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Oltre l'anno della penuria.
Negli annali dell'economia il 2009 sarà ricordato come l'anno della penuria. Se, infatti, il 2008 è stato l'anno della crisi ormai manifesta, il 2009 è associato da tutti alla recessione. E la recessione non sarà forse - come dice Tremonti - un ritorno al medioevo; sarà magari soltanto un passo indietro di un paio d'anni, come fa osservare Berlusconi; ma per parecchi milioni d'italiani (e, a livello mondiale, per alcuni miliardi di esseri umani) significherà semplicemente il materializzarsi dello spettro dell'arretramento fino alle soglie della povertà, della marginalità sociale, della fame. Spesso, anzi, ben oltre quella soglia. Non è un caso, allora, se il tema degli "ammortizzatori sociali", e di una loro riforma nel senso dell'universalità e del superamento del loro vincolo alla categoria, all'azienda, a una particolare condizione di chi aspiri a beneficiarne, è venuto assumendo una nuova centralità nel discorso politico e programmatico: è la crisi devastante in atto, col corollario della recessione che già bussa alla porta (anzi è già entrata in casa e comincia a spadroneggiarvi), che rende di bruciante attualità il problema di una seria salvaguardia di coloro che ne sono più direttamente e gravemente colpiti.
OLTRE L'ANNO DELLA PENURIA
La crisi e la nuova centralità degli "ammortizzatori sociali"
Negli annali dell'economia il 2009 sarà ricordato come l'anno della penuria. Se, infatti, il 2008 è stato l'anno della crisi ormai manifesta, il 2009 è associato da tutti alla recessione. E la recessione non sarà forse - come dice Tremonti - un ritorno al medioevo; sarà magari soltanto un passo indietro di un paio d'anni, come fa osservare Berlusconi; ma per parecchi milioni d'italiani (e, a livello mondiale, per alcuni miliardi di esseri umani) significherà semplicemente il materializzarsi dello spettro dell'arretramento fino alle soglie della povertà, della marginalità sociale, della fame. Spesso, anzi, ben oltre quella soglia.
Non è un caso, allora, se il tema degli "ammortizzatori sociali", e di una loro riforma nel senso dell'universalità e del superamento del loro vincolo alla categoria, all'azienda, a una particolare condizione di chi aspiri a beneficiarne, è venuto assumendo una nuova centralità nel discorso politico e programmatico: è la crisi devastante in atto, col corollario della recessione che già bussa alla porta (anzi è già entrata in casa e comincia a spadroneggiarvi), che rende di bruciante attualità il problema di una seria salvaguardia di coloro che ne sono più direttamente e gravemente colpiti.
Un problema che si impone per motivi di elementare solidarietà umana e civile, e per evitare che il diffondersi della penuria mini alla radice la coesione della società. Un problema che urge dunque drammaticamente: in termini tali da non poter attendere la formulazione di ricette credibili per superare la crisi, e a maggior ragione un loro entrare in funzione con efficacia sicura e diffusamente avvertibile: attese, queste, che è ragionevole ritenere non propriamente brevi.
È dunque oggettiva e innegabile l'urgenza. Ed è ben vero che a essa non è lecito opporre il freddo ragionamento sulla necessità di guardare più lontano: qui e ora è necessario provvedere. Non contraddice l'urgenza, tuttavia, la richiesta che questo "provvedere qui e ora" non sia ignaro della prospettiva: che anzi predisponga, mentre rimedia all'impellenza del momento, basi solide e durature perché lo spettro della penuria non abbia a ripresentarsi in futuro. Del resto, come molti sottolineano, la crisi non è necessariamente solo una sciagura, ma può essere anche occasione per un cambiamento profondo. Sarà allora il caso che ci si domandi, riecheggiando un titolo famoso: se non ora, quando?
Le proposte di Veltroni
Walter Veltroni, nella relazione alla direzione del PD del 19 dicembre 2008, aveva posto la progettazione e la messa in opera di "un nuovo sistema universale di ammortizzatori sociali" tra le "grandi innovazioni" che il suo partito pone all'ordine del giorno del Paese: così dimostrando di essere ben consapevole che proprio su questo terreno si gioca una partita decisiva per affrontare in termini adeguati la crisi da cui l'Italia è investita. Vale allora la pena di guardare un po' più da vicino i contenuti della proposta del leader dell'opposizione.
La proposta - aveva sottolineato Veltroni - deve puntare innanzi tutto al superamento di "quell'inaccettabile dualismo nel mercato del lavoro per il quale ci sono lavoratori che hanno tutele e garanzie e altri che ne hanno di meno o non ne hanno affatto"[1]. E' necessario invece instaurare "un sistema capace di sostenere tutti i lavoratori, al di là del contratto, del settore e delle dimensioni dell'impresa nella quale operano, nel momento in cui ne hanno bisogno. Uniche condizioni: l'impegno per la riqualificazione professionale e la disponibilità ad accettare un nuovo lavoro". E aveva precisato che la proposta consiste nell'istituzione di "un sussidio unico di disoccupazione, che sostituisca gli attuali istituti, che sia della durata massima di due anni, che sia finanziato in via assicurativa e sia strettamente collegato a politiche di formazione, di riqualificazione e reimpiego".
In aggiunta a questa prima ipotesi d'intervento, mirante a unificare il sistema delle protezioni contro la perdita del lavoro, Veltroni ne aveva proposta una seconda: "l'introduzione di un reddito minimo garantito, che contrasti la povertà anche tra chi lavora solo per brevi periodi di tempo o tra chi non ha un lavoro da molto tempo. Un istituto di welfare universale - aveva spiegato - che esiste in quasi tutti i paesi europei e che costituisce il completamento degli istituti di tutela del reddito".
Vi era infine, sempre nella parte della relazione dedicata agli ammortizzatori sociali, una terza proposta, volta a ridurre le conseguenze della "precarietà senza futuro" che, sempre secondo Veltroni, "è il volto assunto oggi dallo sfruttamento". E per combattere questa nuova incarnazione dello sfruttamento il segretario del PD aveva proposto di avviare la "sperimentazione di un contratto unico, a tempo indeterminato, con tutela crescente nel tempo e con un ben organizzato sistema di premi e penalizzazioni per l'azienda, volto a favorire il consolidamento e la stabilità dei rapporti di lavoro".
