Che cos’è il “reddito di nascita” di Beppe Grillo


Roberto Ciccarelli

Italia paese di poeti, santi e teorici del reddito di cittadinanza. Ecco l’ultima trasformazione: il reddito di nascita di Beppe Grillo. Perché questa formulazione del “reddito di nascita” è una critica alla proposta sul “reddito minimo” del Movimento Cinque Stelle ed è anche il gemello terribile nazionalista del reddito di base. In questa mappa si spiega cosa sono le “politiche attive”, perché la “sinistra” è d’accordo (oppure non sa cosa sono) e a cosa serve questo nuovo lavoro di chi cerca un lavoro. Quella di Grillo è una critica marxista, come dicono alcuni commentatori? No, ecco perché. In questa mappa si traccia un’alternativa a partire dal concetto folgorante di “forza lavoro” creato da Marx. L’analisi

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In un post sul suo sito intitolato “La società senza lavoro”, sotto il quadro inappropriato del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, Beppe Grillo ha fornito una nuova declinazione del “reddito di cittadinanza”: il reddito di nascita.

UNA CRITICA (INVOLONTARIA)?

L’uscita può essere intesa in due modi. Il primo come una critica indiretta alla proposta del Movimento 5 Stelle, di cui Grillo è cofondatore, dopo che Pasquale Tridico – indicato da Di Maio come ministro del lavoro in pectore del “governo” Cinque Stelle – ha precisato il significato del “reddito di cittadinanza” che ha contribuito alle fortune elettorali del movimento giunto al 32% il 4 marzo scorso.

Il reddito di cittadinanza, ha scritto Tridico,  è «un reddito minimo condizionato alla formazione e al reinserimento lavorativo». Non è  l’erogazione di un reddito a vita solo ai cittadini ma un percorso attraverso il quale precari e disoccupati devono “attivarsi” sul mercato del lavoro, aumentano il tasso di partecipazione al mercato del lavoro e risolvono il conflitto con l’Ue sulla crescita potenziale del Pil.

L’articolo di Tridico ha dimostrato l’apporto economico della “mobilitazione” dei precari rispetto alla quadratura dei bilanci dello Stato controllati dalla Commissione Ue e il ruolo delle statistiche che registrano l’aumento della partecipazione di un milione di precari (questa è la stima) e dimostrano lo “stato di salute” di un’economia basata su bolle occupazionali.

Il post di Grillo è una critica, probabilmente involontaria, a un sistema che crea un nuovo tipo di lavoro: il lavoro di chi cerca lavori. Può essere intesa così la descrizione che Grillo fa del “lavoro” in una società “del non lavoro”. Si tratta di un sistema crea “un lavoro perché la gente non sa di che vivere”. Questo è un modo per fare cercare “un qualcosa che non c’è. O meglio, non c’è più, nel posto sbagliato”.

Questo è, in sintesi, il lavoro di chi cerca lavori in un sistema dove il “reddito minimo” è collegato alle “politiche attive” di inserimento e formazione professionale.

Il “reddito di nascita” proposto da Grillo potrebbe sollevare almeno 14 milioni di italiani (il totale dei “poveri assoluti” e di quelli “relativi” nativi) dalle conseguenze di questo sistema.

Ma non è così semplice perché il “reddito di nascita”, così prospettato, crea una serie di problemi non secondari.

CHE COS’E’ IL “REDDITO DI NASCITA”

“Reddito di nascita” significa che ogni “cittadino”, nato sul suolo patrio, ha diritto a un’erogazione monetaria di base incondizionata. Nella proposta di legge sul “reddito di cittadinanza” di cui tanto si discute è pari a 780 euro. I Cinque Stelle l’hanno calcolato sulla base del 60 per cento del reddito mediano netto in Italia, ponderato sulla composizione del nucleo familiare.

