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Il diritto al lavoro a 60 anni dalla nascita della Repubblica italiana
Articolo-intervista a Stefano Lucarelli, ricercatore in economia politica all'Università di Bergamo, a cura di Pietro Vertova per ATTI DEMO CRATICI www.lungomare.org/attidemocratici/
Il diritto al lavoro a 60 anni dalla nascita della Repubblica italiana
Articolo-intervista a Stefano Lucarelli, ricercatore in economia politica all'Università di Bergamo,
a cura di Pietro Vertova per ATTI DEMO CRATICI www.lungomare.org/attidemocratici/
Bergamo 4 Ottobre 2009
L'articolo 4 della Costituzione italiana sancisce il diritto al lavoro e demanda alla Repubblica il compito di promuovere le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Si tratta di un "articolo impegnativo", come disse Calamandrei, una norma programmatica di non facile attuazione.
l'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro (art. 1, comma 1); è compito della
Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e
l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva
partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese (art. 3,
comma 2). Secondo Crisafulli negli articoli 1, 3 e 4 della Costituzione è caratterizzato "il regime
della comunità statuale e pertanto dei fini e dei compiti istituzionali della persona statale"; gli fa eco
Mortati che riconosce in essi "l'elemento fondamentale dell'ideologia politica informatrice
dell'intero assetto statale, e perciò costitutivo del tipo di regime". Toni Negri ha sostenuto che
questi articoli provano che "alcuni, fondamentali principi ideologici del socialismo sono penetrati e
vigono nella Costituzione". Se si accetta questa interpretazione, come sono propenso a fare anche io
che però non sono un filosofo del diritto né un giurista, non ci si deve meravigliare del fatto che si
tratti di "articoli impegnativi"; l'impegno maggiore consiste nel preservare un equilibrio
istituzionale esemplare frutto della mediazione incredibile di cui furono capaci i padri costituenti.
Fatto sta che le condizioni materiali che caratterizzano il capitalismo contemporaneo hanno eroso le
basi su cui quella mediazione si era retta.
La Costituzione italiana venne redatta in un periodo, quello del dopoguerra, caratterizzato da elevati livelli di miseria e disoccupazione. I nostri tempi, al di là della crisi economica, sono caratterizzati da benessere e consumismo. Basti pensare che negli ultimi trent'anni il reddito pro-capite è raddoppiato. Che tipo di attualità conserva allora l'articolo 4?
È vero che il reddito pro-capite è raddoppiato, ma questo è un dato che di per sé non basta a
sostenere che viviamo nel benessere. La distribuzione dei redditi resta iniqua anzi l'iniquità va
accentuandosi. Negli ultimi venti anni la crescita dell'indice Gini, attraverso il quale si coglie
l'ineguale distribuzione dei redditi, è stata molto alta in Italia. Se si confrontano i redditi mediani,
quelli del decile più povero e quelli del decile più ricco della popolazione, l'Italia ha redditi minori
rispetto alla media OCSE, mentre il reddito del 10% più ricco risulta più alto rispetto alla media
OCSE. Si tratta di dati che segnalano, tra le altre cose, il fatto che la crisi economica che ha colpito
l'Italia dopo il crollo finanziario americano del luglio 2008, si è innescata su una struttura
economica già debole. Ciò complica tremendamente l'analisi della crisi economica italiana.
Vengo a un altro punto sollevato nella domanda: il consumismo non rappresenta di per sé un
elemento di benessere. Anche il consumismo, come tanti altri concetti socio-economici, subisce
un'evoluzione del suo significato. Questo a mio avviso è un punto fondamentale che gli economisti
di qualsivoglia estrazione teorica tendono a trascurare. Nella storia economica occidentale abbiamo
assistito ad un consumismo che si è sviluppato nelle fasi di crescita sorretto dagli aumenti salariali e
rivolto soprattutto ai beni di massa standardizzati (siamo nella fase matura del regime di
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accumulazione fordista); abbiamo poi assistito ad un consumismo che si è manifestato soprattutto
nell'acquisizione di stili di vita, attraverso lo sviluppo dell'industria del divertimento. Sono questi
gli anni delle Lettere Luterane di Pier Paolo Pasolini - siamo nel 1975 - in cui egli riconosce la
morte dei valori proletari nell'omologazione dei comportamenti giovanili "sotto il segno e la
volontà della civiltà dei consumi". Ne dà una narrazione esemplare Nanni Balestrini nel suo
Vogliamo tutto
nella Torino operaia, il lavoro emerge come condizione necessaria per poter spendere e assumere
uno status, profondamente influenzato dal modello di vita dei giovani borghesi: "C'era una grande
differenza fra l'educazione ricevuta fino allora in paese dalle famiglie dall'ambiente contadino e
adesso questo ambiente di città. ... Vedevo tutti i miei amici quelli che non avevano continuato le
scuole ... Vedevo che questi mentre io avevo rotto le abitudini del paese andando a scuola questi
qua pure loro le avevano rotte in un altro modo. Invece di andare nei campi andavano a lavorare nei
cantieri edili. E guadagnavano in due mesi più soldi che i genitori col raccolto di un anno. ...