Un giudizio articolato
Una batteria di tre proposte, dunque: un contratto unico a tempo indeterminato con tuteli crescenti nel tempo; un sistema unico di sostegno del reddito per chi perde il lavoro; un reddito minimo garantito per i disoccupati di lunga durata e per chi lavora solo per brevi periodi. Tre proposte che - sembra di capire - vanno lette come tre elementi di un'unica strategia d'intervento. E che come tali vanno valutate. Qual è dunque il giudizio da dare su questo insieme solidale di proposte? Ad avviso di chi scrive deve trattarsi di un giudizio articolato in almeno due componenti.
Da un lato, in effetti, è chiaro che un'ipotetica messa in atto, complessiva e coordinata, di tali proposte, introdurrebbe un'innovazione assai forte e sensibile rispetto all'attuale caos corporativo sul terreno del sostegno del reddito e della salvaguardia dei lavoratori rispetto alla loro diffusa condizione di precarietà: si tratterebbe, insomma, di una riforma di portata non indifferente, destinata a restituire, con la maggiore sicurezza, anche una maggiore dignità e forza sociale al mondo del lavoro, pesantemente penalizzato negli ultimi anni ed esposto pressoché senza difese al vento gelido della recessione.
Un tale riconoscimento della portata riformista della linea d'intervento in questione non significa, tuttavia, attribuirle un significato compiutamente risolutivo. In particolare, una critica ragionata della terza fra le proposte di cui quella linea si compone mette in luce il suo carattere parziale e la sua debolezza di fondo. Essa si colloca, a ben vedere, nel solco di quegli stessi interventi la cui parzialità e il cui carattere insuperatamente settoriale e corporativo essa intenderebbe superare.
E' la stessa individuazione dei destinatari del provvedimento ipotizzato a dar ragione di una tale critica: essendo indirizzato, infatti, ai lavoratori saltuari e ai disoccupati di lungo periodo, quel "reddito minimo" si manterrebbe pur sempre all'interno del "mondo del lavoro": cioè di quella porzione della società che è coinvolta (per quanto saltuariamente, precariamente, in modo provvisoriamente negato) nella sfera ritenuta "produttiva" in base alla cultura omogenea al produttivismo capitalistico dominante nella fase storica della "modernità".
D'altro canto, esaminando meglio l'insieme delle tre proposte avanzate dal segretario del PD, è la linea d'intervento ipotizzata ad apparire caratterizzata da una siffatta impronta produttivistica. Per quanto riguarda i rapporti di lavoro, la proposta di un contratto unico, pur costituendo senza dubbio un passo avanti rispetto all'attuale giungla, si colloca pur sempre in un'ottica che privilegia il rapporto di lavoro subordinato e - almeno implicitamente - il complesso produttivo di grandi dimensioni. E ancor più evidente è la collocazione nell'ambito del lavoro subordinato e delle megastrutture produttive dell'ipotizzato ammortizzatore unico per coloro che perdono il lavoro. Si tratta insomma, nel complesso, di una linea d'intervento riconducibile alla contesto politico e ideale del workfare, vale a dire di un benessere assicurato attraverso il lavoro. Contesto che può apparire ottimale, anzi addirittura ovvio, solo qualora si resti all'interno di quella cultura produttivistica di cui si è fatto cenno più sopra, rammentandone l'immediata omogeneità al sistema economico-sociale capitalistico.
Col fatto di restare all'interno di tale orizzonte culturale, tuttavia, si esclude da una piena e attuale considerazione di cittadinanza, e in concreto - per limitarci all'ambito degli "ammortizzatori sociali" di cui ci stiamo occupando - da ogni sostegno reddituale, non solo frange marginali di popolazione costituite da coloro che, come i clochard e in genere gli inoccupati volontari, non ritengono opportuno per se medesimi inserirsi nel "mondo del lavoro" (quale che sia il "mondo" altro e diverso in cui si riconoscono[2]); ma anche ben più ampie porzioni della società, come le casalinghe e i giovani in cerca di prima occupazione (spesso per lunghi anni, tanto da sentirsi definire "bamboccioni"). Oltreché, come fascia in qualche modo "intermedia" e insuperabilmente elitaria, i poeti e gli artisti il cui riconoscimento "di mercato" tardi troppo a premiare il loro valore: per giungere magari - come dire? - a babbo morto, come nel caso di un Van Gogh o di un Modigliani. E di chissà quanti altri, che potrebbero arricchire di bellezza la nostra vita se le esigenze della sopravvivenza non li avessero dirottati verso attività più "produttive".
Chi non lavora non mangia: da San Paolo agli slogan operai
La linea d'intervento ipotizzata da Veltroni, peraltro dando voce a elaborazioni che da tempo vengono maturando nella cultura democratica[3], sembra risentire di uno slogan antico del movimento dei lavoratori: "chi non lavora non mangia". Dove per "lavorare" s'intende, con tutta evidenza, essere inseriti - in posizione subordinata - nell'ingranaggio produttivo capitalistico. Quello slogan, a sua volta, riecheggiava un'analoga invettiva propria a suo tempo dei rivoluzionari francesi: borghesi, contadini e sanculotti. Che era rivolta specificamente, in qual caso, ai primi due "stati" in cui era divisa la società nel vecchio regime: il clero e la nobiltà, cui effettivamente ogni ipotesi di contribuire col proprio lavoro alla ricchezza comune era radicalmente estranea per istituto.
Ma la prima matrice di quella radicale condanna del "non lavoro" risale ben più lontano nel tempo: e precisamente a quell'autorità suprema del cristianesimo che, in particolare dal concilio di Gerusalemme in poi, fu Paolo di Tarso, l'"apostolo dei gentili": cioè colui che più d'ogni altro contribuì a svincolare il nuovo credo dalla primitiva condizione di semplice "eresia" del giudaismo per farne un messaggio rivolto a tutti gli esseri umani senza discriminazioni o pregiudiziali. Indirizzandosi ai Tessalonicesi, infatti, l'apostolo lancia il celebre anatema: "chi non vuole lavorare, neppure mangi" (II Tess., 3, 10). Alle parole di Paolo si rifà dunque, implicitamente, ogni proclamazione della necessità assoluta che il diritto alla sopravvivenza sia sottomesso all'ottemperanza al dovere di lavorare: di contribuire cioè, mediante il proprio lavoro, al sostentamento comune.