Ancorare il reddito a un “diritto di nascita” significa praticare un universalismo selettivo. Per di più in un paese che ha faticato ad approvare persino una modesta legge sullo “Jus soli”, ha rimosso l’esigenza di ripensarne una sulla cittadinanza, mentre continuano le strette securitarie sui migranti.

Figuriamoci che cosa può accadere – a cominciare dal partito di riferimento di Grillo – nel momento in cui un parlamento iniziasse a discutere il delicato tema: il reddito di nascita riguarderebbe anche gli 800 mila figli nati da genitori immigrati in Italia? Escluderebbe i genitori. Per non parlare degli stranieri che risiedono nel nostro paese.

Al di là degli schemi “lavoristi” che impediscono alla maggioranza dei commentatori e dei partiti politici di comprendere la natura della proposta e il suo senso politico oggi, l’universalità selettiva del “reddito di nascita” è in continuità con una visione del mondo dove le persone sono distinte in base al possesso della nazionalità di uno Stato ricco.

L’obiettivo sembra essere quello di istituire una “comunità” che “protegge” i cittadini nazionali in una crisi che, in fondo, non è più solo una “crisi”. “Penso che prima di tutto questo non sia un periodo di crisi. Se lo fosse non durerebbe da più di 10 anni. Siamo di fronte a qualcos’altro” scrive Grillo.

E agli italiani? Il reddito di nascita garantirebbe “lo stesso livello di partenza” in una società capitalistica. Servirebbe a garantire la possibilità di concorrere sul mercato. Una posizione che mescola l’idea nazionale della cittadinanza con il “libertarianesimo”, variante estremista del liberalismo, secondo la quale l’accesso è condizionato alla proprietà – della nazionalità, ad esempio – e alla resa efficiente del mercato.

Grillo accredita l’idea per cui la proprietà non deriva né dal lavoro né dalla creazione, ma dalla scarsità delle risorse. O dalla scarsità attuale del lavoro.

Non è escluso che persino la Lega di Salvini potrebbe trovarsi d’accordo con l’idea di riconoscere un reddito agli italiani, per diritto di nascita.

L’IDEA DEL (NON) LAVORO DI GRILLO

Il titolo del post, in realtà molto complesso, è una citazione di un vecchio libro di Domenique Méda sulla “società del non lavoro” – la stessa studiosa che più di recente ha scritto un testo dove critica il concetto di “crescita”, altro tema caro al comico.

Diversamente da quanto lascia credere Grillo, Méda non annuncia la fine del lavoro, ma di una rappresentazione storica del lavoro, quella del capitalismo industrialista organizzato secondo le modalità keynesiano-fordiste. La crisi dell’occupazione di questa società ha reso palese il superamento della convizione che fosse “fondata sul lavoro” – intendendo il lavoro come un dato naturale, certo e immutabile nel quale il cittadino realizza se stesso.

Questo non significa che il lavoro sia scomparso, è cambiato. In questi vent’anni si è affermato un processo storico che, come in altre occasioni, ha modificato il significato di “lavoro” e di “non lavoro”. Ciò che prima era considerato “non lavoro”, oggi è un lavoro. Ciò che prima era considerato “produttivo”, oggi è “improduttivo”, e viceversa. Sono nate nuove attività, altre sono scomparse, altre sono cambiate. In pratica: il lavoro non è finito, è cambiato. Così come sono cambiate le nozioni di occupazione e disoccupazione, oltre che di produzione e di capitale.

Per Grillo è finito un certo tipo di lavoro: il “lavoro retribuito, cioè legato alla produzione di qualcosa” scrive. Questo lavoro “non è più necessario una volta che si è raggiunto la capacità produttiva attuale [di gran lunga superiore alle nostre necessità]. Si vuole creare nuovo lavoro perché la gente non sa di che vivere, si creano posti di lavoro per dare un reddito a queste persone”.

