Caro Renzi il reddito non è una roba da furbi!


Giacomo Pisani ed Elena Monticelli

Qualche giorno fa dal palco della festa di Repub­blica a Genova, intervistato dal direttore Ezio Mauro Renzi ha dichiarato che il reddito di cittadinanza è una misura “da furbi”, “assistenzialista”, “anticostituzionale”. Le dichiarazioni del premier sembrano ancora una volta andare nella direzione opposta a quanto la stessa Unione Europea ha chiesto negli ultimi anni [1], proviamo in questo articolo a rispondere alle affermazioni che Renzi consegna alla stampa come verità assoluta, ponendoci la domanda: il reddito minimo è una misura anticostituzionale ed assistenzialista?

Per quanto riguarda il dibattito intorno alla costituzionalità o meno di una legge che introduca una misura di reddito minimo la giurisprudenza italiana si è interrogata per molti anni, a partire dall’ispirazione lavorista della Costituzione che non parrebbe essere compatibile l’introduzione di un reddito di base incondizionato per tutti i cittadini, a prescindere dalle loro condizioni economiche.  Eppure proprio in questi ultimi anni sono stati diversi i costituzionalisti che si sono schierati a favore di una misura universale di sostegno al reddito, primi fra tutti Stefano Rodotà. Sul tema inoltre la professoressa Chiara Tripodina, dell’Università di Torino ha da poco pubblicato un intero saggio, anche quando si versi in condizione di povertà e disoccupazione, inoccupazione; anche quando manchi la promessa del “lavoro per tutti”. Di conseguenza grava sullo Stato, a carico della fiscalità generale il dovere di garantire a tutti un’esistenza dignitosa, in un’ottica redistributiva.
Inoltre per Renzi il reddito di cittadinanza è un provvedimento assistenzialista. Da sempre i diritti sociali svolgono una duplice funzione: da un lato di “assistenza e sostegno” (libertà garantita), dall’altro di  “abilitazione” alla partecipazione alla vita sociale (libertà attiva).

Ora, sappiamo bene quanto sia mutato il mondo della produzione in Italia e in occidente in generale.  Sempre più spesso le capacità cognitive e le possibilità di relazione vengono rese funzionali ad una produzione cognitiva che riesce a mettere a valore la dimensione sociale dell’esistenza senza nemmeno riconoscerne il contributo da un punto di vista contrattuale.  Ne deriva una precarizzazione sempre più ampia del lavoro e della vita in generale, nonché l’accentuazione del ricatto come dispositivo di assoggettamento nell’economia delle aspettative e degli affetti.  Il Jobs Act, e in particolare la Garanzia Giovani, con la liberalizzazione definitiva dei contratti a tempo determinato e con la centralità riposta su stage gratuiti e sottopagati per i giovani al di sotto dei 30 anni, si inserisce in questa direzione, legittimandola anche sul piano giuridico.
Di fronte all’emergere di figure produttive eccedenti rispetto al welfare classico frutto del compromesso fordista – precari, freelance, lavoratori della conoscenza, lavoratori autonomi a partita iva, migranti, lavoratori della logistica ecc – il reddito svolge certamente la funzione, indispensabile, di tutela universale. Del resto, forme di reddito condizionato sono presenti in tutta Europa, tranne che in Italia.

Ma il ruolo del reddito universale non si limita a questo. Liberando l’individuo dal ricatto della povertà e del lavoro gratuito e sottopagato, esso svolge un ruolo di attivazione e di incentivo all’autodeterminazione, che supera la funzione assistenzialista a cui Renzi fa riferimento, funzione che invece è possibile riscontrare proprio nel disegno di legge Reis, supportato dallo stesso Ministro Poletti. Di fronte all’impossibilità da parte degli individui – soprattutto delle nuove generazioni – di progettare la propria vita al di fuori di un mercato del lavoro oppressivo e alienante, il reddito riconosce la dignità di ciascuno al di fuori del mercato, costituendo la condizione imprescindibile per la riapertura della partita politica con la realtà.