Superare il produttivismo
Ora, è preciso e meditato convincimento di chi scrive queste note che un tale vincolo debba essere oggi sottoposto a una critica severa e, se non del tutto spezzato, quanto meno essere depurato del suo carattere assoluto: condizione, questa, da un lato per superare pienamente l'impostazione categoriale e corporativa degli interventi di sostegno del reddito (in primo luogo l'ipotizzato "reddito garantito"), dall'altro, e di conseguenza, per porre termine alla grave discriminazione che, come si è visto poco sopra, subiscono su tale terreno porzioni tutt'altro che trascurabili della popolazione, dalle casalinghe ai giovani in cerca di prima occupazione.
Per superare l'assolutezza di quel vincolo è necessario, evidentemente, mostrare la fragilità e caducità del suo fondamento ideale: il che non significa necessariamente demolirne la consistenza culturale, ma di certo evidenziarne il carattere storicamente determinato, legato alle concrete circostanze storiche in cui si colloca la sua formulazione, quindi la dubbia applicabilità alla realtà dei giorni nostri.
L'anatema paolino: una posizione da storicizzare
Sotto due profili il comandamento paolino contenuto nella seconda epistola ai Tessalonicesi, cui si rifà il legame assoluto che oggi si vorrebbe (continuare a) imporre fra sopravvivenza e lavoro, è invece legato a circostanze per propria natura circoscritte e transeunti. Per un verso, l'apostolo Paolo si rivolge a una delle tante comunità del cristianesimo primitivo, la cui vita ecclesiale si intrecciava strettamente con la condivisione integrale di ogni aspetto dell'esistenza, a partire dagli aspetti economico-produttivi. Ciò anche e soprattutto per garantirsi, nella difficile condizione minoritaria in cui esse si trovavano a vivere, la massima autonomia possibile. Ed è evidente che in tali circostanze qualunque tendenza all'ozio doveva essere avvertita non solo come un intollerabile parassitismo nei confronti della comunità, ma probabilmente come una sorta di apostasia al nuovo credo. E Paolo, con quel severo ammonimento, vuole ricordarlo ai cristiani di Salonicco, città esposta ai mille venti di un paganesimo a sua volta in agitazione. Non a caso, del resto, egli stesso "dà il buon esempio" col fatto di mantenersi col proprio lavoro di tessitore per non essere di peso ad alcuno dei confratelli, pur dicendosi convinto di averne il diritto.
L'altro motivo che lega l'ammonimento paolino alle circostanze storiche in cui fu pronunciato è relativo (in modo peraltro non slegato dalle concrete condizioni di vita del cristianesimo primitivo) all'interpretazione che quelle comunità davano della promessa di "nuovi cieli e nuove terre". Assai frequente era presso quelle comunità un'interpretazione immediatamente apocalittica della "parusia", ovvero del ritorno glorioso di Gesù alla fine dei tempi: la fine di questo mondo e l'avvento di quello nuovo grazie al ritorno del Salvatore erano da esse intesi, non di rado, come imminenti. Non era infrequente, di conseguenza, che una parte non indifferente dei fedeli, tutti proiettati nell'attesa del ritorno del Messia, tendesse a trascurare i doveri e le necessità contingenti, mettendo a rischio la sussistenza stessa delle comunità. Ciò in modo particolarmente rischioso a Salonicco. Di qui il richiamo severo dell'apostolo: il quale anche in considerazione di quel rischio torna a rivolgersi ai tessalonicesi con una seconda lettera, nella quale detta con maggior precisione e intransigenza i precetti cui essi devono attenersi in quanto membri della comunità[4].
Ora, se queste considerazioni rispondono al vero, diviene difficile far discendere da quel precetto paolino, nelle circostanze attuali, un analogo legame assoluto fra sopravvivenza (il "mangiare") e lavoro (magari come semplice "disponibilità a lavorare"). Ché, anzi, proprio la consapevolezza che quell'ammonimento si riferiva a circostanze di vita e ad aspettative palingenetiche relative a una fase iniziale e - per dir così - pionieristica della comunità cristiana, dovrebbe condurre a riconsiderarne il contenuto alla luce del fatto che, a quasi duemila anni di distanza, il cristianesimo, ribaltata quell'antica condizione di avanguardia minoritaria in posizione culturalmente dominante e quell'aspettativa di rinnovamento assoluto in compromissione spregiudicata con la dimensione del potere, trova ormai solo nello spendersi generosamente per l'umanità universalmente intesa e nel farsi coraggiosamente lievito operante nella sua "pasta", l'unico modo per motivare la propria esistenza di credo organizzato.
Ché, del resto, lo stesso richiamo a una componente dell'eredità paolina e cristiana non può non suonare, nel contesto "globale" dei nostri giorni, come richiamo a una soltanto delle matrici culturali e ideali cui è lecito fare riferimento. Semmai, l'avere storicizzato e con ciò stesso relativizzato, come qui si è cercato di fare, la prima matrice del vincolo assoluto fra diritto alla sussistenza e dovere di lavorare, comporta come necessaria conseguenza una piena storicizzazione, quindi un'altrettanto piena relativizzazione, degli slogan politici - vuoi borghesi vuoi proletari - che rivendicano quel vincolo.
Distinguere verità e propaganda per guardare oltre la crisi
"Chi non lavora non mangia" passa così dal rango di affermazione universalmente e perennemente valida - cioè "assoluta" - a quello di mera arma propagandistica impugnata da una classe sociale contro un'altra classe per denunciarne il carattere parassitario. Denuncia, ovviamente, destinata a perdere gran parte della propria validità con l'affermarsi della classe che ne aveva fatto uso. Salvo riacquistare verità e vigore ogni qualvolta fenomeni di parassitismo si manifestino in modo esteso e pervicace nell'assetto sociale. Offrendo però anche spunto a tirate demagogiche come - recentemente - quella sui "fannulloni" annidati nella pubblica amministrazione.