Una tesi discutibile. Se argomentata in questo modo rischia di essere una giustificazione del lavoro gratuito: il sistematico, e programmatico, uso degli stage o del volontariato – da parte dello Stato e delle imprese – per sostituire forza lavoro contrattualizzata e pagata (poco e male) secondo le regole esistenti. Questo non è un destino ineluttabile, ma una tendenza strutturale del capitalismo contemporaneo ad usare il “pluslavoro assoluto” in cambio di zero euro e massimi profitti. E’ una decisione presa da persone in carne ed ossa e avvalorata in contesti come l’Expo nel 2015, ad esempio, con l’avallo dei sindacati.

Non basta dire che il “lavoro retribuito” è finito per giustificare l’esigenza di un “reddito di nascita”. Bisogna iniziare a pagare il lavoro gratuito – ovvero il “non lavoro” – e poi trovare il modo per ottenere anche una forma di reddito.

E’ chiedere troppo?

No, è ancora troppo poco. Il livello di accumulazione e dei profitti oggi è talmente alto, i salari e i redditi talmente bassi, al punto che queste forme sono solo una parte di ciò che dovrebbe essere restituito a una capacità produttiva enormemente aumentata nell’attuale modo di produzione.

Grillo coglie questo aspetto parzialmente quando parla di un problema di “sovrapproduzione”. Tesi cara sin dagli spettacoli negli anni Ottanta e ancora oggi presente negli strali contro il “consumismo” e per una nuova coscienza “ecologica”. In questa chiave, si deduce, un “reddito di nascita” potrebbe essere utile per fare “decrescere” la produzione “sovrabbondante” “di merci e servizi”.

In realtà qui si confonde il modo di produzione con la capacità produttiva della forza lavoro. Quella “sovrabbondanza” di merci è senz’altro la conseguenza del modo in cui è organizzata la produzione. Cambiarlo non significa negare le potenzialità raggiunte dalla forza lavoro. Potrebbe significare invece usarle diversamente. Ad esempio per riconoscere la “produzione dell’uomo attraverso l’uomo” di cui parla Marx. Un’idea che potrebbe risultare familiare anche a Grillo.

COSA SONO LE POLITICHE ATTIVE DEL LAVORO

La tesi del non lavoro di Grillo contrasta con il sistema delle politiche attive prospettato dal Movimento 5 Stelle. Il modello di riferimento è il sistema tedesco creato dalla legge “Hartz IV”. Ricerche recenti hanno dimostrato che il modello di workfare ha il compito di segmentare il mercato del lavoro mentre “attiva” i lavoratori precari. Questo doppio effetto è misurabile anche in questi termini: tanto più numerosi sono gli avvertimenti e le sanzioni per spingere i lavoratori ad accettare un’offerta di lavoro, tanto meno sono i lavoratori a beneficiare delle occasioni migliori. I disoccupati di lunga durata, i precari con carriere lavorative dissestate, coloro che sono più sfavoriti da condizioni sociali e territoriali non hanno alcun beneficio dal percorso obbligatorio a cui sono sottoposti.

L’inclusione momentanea attraverso corsi, valutazioni o verifiche costanti – una messa sotto controllo del soggetto – produce effetti deludenti rispetto all’obiettivo di una “politica attiva del lavoro”: l’occupabilità del lavoratore, ovvero la speranza di trovare un’occupazione duratura al termine del percorso, senza l’aiuto della protesi pubblica del collocamento o quella privata delle agenzie interinali.

Il disoccupato, già reso vulnerabile dalla perdita di lavoro, diventa dipendente dall’apparato di controllo. Tale dipendenza è percepita come uno stigma ed è il volano del risentimento: quello di essere giudicato “irrecuperabile” da un sistema che ha dato una possibilità a chi ha fallito ancora. Si genera un circolo vizioso dove i “mini-jobs” – i “lavoretti” statalizzati fino a 500 euro – contribuiscono a strutturare l’esclusione del lavoratore. Le conseguenze sulla salute psico-fisica di queste persone possono essere drammatiche.