Il reddito, dunque, non è “una roba da furbi”, è invece un presupposto imprescindibile per una politicizzazione ampia della sfera sociale, attraversata da dispositivi di assoggettamento che intrecciano valorizzazione produttiva e ricatto esistenziale. Il diritto al reddito e i beni comuni devono costituire allora un orizzonte di elaborazione politica fondamentale anche all’interno della nascente Coalizione Sociale che, proprio a partire dalla campagna di Libera, ha individuato nella battaglia per il reddito un obiettivo fondamentale per mordere il capitale sul suo piano di valorizzazione attualmente privilegiato: quello del ricatto e della strozzatura degli affetti, dell’assoggettamento e della determinazione delle forme e dei progetti di vita.

[1] Nella “Risoluzione del Parlamento europeo del 20 ottobre 2010 sul ruolo del reddito minimo nella lotta contro la povertà e la promozione di una società inclusiva in Europa si legge che “benché la maggior parte degli Stati membri dell’UE-27 disponga di regimi di reddito minimo, vari altri Stati ne sono privi; pertanto si chiede agli Stati membri di prevedere l’introduzione di regimi di reddito minimo garantiti per prevenire la povertà e favorire l’inclusione sociale e li sollecita a scambiare le migliori prassi.”
[2] Il reddito di cittadinanza è una misura di contrasto alla povertà di tipo universalistico in cui la concessione del sussidio non è subordinata a un accertamento delle condizioni economiche e patrimoniali dell’individuo.  . Il reddito minimo garantito (Rmg) è un programma universale e selettivo al tempo stesso, nel senso che è basato su regole uguali per tutti (non limitato ad alcune categorie di lavoratori come nella tradizione italiana), che subordinano la concessione del sussidio ad accertamenti su reddito e patrimonio di chi lo domanda. Questo è uno schema oggi esistente, pur in forme molto diverse, in tutti i paesi dell’Unione Europea a 15 (e in diversi nuovi stati membri). Il reddito minimo garantito dovrebbe sostituire e riordinare molti schemi preesistenti, riducendo sprechi ed evitando la compresenza di tanti strumenti presenti (pensiamo ad esempio alla cassa integrazione in deroga o strumenti come Naspi e Diss-Coll). Il reddito di base incondizionato è definito da Philippe Van Parijs e Yannick Vanderborght, nel libro “Reddito minimo universale” come «un reddito versato da una comunità politica a tutti i suoi membri su base individuale senza controllo delle risorse né esigenza di contropartite»
[3]Il quale sia all’interno del suo libro “Il diritto di avere diritti” sia nell’ultimo saggio “Solidarietà. Un’utopia necessaria” afferma come “il diritto al reddito di cittadinanza sia un diritto universale”.
[4] Il quale ha più volte affermato, in particolare in un intervista dell’8/06/2011 come “una simile misura sia imposta dallo spirito della Costituzione, ritrovandola nei principi di uguaglianza e dignità previsti dall’articolo 3, e nelle norme del diritto internazionale, come l’articolo 34 della carta di Nizza, l’articolo 25 della Dichiarazione universale dei diritti umani.”
[5] “Il diritto ad un’esistenza libera e dignitosa. Sui fondamenti costituzionali del reddito di cittadinanza”, G,Giappichelli Editore – Torino.
[6] Il riferimento ad una vita libera è dignitosa può tra l’altro trovarsi anche all’interno dell’art 36 e 38 della Costituzione
Elena Monticelli, laureata in Economia, dottoranda di ricerca in “Diritto pubblico dell’Economia” presso l’Università Sapienza di Roma, tesi di laurea “Introduzione del reddito minimo in Italia, analisi e proposte d’intervento”.

Giacomo Pisani, laureato in Filosofia, dottorando di ricerca in Diritti e Istituzioni presso l’Università degli Studi di Torino, autore del libro “Le ragioni del reddito di esistenza universale”, Ombre Corte, 2014

Tratto da Il Corsaro

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