Comunque, appare evidente (almeno agli occhi di chi scrive) come attardarsi a far uso di un armamentario concettuale facente capo a quella matrice sia indice di una sostanziale incapacità di porsi da un punto di vista adeguato alle esigenze drammatiche poste dalla crisi che oggi investe l'intera economia mondiale: possono sortirne, come più sopra si è detto, passi avanti anche notevoli, ma tutti - per così dire - "al di qua della crisi". Quel che la crisi ci invita a fare, offrendocene in pari tempo l'opportunità, è un passo "al di là" di essa, verso una riacquistata "normalità" che sappia essere radicalmente diversa rispetto a quella in cui ci siamo adagiati negli ultimi decenni. E che la crisi stessa sta irreversibilmente sconvolgendo.
Che fare, allora? Come cogliere, sul piano del sostegno al reddito, l'occasione che, con la brutalità che le è propria, la crisi ci sta porgendo? Occorre partire anzitutto dalla constatazione che le esigenze poste dalla crisi globale su questo piano superano di gran lunga le attuali capacità d'intervento degli strumenti finora a disposizione degli Stati: compresi quelli europei, che pure, su questo terreno, sono i più attrezzati; e fra di essi in modo particolarmente accentuato lo Stato italiano. Perché l'Italia, fra i grandi Paesi dell'Unione europea, è quello che dispone della panoplia di ammortizzatori sociali più unilateralmente legata alla condizione di "lavoratore" di chi ne è destinatario; preferibilmente di lavoratore dipendente da una grande impresa e dotato di un contratto a tempo indeterminato.
Il ruolo improprio attribuito alle famiglie
Dal che si deduce che, della maggior parte di coloro oggi che ne avrebbero bisogno perché la loro condizione di lavoro è a rischio, lo Stato in qualità di erogatore di ammortizzatori sociali si disinteressa bellamente. Non a caso si è all'affannosa ricerca di soluzioni su questo terreno. Salvo appoggiarsi, come suole avvenire nel Bel Paese, alle famiglie. Con una duplice conseguenza. In primo luogo la conseguenza di provocare un ulteriore distacco e un'ulteriore sfiducia dei cittadini (soprattutto di quelli che vedono tradite le proprie legittime aspettative derivanti dalla condizione di bisogno in cui versano) nell'autorità pubblica e il loro ulteriore ripiegarsi nella cuccia più gretta del privato.
E poi quella di far cadere questi cittadini (ma più in generale la popolazione intera) in quelle "trappole della famiglia italiana" denunciate in un bell'articolo di Maurizio Ferrera sul Corriere della Sera del 1° febbraio 2009: trappole che vanno dalla penalizzazione delle donne alla ulteriormente diminuita autonomia dei giovani, fino al rischio di "scelte miopi su piani economico e ingiuste sul piano distributivo". Cosicché - nota ancora Ferrera - "La recessione rischia di riattivare nel nostro Paese le dinamiche del ‘familismo amorale': opportunismo, particolarismo, cattura di risorse attraverso tutti i possibili canali della parentela e della clientela". Senza considerare che in tal modo la "lotteria sociale" che avvantaggia chi nasce in una famiglia ricca e colta rischia di diventare, ancor più di quanto già non sia, il criterio determinante per il destino personale di ciascun singolo italiano. Alla faccia della "parità dei punti di partenza" predicata non solo da ogni posizione riformista che si rispetti, ma anche dalle più aperte e coerenti posizioni liberaldemocratiche.
Svincolare la sussistenza dal lavoro: per un vero "reddito di cittadinanza"
Di fronte a queste desolanti constatazioni l'alternativa che si apre è, con sufficiente evidenza, una sola: quella di svincolare finalmente il diritto alla sussistenza dal dovere di lavorare, o anche semplicemente di dichiararsi disponibili a lavorare (il che poi significa, in concreto, dichiararsi disponibili a un'occupazione quale che sia). Si tratta di un punto di partenza concettuale (per così dire "trans-paolino") del tutto innovativo rispetto a una tradizione annosa e illustre: di una svolta difficile da accettare per chi in quella tradizione è immerso, ma anche l'unica che consenta di gettare uno sguardo oltre la crisi, cioè di immaginare il mondo che essa è destinata a lasciarci in eredità. E di provare a governarlo con efficacia secondo i canoni della democrazia.
L'ammortizzatore sociale omogeneo a una svolta siffatta è il "reddito di cittadinanza": vale a dire un reddito cui il cittadino(a) ha diritto non in quanto contropartita di una prestazione o di una dichiarata disponibilità, ma proprio in quanto cittadino(a). Se si vuole, un reddito che dia a ogni cittadino(a) una garanzia incondizionata contro la penuria: quindi una base materiale per esercitare concretamente la cittadinanza, la cui concreta attuazione trova nella penuria un ostacolo grave, spesso insormontabile. In altri termini ancora: il reddito di cittadinanza (RdC) può essere inteso come la base materiale minima per l'attuazione concreta del principio democratico dell'uguaglianza.
Vale la pena di ribadire ancora una volta che per RdC qui si intende qualcosa di radicalmente diverso da una qualsivoglia indennità di disoccupazione, comunque qualificata o denominata. E che, in quanto tale, esso non deve essere soggetto ad alcuna controprestazione, ad alcuna qualificazione categoriale dei destinatari, ad alcun limite temporale: deve essere, viceversa, qualificato da un'estensione universale analoga a quella propria dell'habeas corpus in ogni moderna democrazia. Io, insomma, ho diritto a percepire il RdC semplicemente in quanto sono cittadino, perché il RdC è uno dei caratteri che, come dice il nome, qualificano la cittadinanza.
E' fin troppo facile rammentare le obiezioni che si oppongono a tale ipotesi. Si tratta, in sostanza, di tre diverse obiezioni: a) l'obiezione di ordine economico; b) l'obiezione di ordine sociale; c) l'obiezione di ordine morale. Più avanti cercherò di dimostrare come la validità di tali obiezioni, in prima apparenza inoppugnabile, sia invece legata alla modalità tecnica dello stesso RdC. E sia quindi destinata a essere pienamente confutata qualora si scelga una modalità attuativa adeguata dello stesso RdC.