Non diversamente dal Reddito di Inclusione (ReI) approvato dal Pd, il sistema delle penalizzazioni contenuto nella proposta dei Cinque Stelle (se si rifiutano tre offerte “sei fuori”) è ispirato anche a un altro modello di welfare-to-work: quello inglese. Nel dibattito sulle politiche attive è stato evidenziata la scarsa efficienza dei disincentivi (le sanzioni, la perdita del reddito) rispetto ai loro obiettivi.

Queste tecniche premio-punitive non diminuiscono il rischio di comportamenti opportunistici da parte dei beneficiari, delle agenzie private a cui si rivolgono. Anzi li moltiplicano, spingendo a trovare le strade per aggirare le condizioni poste. L’obiettivo diventa quello di percepire il sussidio, fino a quando dura, e di farlo durare il più possibile.

L’idea di creare un mercato efficiente della ricerca del lavoro porta a risultati contraddittori: inefficienze, truffe e al bisogno di rafforzare la sorveglianza sui lavoratori e su chi li segue per evitare truffe e ottimizzare le procedure.

Anche le ricerche che dimostrano gli effetti positivi dell’inclusione mediante attivazione non risolvono il problema della condizionalità del reddito –  il vero problema in discussione dopo le elezioni del 4 marzo. Altro che assistenzialismo ai meridionali. Fino a che punto il soggetto deve attivarsi per ottenere un reddito che non cambia la sua situazione? Il suo diritto a una vita dignitosa è condizionato al dovere di cercare un lavoro.

Posto davanti a questa non scelta, il soggetto finisce per implodere. Il suo diritto ad avere una vita degna si scontra con l’obbligo di cercarne uno a tutti i costi e a maturare una nuova forma di dipendenza.

E’ l’esito delle politiche neoliberali: sono introdotte per “sburocratizzare”, “privatizzare”, “semplificare”, ma ottengono il risultato opposto: creano nuove burocrazie, aumentano i costi e le inefficienze, complicano la vita delle persone più vulnerabili.

CHE COS’E’ L’ANPAL?

L’impegno dei Cinque Stelle a rifinanziare per 2,1 miliardi di euro il sistema del collocamento pubblico, oltre i 17 miliardi annui per pagare il “reddito minimo”. Se e quando sarà istituito (e con ogni probabilità non lo sarà in questa legislatura già abbozzata), il sistema incorrerà in problemi. Se curare è meglio che prevenire, è consigliabile ripensare globalmente la proposta.

La notizia è: un sistema di “politiche attive” in Italia già esiste. E’ stato fondato da Renzi con il Jobs Act. Esiste l’ente – l’Agenzia Nazionale delle politiche attive (Anpal), ma non ancora la struttura. Per funzionare l’Anpal avrebbe bisogno di una riforma costituzionale che risolva la legislazione concorrente sulle politiche del lavoro tra lo Stato e le regioni. Oggi abbiamo 20 leggi diverse, per ciascuna delle 20 regioni. Ciascuna può dare indicazioni diverse dalle altre.

Renzi ha provato a ricentralizzare queste politiche con il referendum del 4 dicembre ma, com’è noto, è stato travolto da una marea di “No”. Sul tavolo ha lasciato però l’Anpal, molto attiva nell’alternanza scuola-lavoro (altra eredità del renzismo). Un sistema da considerare pienamente come una “politica attiva del lavoro”.

I Cinque Stelle hanno promesso di abolire il Jobs Act – probabilmente le norme che hanno cancellato l’articolo 18. Ma manterranno intatta l’Anpal. Nessuno, almeno a mia conoscenza, ha messo in discussione questo aspetto.

Anche a sinistra – liberale, lavorista, sovranista, populista ecc. – non sembra un dato interessante. Probabilmente perché c’è un vuoto di pensiero su cosa sono le “politiche attive”. Oppure, più semplicemente, perché anche la sinistra è d’accordo con questa politica neoliberale.

