».

Nella primavera del 2015 ha preso corpo in Italia una seconda campagna di raccolta firme (ne sono state raccolte oltre 80mila) definita: “100 giorni per un Reddito di Dignità”[20]. Nei testi di indizione dell’iniziativa si segnalava l’aggravarsi delle condizioni sociali ed economiche per ampi strati della società italiana a causa dell’aggravarsi della crisi, ma ancor più si segnalava l’urgenza dell’introduzione di una misura di garanzia del reddito. Questa campagna assegnava ai promotori un tempo ben preciso per attivarsi, 100 giorni, ma altrettanto imponeva alle istituzioni di dibattere e introdurre una legge sul reddito minimo garantito entro le stesso arco di tempo. In questa seconda campagna sociale la platea dei partecipanti alla raccolta firme è divenuta ancora più ampia che nella prima. Hanno partecipato non solo centinaia di associazioni, ma anche enti locali, sindaci, giunte comunali sparse in tutto il paese, ma anche sindacati e studenti. L’iniziativa, che ha visto il ruolo principale e trainante dell’associazione “Libera contro le mafie” ha visto la partecipazione di un fascio di realtà sociali estremamente “trasversale”. Dai cattolici di base agli studenti, dalle realtà di lotta per i diritti sociali a quelle di contrasto alla povertà, dai partiti agli enti locali. Insomma una trasversalità “popolare” oseremmo dire, che ha funzionato anche da termometro delle condizioni di difficoltà economica che di volta in volta venivano denunciate, e che ha evidenziato anche quanto il tema del reddito minimo garantito sia stato ormai “fatto proprio” da migliaia di persone che infatti si sono mobilitate per questa campagna. La piattaforma della campagna, articolata in 10 punti, esprimeva con chiarezza alcuni concetti di base per la definizione, auspicata, di una legge. Si trattava di una sorta di “guida ai principi irrinunciabili”. Si chiese inoltre un impegno ad personam ai parlamentari dei diversi schieramenti a partire dalla loro firma a questa piattaforma cosi da favorire l’unificazione delle diverse proposte di legge depositate[21] cosi da poter “unire” le forze politiche intorno ad una unica proposta. In questo senso la campagna dei “100 giorni per un reddito di dignità” ha voluto segnare il passo, tentare un allungo, definire una proposta ed arrivare ad avere finalmente il riconoscimento e l’istituzionalizzazione di un nuovo diritto nel nostro paese.Purtroppo il Governo italiano sembra in verità piuttosto refrattario a incamminarsi su questa strada.

L’incalzare della crisi e la compiuta maturazione del dibattito costituiscono obiettivamente dei punti a favore della battaglia per il reddito garantito. La politica dei singoli Stati nazionali appare però ancora drammaticamente debole e incapace di prendere decisioni coraggiose ed ancor più non vi sono segnali forti dalle istituzioni europee per una misura che coinvolga tutti i cittadini del continente. L’Unione europea dovrebbe prendere un’iniziativa forte nel senso della tutela della dignità e del «diritto ad esistere». Reddito garantito e tassazione a livello continentale delle transazioni finanziarie, potrebbe questo binomio essere la base per la costruzione non più rinviabile di un’Europa sociale? Noi lo stiamo aspettando.

 

Luca Santini, Presidente BIN Italia

Sandro Gobetti, Coordinatore BIN Italia

 

Note:

[1] Questi e i successivi dati sono tratti dal database di contenuto macroeconomico denominato  AMECO pubblicato a cura della Commissione europea

[2]R. Dahrendorf, «La società del lavoro in crisi», conferenza tenuta nel gennaio 1986, contenuta nel volume Per un nuovo liberalismo, Laterza, 1988 (ediz. orig. tedesca del 1987).

[3] O. Negt, Tempo e lavoro, Edizioni Lavoro, 1988 p. 7 (ediz. orig. tedesca del 1984).

[4] Idem, p. 136.

[5] J. Habermas, La nuova oscurità. Crisi dello Stato sociale ed esaurimento delle utopie, Edizioni Lavoro, 1998 (ediz. orig. tedesca del 1985).

[6] A.Gorz, Metamorfosi del lavoro. Critica della ragione economica, Bollati Boringhieri, 1992 (ediz. orig. francese del 1988).