La mia proposta di RdC consiste nell'assegnazione a ogni cittadino(a) di un credito d'imposta di entità fissata annualmente per legge, esente da imposte e che potrebbe, come ragionevole ipotesi di partenza, essere equiparata quantitativamente all'attuale assegno sociale[5]. Ciò che distingue questa proposta da ogni altra e le consente, come mostrerò fra breve, di superare almeno due delle tre obiezioni sopra citate, consiste proprio nel suo incidere non direttamente sul reddito, ma sull'imposta.
Diamo un'occhiata al meccanismo che verrebbe attivato in base alla proposta qui delineata. Grazie al credito d'imposta, il debito fiscale del contribuente viene diminuito di un importo fisso. Di conseguenza, restando inalterata la curva delle aliquote stabilita per legge in attuazione del principio costituzionale della progressività dell'imposta, le sue conseguenze sul reddito del contribuente al netto dell'imposta si manifestano secondo una curva che ha la stessa forma di quella delle aliquote, ma è spostata verso l'alto di un'entità pari appunto al "credito" concesso in virtù del RdC.
Gli effetti del RdC: le avventure di un "incapiente"
Vediamo che cosa succede, grazie all'introduzione del RdC in forma di credito d'imposta (per ipotesi € 5.200 annui, corrispondenti all'ammontare arrotondato dell'assegno sociale erogato dall'INPS per il 2008), a un ipotetico soggetto "incapiente"[6]. Costui percepirà 5.200 euro l'anno finché dura la sua "incapienza". Da notare che, nel caso egli percepisca un reddito, sia pure di ammontare così basso da non essere soggetto all'imposta, l'assegno corrispondente al RdC si sommerà a tale redito (es.: se egli percepisce un reddito di € 3.000 annui, il suo introito netto complessivo sarà di € 8.200). Supponiamo ora che il nostro soggetto, avendo trovato un lavoro, esca dall'"incapienza": cominci cioè a pagare un'imposta sul reddito. Supponendo che il suo lavoro gli frutti € 800 lordi al mese per 13 mensilità, egli potrà contare su un introito annuo complessivo (comprensivo anche del RdC), al lordo delle tasse[7], di € 15.600 (800x13 + 5.200). Supponiamo che l'aliquota fiscale sia, per quel livello di reddito, del 20%. Essa andrà applicata al solo reddito da lavoro (€ 10.400) e risulterà dunque di € 2.080. Il reddito netto da lavoro sarà dunque di € 8.320, cui si dovrà sempre aggiungere il RdC: il reddito netto annuo totale sarà dunque di € 13.520.
Il nostro "incapiente", viceversa, nella situazione attuale non avrebbe goduto, se non sporadicamente e casualmente, di alcuna integrazione del reddito. Nel caso trovasse lavoro a € 10.400 lordi annui, si dovrebbe contentare, una volta pagate le tasse, di € 8.320. Nel caso invece si tratti di un lavoratore disoccupato o di un ultrasessantacinquenne, potrebbe godere di integrazioni di reddito (CIG, assegno di disoccupazione, assegno sociale o simili) destinati a cessare non appena egli superi, trovando un lavoro, la condizione di "incapiente". Supponendo che l'integrazione del reddito sia equivalente all'assegno sociale (€ 5.200, ma la CIG, con tutta probabilità, supererà considerevolmente questo ammontare) e supponendo in pari tempo, come si è già fatto più sopra, che il nostro "incapiente" percepisca anche un piccolo reddito (€ 3.000 annui), il suo reddito complessivo di non-lavoratore (€ 8.200 annui) sarebbe pressoché equivalente al reddito netto che egli percepirebbe lavorando. Il nostro "incapiente", in sostanza, non avrebbe alcuno stimolo economico a cercarsi un'occupazione.
E' possibile; in altri termini, individuare una soglia di salario al di sotto della quale egli cadrebbe in quella che gli economisti chiamano "trappola della povertà". Trappola la quale a sua volta è fra i motivi che spingono molte proposte in materia (compresa quella di Veltroni, da cui abbiamo preso le mosse) a prevedere, come condizione per godere di un sostegno reddituale, la disponibilità del destinatario ad accettare offerte di lavoro.
Facciamo un passo ulteriore. Al nostro soggetto, divenuto (o ritornato) lavoratore, si apre ora qualche possibilità di carriera. Dopo qualche anno il suo salario mensile lordo è passato ormai da € 800 mensili a € 1.200, che su base annua (13 mensilità) fanno € 15.600. Supponendo che questo incremento salariale non comporti l'ingresso in un nuovo scaglione e che dunque l'aliquota resti sempre del 20%, su tale cifra il nostro soggetto dovrà pagare un'imposta di € 3.120. Il suo salario netto sarà dunque di € 12.480. Se non esistesse il RdC, o se comunque, una volta trovata un'occupazione, egli avesse dovuto rinunciare a ogni sostegno del reddito, questo sarebbe il suo reddito totale netto. Ma a quella somma va comunque aggiunto il suo "credito d'imposta" di € 5.200, portando il suo reddito netto complessivo a € 17.680.
Qui vanno notate due cose di segno opposto: una a vantaggio del lavoratore, l'altra a vantaggio dello Stato (in questo caso rappresentato dall'INPS). Il reddito netto complessivo del nostro soggetto è comunque sensibilmente più elevato di quanto non sarebbe senza il RdC. L'INPS, per parte sua, eroga al beneficiario un RdC decurtato dell'imposta: € 2.080 netti (5.200 - 3.120). Infatti il RdC è calcolato in cifra assoluta e viene erogato in aggiunta al salario netto: in altri termini, si compensa con l'imposta.