RISPOSTA A CHI PARLA DI “MARX”

Quella esposta da Grillo nel suo post sulla “società del non lavoro” non è una critica marxiana all’economia capitalistica, come scrive tra gli altri Pierluigi Battista pronto a evocare “inferni totalitari terreni” generati da proposte “utopiche”. Qui l’unico rischio – remoto, al momento – è importare in Italia l’”inferno totalitario terreno” delle politiche attive. E, involontariamente, Grillo denuncia tale rischio contenuto nella proposta del suo partito.

Il contrasto tra la profezia del guru e il realismo del dirigente politico (“capo politico”), Grillo vs. Di Maio, può essere assorbito nel Movimento. E’ questa, in fondo, la carta vincente dei Cinque Stelle: incorporare le contraddizioni e ricondurle all’Uno, nella “volontà generale” del “popolo”.

Sta qui la peculiarità di essere “oltre la destra e la sinistra”, inglobando opzioni politiche opposte e, contemporaneamente, occupando tutto lo spazio del dicibile. Con la proposta del “reddito di cittadinanza” (“reddito di nascita”) – che è un “reddito minimo” condizionato – hanno incorporato una certa idea di universalismo; con la proposta sulle politiche attive hanno saturato il campo dei neoliberisti e di tutti coloro che ragionano sul cosiddetto “lavoro di cittadinanza”.

Da ultimo il segretario “reggente” del Pd Maurizio Martina che ha rivendicato questa categoria, in questa intervista. Il “lavoro di cittadinanza” è un altro sinonimo, inventato dalla “sinistra lavorista”, che significa “politica attiva del lavoro” (qui la storia).

Il lavorismo ha un punto di contatto con il liberismo: mettere al lavoro la vita, e moltiplicare i suoi sforzi per cercarne uno che non c’è. Un lavoro retribuito, s’intende. Perché quello “gratis” è abbondante.

Se solo questa “sinistra” capisse la proposta dei Cinque Stelle non c’è dubbio che sarebbe d’accordo.

REDDITO DI BASE PER LA FORZA LAVORO

Se si volesse reimpostare il ragionamento, e liberare la proposta del reddito dalla presa nazionalista e libertariana, bisogna ripartire da Marx e dal suo concetto di forza-lavoro. In questa folgorante invenzione dell’autore del Capitale ho avuto modo di evidenziare in questo libro che la forza lavoro è comune a tutte le donne e gli uomini, indipendentemente dalla loro nazionalità e posizione sul mercato.

Forza lavoro è sia la capacità di lavoro oggettivabile venduta sul mercato, sia la facoltà o potenza che rende unica la “personalità vivente” incarnata nella “corporeità” del soggetto messo al lavoro, per necessità o per scelta, in un rapporto di capitale. Non conta dunque la nascita, né il ruolo o la professione, ma la forza lavoro da considerare come la facoltà delle facoltà che è di tutti, ma non appartiene a nessuno. La sua potenza non è misurabile con la cittadinanza o con il valore di una merce prodotta. La sua oggettivazione in un lavoro non esaurisce una forza lavoro la cui caratteristica è di rigenerarsi in continuazione.

Questa è la base per un universalismo concreto e storico, non selettivo, per argomentare una proposta materialistica sul reddito di base individuale e incondizionato.  Il reddito non è un salario in cambio di una prestazione, né il riconoscimento di un «merito», ma l’affermazione di una produzione già esistente e di quella potenziale, della redistribuzione di una ricchezza immensa prodotta dalla nuova forza lavoro basata su quella che Marx ha definito «l’intrapresa delle relazioni umane e sociali», la «cooperazione sociale».

L’obiettivo è rifiutare i ricatti in nome del Lavoro, affermare il diritto delle persone ad esistere. Il lavoro va considerato come un esercizio di libertà e auto-determinazione. Conta più il diritto alla scelta del lavoro che il diritto al lavoro qualunque sia. Il reddito di base e senza condizioni è la premessa di questa libertà.

Tratto da Il Manifesto del 

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