[7] J. Rifkin, La fine del lavoro. Il declino della forza lavoro globale e l’avvento dell’era post-mercato, Baldini&Castoldi, 1995 (edizione originale dello stesso anno).

[8] L’avvento della precarietà trova ovviamente riscontro anche nel dibattito teorico e sociologico, dagli autori concentrati sul tema del «lavoro che manca» si passa nei decenni successivi agli autori che studiano «il lavoro che si trasforma». Pochi nomi fra tutti: Ulrich Beck, Zygmunt Baumann, Manuel Castells, Richard Sennett.

[9] Per una ricostruzione approfondita sui sistemi di protezione del reddito in Europa si veda il volume del BIN-Italia, Reddito minimo Garantito. Un progetto necessario e possibile, Edizioni GruppoAbele, 2012.

[10] Abbiamo per la prima volta fatto riferimento alla nozione di precario di seconda generazione in S. Gobetti, L. Santini, «La necessità dell’alternativa. Il precario della crisi e il reddito garantito», pp. 46-57, nel volume del Basic Income Network – Italia, Reddito per tutti. Un’utopia concreta per l’era globale, Manifestolibri, 2009. Sul medesimo concetto si veda pure, nello stesso volume, A. Tiddi, «La soglia critica del reddito di cittadinanza», pp. 223-229.

 

[11] Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari 2008, il corsivo è nostro.

[12] Eurostat 3 ottobre 2005

[13] G. Standing, «Il precariato: da denizen a cittadino?», contenuto negli atti del meeting del BIN-Italia Bella disarmante e semplice. L’utopia concreta del reddito garantito. Si veda pure, per una disamina più ampia, Guy Standing Precari. La nuova classe esplosiva, Il Mulino, 2012, già pubblicato in inglese con il titolo Guy Standing, The Precariat the new dangerous class, Bloomsbury 2011  o anche il libro A.Tiddi, Precari, percorsi di vita tra lavoro e non lavoro, Derive Approdi, Roma 2002

[14] Organisation for Economic Cooperation and Develompent (OSCE), Looking to 2060: long-term global growth prospects, 2012.

[15] Il Consiglio Regionale Aquitania ha approvato progetti pilota per testare l’introduzione di una “RSA incondizionato”. Il Revenu de Solidarité Active o RSA, è l’attuale strumento presente in Francia di reddito minimo garantito che prevede un means test per potervi accedere. L’incondizionalità proposta su questa misura del RSA comporterebbe di fatto la fine della condizionalità al lavoro come requisito per poter accedere a ricevere il reddito minimo e renderebbe dunque questa misura  meno discriminatoria e meno burocratica. (Tratto da www.bin-italia.org)

[16] In Olanda stanno aumentando i progetti pilota di numerosi enti locali per prendere in considerazione l’introduzione di una  misura di reddito minimo garantito ed incondizionato. Sono oltre 30 comuni olandesi che stanno valutando questa ipotesi. In particolare la città di Utrecht, la quarta città più popolata dei Paesi Bassi, ha infatti attirato una forte attenzione di recente – anche a livello internazionale – con l’annuncio di volere lanciare un progetto pilota entro la fine dell’anno per garantire un reddito di base incondizionato ai suoi residenti. (tratto da www.bin-italia.org)

[17] Prima delle elezioni politiche del 2015 vi era stato un forte dibattito da parte di tutte le forze politiche finlandesi per arrivare a definire una proposta di reddito minimo incondizionato nel paese. Tale proposta è ora parte del programma di governo. (tratto da www.bin-italia.org)

[18] A tal proposito si può seguire il ricco dibattito proposto dalla rete mondiale per il reddito di base (BIEN) e dalla rete europea UBIE.

[19] Per maggiori informazioni visitare il sito www.redditogarantito.it oppure www.bin-italia.org

[20] Per maggiori informazioni visitare il sito www.campagnareddito.eu oppure www.bin-italia.org oppure sul sito www.libera.it

[21] In quella fase ben due erano le proposte di legge in discussione alla Commissione Lavoro del Senato, una a firma Movimento 5 Stelle ed una a firma Sinistra Ecologia Libertà

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