Al nostro soggetto, passato (o ritornato) dalla condizione di "incapiente" a quella di percettore di un reddito da lavoro, si aprono ora ulteriori possibilità di carriera. Il suo salario lordo mensile passa a € 2.000, ovvero € 26.000 su base annua. Ma questo miglioramento salariale comporta altresì un passaggio di scaglione impositivo e una nuova aliquota: invece del 20%, egli deve ora pagare, per ipotesi, il 30% di imposta sul reddito, vale a dire € 7.800. In tasca gli resteranno dunque € 18.200 di salario annuo netto. A questo dovrà aggiungere comunque € 5.200 di RdC, portando così a casa un totale di € 23.400. Da notare che, a differenza di quanto avveniva in precedenza, il reddito totale netto (comprensivo del RdC) risulta inferiore al reddito annuo lordo: il nostro soggetto ha cominciato a pagare allo Stato un'imposta effettiva netta. Ciò, ovviamente, perché il suo debito fiscale (€ 7.800) è ora superiore al suo credito (€ 5.200). Lo Stato nel suo complesso (fisco + INPS), nel conto del dare e avere con questo contribuente, va ora in attivo, mentre in precedenza andava in passivo.
Il peso decrescente del RdC (credito d'imposta) al crescere del reddito
Va fatta qui un'altra considerazione, relativa questa volta al peso relativo del RdC sul reddito e sull'imposta. Nel caso dell'"incapiente", e tralasciando l'ipotesi di un suo piccolo reddito aggiuntivo, evidentemente il reddito è costituito per il 100% dal RdC. Ed essendo l'imposta pari a 0, anche il rapporto fra questa e il RdC sarà pari a 0. Nel secondo caso (salario lordo pari a € 10.400, imposta pari a € 2.080, netto pari a € 8.320), il rapporto di tali grandezze con il RdC (€ 5.200) sarà rispettivamente del 50%, del 250% e del 62,5%. Nel terzo caso (lordo pari a € 15.600; imposta pari a € 3.120; netto pari a € 12.480) i tre rapporti saranno rispettivamente del 33,33%, del 166,66% e del 41,66%. Nel quarto caso, infine (lordo € 26000, imposta € 7.800, netto € 18.200), i tre rapporti saranno rispettivamente del 20%, del -66,66% e del 28,57%. Non solo, dunque, nel quarto caso la percentuale del RdC sull'imposta diviene negativa (il contribuente paga un'imposta netta), ma vi è una sensibile progressione verso il basso della percentuale del reddito netto e lordo costituita dal credito d'imposta.
In altri termini, mentre per l'incapiente e per i percettori di redditi bassi il contributo dato al loro reddito complessivo dal RdC è percentualmente consistente, tale contributo viene percentualmente assottigliandosi col crescere del reddito percepito. Il che è una conseguenza diretta per un verso del fatto che il RdC è una cifra assoluta e invariabile, per l'altro della progressività dell'imposizione. Anzi, anche restando all'interno di un medesimo scaglione (come si può notare da quanto avviene nel passaggio dal secondo al terzo caso) il peso relativo del RdC tende comunque a diminuire per il semplice fatto che esso consiste in un ammontare fisso mentre sia il reddito sia, proporzionalmente, l'imposta sono soggetti a variazioni verso l'alto (e il discorso vale ovviamente, all'inverso, anche in senso opposto: al diminuire del salario il RdC funziona come un "paracadute" via via più efficace). In buona sostanza, un RdC formulato come credito d'imposta di ammontare fisso permette di superare la più banale delle opposizioni: quella di chi mena scandalo di un sussidio dato a ricchi e poveri: il credito d'imposta in cifra fissa è importante per i poveri, insignificante (tendente a 0) per i ricchi. Ciò che non avverrebbe, evidentemente, per un sostegno applicato direttamente al reddito.
E' venuto ora il momento di passare a rispondere alle tre obiezioni di cui più sopra si è fatto cenno. Chiedendo scusa al paziente lettore per lungo e faticoso détour nel mondo delle aride cifre cui l'abbiamo costretto: si è trattato, tuttavia, di una fatica strettamente necessaria, se non altro per stornare le superciliose critiche degli "addetti ai lavori", che queste cose le sanno benissimo, ma fanno finta d'ignorarle[8]. Come già preannunciato, due delle tre obiezioni sono di per sé confutate dall'impostazione stessa della proposta qui illustrata: per la precisione l'obiezione "sociale" e quella "morale".
Obiezioni e risposte. Sul piano sociale...
In che cosa consistono queste due obiezioni? La prima delle due consiste nel timore di quella che poco sopra si è definita, riprendendo del resto un'espressione corrente, "trappola della povertà": il timore che l'erogazione di un sostegno al reddito non condizionata ad alcuna controprestazione, né ad alcuna specifica condizione di indigenza, possa determinare una caduta della disponibilità dei destinatari alla ricerca attiva di un lavoro, e persino all'accettazione di offerte di occupazione che siano loro rivolte. L'istituzione di un RdC "gratuito" e incondizionato come quello qui ipotizzato rischierebbe insomma di provocare il formarsi, nella parte più indigente della società, di uno strato di disoccupati volontari mantenuti a spese della collettività.
A questa obiezione sarebbe possibile opporre un ventaglio assai ampio di argomenti: dall'esistenza già consolidata di un siffatto strato di nullafacenti (tali per lo meno nell'ottica del produttivismo capitalistico e in ogni caso se valutati in base al solo parametro del lavoro dipendente o comunque "canonico"), fra i quali in primo luogo i "bamboccioni" che vivono fino a ben dentro l'età adulta a spese delle rispettive famiglie, per non parlare delle figure oziose e improduttive di cui abbondano gli strati più abbienti della società; all'effetto distorsivo, cui si è accennato più sopra, prodotto dai vigenti sostegni al reddito, destinati a essere interrotti non appena il destinatario trovi una qualsivoglia occupazione retribuita.
Il timore di cui si sostanzia questa obiezione di carattere sociale è destinato, con tutta evidenza, a vanificarsi del tutto qualora il sostegno al reddito prendesse la forma del RdC qui ipotizzato, vale a dire dell'assegnazione a ciascun cittadino, in modo universale, permanente e incondizionato, di un credito d'imposta di ammontare fisso. Come dimostra infatti la vicenda del soggetto che abbiamo seguito nella sua "carriera" dalla condizione di "incapiente" a quella di lavoratore retribuito in modo pienamente dignitoso, la formulazione del sostegno al reddito qui ipotizzata è tale da non costituire in alcun modo un disincentivo alla ricerca di un lavoro o all'accettazione dell'offerta di un'occupazione.
Infatti, in primo luogo l'erogazione del RdC qui delineato non cessa al cessare della condizione di "incapiente", ma prosegue sommandosi al reddito da lavoro: cosicché il soggetto, passando da "incapiente" a "lavoratore", non ha da temere che l'essere occupato significhi per lui, come oggi avviene, spendere una parte significativa (se non addirittura preponderante) del proprio lavoro per guadagnare "col sudore delle fronte" un reddito che oggi percepisce senza lavorare. Egli lavorerà "col sudore della fronte", in sostanza, solo per migliorare la sua condizione reddituale rispetto a quella di "incapiente" il cui reddito è limitato al RdC. Cercare un lavoro o comunque accettare un'occupazione sarà conveniente per lui senza che nessuno glielo imponga.
Anche nel caso dei figli "mantenuti a vita" la situazione cambierebbe in modo rilevante. L'"obbligo di mantenimento" da parte dei genitori si attenuerebbe considerevolmente,mentre i figli potrebbero mettere a profitto il pur modesto reddito autonomo di cui disporrebbero in quanto cittadini per rendersi autonomi dalle rispettive famiglie, magari mettendo in comune le risorse con altri coetanei, a un'età meno tardiva. La stessa ricerca di un lavoro, diventando meno affannosa e angosciante, cesserebbe di costituire un alibi rispetto a una loro più consapevole assunzione di responsabilità.
Per quanto concerne, infine, i "fannulloni" benestanti, l'introduzione del RdC non li concernerebbe, evidentemente, in modo diretto. Essa contribuirebbe tuttavia a una ripresa in termini nuovi del discorso sulla determinazione delle basi imponibili e sulla progressività dell'imposta come fattori redistributivi: discorso che, a giudizio di chi scrive queste note, è stato troppo corrivamente abbandonato, negli ultimi decenni, anche a sinistra, a favore di un'ideologica proclamazione della riduzione indiscriminata delle tasse come incentivo allo sviluppo e in genere come sinonimo di modernità.
...e sul piano morale
L'obiezione "morale", in parte coincidente con quella "sociale", consiste a sua volta nella sottolineatura della perversione etica che sarebbe introdotta, in particolare nell'animo dei giovani, dalla prospettiva di poter godere di un reddito incondizionato e permanente. Sarebbe interessante porre, ai severi sostenitori di questa obiezione, un sommesso quesito circa il traviamento morale che, nei medesimi animi giovanili, è introdotto dal dovere gli stessi giovani restare "figli di famiglia" fino a un'età in cui i loro padri (non parliamo poi degli avi) già da tempo si guadagnavano da vivere e spesso avevano ampiamente messo su famiglia. Su quanto ciò tenda a rafforzare quel "familismo amorale" che è tra i peggiori nostri vizi nazionali ha scritto cose pienamente condivisibili Maurizio Ferrera nell'articolo già più sopra citato.
In ogni caso, l'introduzione del RdC nei termini qui illustrati costituirebbe di per sé un potente antidoto rispetto al rischio paventato dai sostenitori dell'obiezione "morale". Essa rilancerebbe infatti, in modo concreto, il legame diretto fra il cittadino e lo Stato e in pari tempo la responsabilità personale di ciascuno nei confronti di se stesso. E' vero, infatti, che ognuno potrebbe anche scegliere, potendo disporre di un reddito permanente e incondizionato, per quanto di entità modesta, di vivacchiare in modo duraturo accontentandosi di quell'esiguo assegno, magari integrato col provento di qualche lavoretto saltuario.
Questa sarebbe però una scelta imputabile soltanto alla sua personale responsabilità, senza più alibi forniti dalle diverse basi economico-sociali di partenza. Una scelta posta continuamente e palesemente a confronto con quelle, diverse, operate da amici, familiari, conoscenti, diversamente inseriti, grazie a tali scelte, nella società e nel mondo produttivo. Ché se poi la scelta dell'"accontentarsi" fosse pervicacemente mantenuta, allora non sarebbe compito dello Stato immischiarvisi, ma piuttosto mantenere un atteggiamento di rispetto per la libertà individuale. Tanto più che la "nullafacenza" di tali ostinati non costerebbe all'erario più di quanto non costi quella del disoccupato o del volonteroso in cerca d'occupazione. Sempreché, dietro di essa, non si celi una vena creativa non valorizzabile, almeno per il momento, in termini di stipendio o di mercato...
Come rispondere agli economisti: il finanziamento e gli effetti del RdC
Resta da affrontare, buona ultima, l'obiezione "economica". Questa si articola, sostanzialmente, in due versanti: il costo dell'operazione e i suoi effetti sull'economia. Per quanto concerne il primo versane, chi scrive non è in grado di offrire alcuna risposta tecnicamente argomentata. Faccio rilevare soltanto come una porzione significativa del costo del RdC sarebbe imputabile a una copertura... già prevista in bilancio. Nel RdC potrebbero confluire, infatti, le risorse non trascurabili già oggi impegnate nella miriade di erogazioni assistenziali effettuate dallo Stato (attraverso l'INPS o altri canali) nelle più svariate direzioni. Il RdC dovrebbe essere sostitutivo (in tutto o in parte secondo i casi) degli assegni sociali, della CIG, delle indennità di disoccupazione etc. Le stesse prestazioni pensionistiche potrebbero essere parzialmente coperte dal RdC, soprattutto nella misura in cui questo venga a coprire parte della retribuzione già nel corso della vita lavorativa.
Per il resto, come già accennato più sopra, l'innovazione costituita dell'introduzione del RdC sarebbe di tale portata da sollecitare una seria riflessione sulla determinazione dei cespiti (non solo reddituali) soggetti a imposizione e sulla progressività di quest'ultima. Una riflessione il cui auspicabile sbocco nel senso di una maggiore perequatività del sistema dovrebbe portare al reperimento di risorse di origine fiscale sufficienti a garantire il residuo di mancata o insufficiente copertura dell'istituto.
Per quanto concerne il secondo versante, quello dei possibili effetti del RdC sull'economia, appare possibile evidenziare come essi, lungi dal poter essere impiegati a sostegno di una qualche obiezione, possano solo essere assunti a ulteriore sostegno di una tale innovazione. In primo luogo, il RdC metterebbe in campo una forte azione di carattere anticiclico. Se è vero infatti che una delle componenti della crisi in atto consiste nel freno ai consumi posto in essere dall'esiguità dei mezzi a disposizione di ceti meno abbienti, e dai veri e propri fenomeni di scivolamento del ceto medio e della classe lavoratrice verso condizioni di indigenza, il RdC costituirebbe, rispetto a tutto ciò, un "paracadute" generalizzato e di sicura efficacia. Tanto più se attuato nei modi qui tratteggiati che, come si è mostrato, sono tali da rendere tanto più efficace il sostegno al reddito quanto più quest'ultimo si riduce.
Un secondo effetto positivo, sul terreno economico, consisterebbe nella immissione, che lo stesso RdC favorirebbe, di nuove risorse di lavoro nel sistema: ciò se non altro grazie al grado notevolmente potenziato di autonomia che esso garantirebbe ad ampie fasce della popolazione, a partire dai giovani e dalle donne. Inoltre, l'aver messo in opera una così vasta e generalizzata disponibilità di reddito consentirebbe di varare, con ben altre probabilità di successo rispetto alla situazione odierna, strategie di workfare miranti a canalizzare le potenzialità di lavoro verso impieghi adeguati, avviando percorsi di formazione ricorrente, di sostegno all'incontro fra domanda e offerta di lavoro, di supporto all'imprenditorialità individuale, associata, cooperativa. Infine, lo stesso RdC costituirebbe una misura in grado di contribuire a decongestionare e rasserenare le relazioni industriali, consentendo la sperimentazione di formule contrattuali nuove, meglio corrispondenti sia alla configurazione più diversificata assunta dal mondo del lavoro, sia alla necessità di una più attiva e diffusa partecipazione del lavoro stesso alla responsabilità imprenditoriale.
Spostare in avanti il punto di partenza
Il reddito di cittadinanza, dunque, come soluzione di tutti i problemi sul tappeto? No di certo. L'effetto che una riforma di questo tipo potrebbe sortire, piuttosto, sarebbe quello di spostare in avanti, in modo sistematico, il punto da cui partire per affrontarli. Che si tratti di un'innovazione non da poco è testimoniato dalle resistenze, tanto coriacee quanto multiformi, che la stessa discussione sul tema incontra a svilupparsi serenamente. Al fondo, come ho cercato di mostrare, ci sono incrostazioni culturali non di poco momento. C'è nientemeno che l'autorità di San Paolo, padre fondatore del cristianesimo come civiltà mirante all'universale. E punto di riferimento, in epoca moderna, di un sistema sociale fondato non più sull'"otium" del signore reso possibile dalla fatica brutale degli schiavi, ma sulla lucida iniziativa del borghese e su lavoro collettivo dei proletari. Ci sono, anche, due secoli e più di pensiero rivoluzionario.
Un pensiero che ormai da tempo, però, si è ribaltato in chiuso conservatorismo, tanto da aver lasciato nelle mani degli avversari entrambe le parole - rivoluzione e riformismo - che furono le sue bandiere. E' necessario, dunque, che ci si rimetta in marcia. Partendo magari dall'unico atto autenticamente rivoluzionario del nostro tempo, quello che oltre Atlantico ha visto cadere il più munito dei fortilizi, la più tenace delle discriminazioni. Ecco, Obama non chiede di essere imitato: se non nel senso di quell'assunzione di responsabilità da parte di tutti e di ciascuno di cui egli, recuperando il senso più serio e profondo del sogno americano, ha fatto il primo dei suoi vessilli. Per la politica europea, e per la politica italiana come sua componente che deve recuperare il ruolo di avanguardia eretica che le fu proprio, si tratta di approfittare della crisi profonda che ne scuote le certezze sempre più prive di fondamento per cominciare a guardare più lontano, per cominciare a costruire un avvenire più solido perché più condiviso e più aperto.
Stefano Sacconi
Roma, 8 febbraio 2009
[1] E lo stesso Veltroni aveva chiosato: "E' come se all'Italia mancasse un intero pilastro dello Stato sociale. Se in America manca la sanità pubblica, a noi manca la tutela del reddito in caso di perdita del lavoro". La flessibilità insomma, da noi contrariamente ai più avanzati sistemi europei, non è associata alla sicurezza.
[2] E' evidente che in base al metro di valutazione produttivistico gli "ordini mendicanti", come in primo luogo i domenicani e i francescani, non avrebbero mai potuto affermarsi: al figlio di Pietro Bernardone, per esempio, si sarebbe posta l'alternativa secca fra proseguire il pingue mestiere di famiglia e... morire di fame.
[3] Vedi in proposito il volumetto "Un nuovo contratto per tutti" di Tito Boeri e Pietro Garibaldi, pubblicato da Chiarelettere nell'ottobre 2008, dove è ipotizzata una linea d'intervento che sarà sostanzialmente ricalcata dal segretario del PD nella sua relazione del 19 dicembre.
[4] Vedi in proposito, ad esempio, Giuseppe Ricciotti, "Paolo apostolo", Roma, Coletti 1946, p. 377.
[5] L'assegno sociale è una prestazione in denaro erogata dall'INPS ai cittadini(e) che abbiano superato i 65 anni d'età e percepiscano un reddito inferiore all'ammontare dello stesso assegno sociale. Per il 2008 l'assegno sociale è stato pari a poco meno di € 400 al mese per 13 mensilità (poco meno di € 5.200 annui).
[6] Per "incapiente" s'intende un soggetto che non percepisce alcun reddito, o comunque percepisce un reddito così basso da non essere soggetto all'imposta sul reddito.
[7] Considero qui, per comodità, la sola imposizione fiscale. E' chiaro che, nella realtà, andrà considerata anche l'imposizione previdenziale.
[8] Anni or sono - ho saputo a suo tempo da fonte di sicura affidabilità - una proposta di RdC non lontana, nei principi se non anche tecnicamente, da quella qui esposta fu elaborata all'interno di uno stimato think tank della sinistra, ma la sua divulgazione fu drasticamente bloccata da un veto politicamente autorevole.