Vedevo che quelli c'avevano i blue-jeans vedevo che c'avevano le magliette. Ma non quelle maglie
di pastore dell'Irpinia di lana a mano ma una maglietta da negozio una maglietta bella che ce
n'erano di tutti i colori. Poi si compravano il giradischi di dischi. Il rock and roll il rhythm and blues
tutta questa roba qua. Allora si cominciavano a ballare queste cose qua all'americana. Ma ci
volevano sempre soldi ... "
Il tasso di sostituzione degli status symbol è aumentato col tempo ed il consumismo è diventato un
fenomeno pervasivo che tocca i giovanissimi, come anche gli adulti. Quest'ultima fase si è
sviluppata ancora in un contesto di crescita economica ma all'interno di un regime di
accumulazione finance-led (per usare un'espressione in voga tra gli studiosi della scuola francese
della regolazione) in cui i consumi non sono aumentati più grazie all'aumento dei salari (la quota
dei salari sul prodotto totale diminuisce), ma grazie agli effetti ricchezza sorretti dal boom delle
Borse, in un mondo in cui parte dei salari in busta paga (le stock options), i salari differiti (i fondi
pensione) e i risparmi delle famiglie si spostano massicciamente sulle attività finanziarie. Quando il
boom delle Borse ha perso lo slancio degli anni '90 la struttura psicologica dei consumatori era stata
già compromessa. L'attivista e scrittore Alex Foti, nel suo bellissimo Anarchy in the EU movimenti, riconosce correttamente che negli anni '90 "tutto
pink, black, green in europa e grande recessione
il mondo diviene neoliberista (e consumista). Non perché piacciano il darwinismo sociale e il
tradizionalismo autoritario di Reagan, Tatcher, Friedman, Hayek, ma perché il neoliberismo
alimenta un'evoluzione della società in senso individualista e multiculturale che è fonte di
emancipazione per milioni di persone (donne e gay in primis, ma anche minoranze etniche e
immigrati). La disuguaglianza avanza, ma se posso fare l'amore con chi voglio, chiamare col
telefonino chi voglio e volare low-cost dove voglio alla fine me ne posso anche fregare. O almeno
così hanno ragionato in tanti. Erano gli anni '90, anni di eccessi finanziari e party interminabili in
attesa del millennio che doveva essere l'orgasmo perfetto."
Oggi viviamo in una fase del capitalismo in cui la diminuzione dei salari reali si accompagna ad un
preoccupante incremento del credito al consumo in svariate forme. Si tratta di una tendenza
preoccupante anche nel nostro Paese: i dati Assofin registrano una contrazione del credito al
consumo per acquisti rateali (- 20% in Giugno), tuttavia si registra un aumento dei prestiti personali
mediante cessione del quinto e carte revolving.
Viviamo in un Paese in cui è assolutamente necessario da un lato ridefinire una regolazione del
rapporto salariale, una regolazione che non sia limitata al rapporto di lavoro tradizionale, dall'altro
ritornare al dettato costituzionale abolendo tutte quelle norme che hanno contribuito a frammentare
il mondo del lavoro diffondendo l'ideologia della formazione permanente. L'articolo 4 della
Costituzione italiana resta di per sé attuale. Occorre tuttavia comprendere bene cosa significhi oggi
diritto al lavoro.
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Il mercato del lavoro ha subito negli ultimi 30 anni un'evoluzione drammatica. Siamo passati da un'epoca fordista, centrata sulla grande fabbrica e sulla figura dell'operaio-massa, ad un'epoca post-fordista, in cui il lavoro è sempre più frammentato. Per le nuove generazioni in particolare i percorsi lavorativi sono tutti da inventare, tra studio, formazione continua e lavori precari. E' ancora possibile oggi definire cosa sia "il lavoro"?
Io non credo che la definizione di lavoro sia una definizione semplice. È difficilmente contestabile
quanto scriveva Adam Smith nel 1776: «non le risorse naturali, bensì il lavoro svolto in un anno, è
il fondo da cui ogni nazione trae tutte le cose necessarie e comode della vita che in un anno
consuma». Tuttavia ciò che è difficile è comprendere davvero in cosa consista oggi la divisione del
lavoro. Essa è infatti cambiata sia su scala nazionale che su scala mondiale, e la crisi del fordismo è
il segno di questo cambiamento. In questa discussione sul diritto al lavoro, chiedersi perché il
fordismo sia entrato in crisi è forse ancora più importante della domanda su cosa ci sia dopo il
fordismo? Voglio rispondere ancora una volta ricorrendo alla letteratura e a Vogliamo tutto di
Balestrini. I diritti dei lavoratori non si conquistano solo grazie ad una carta costituzionale. Le lotte
operaie del 1969 in Italia sono necessarie affinché si giunga ad uno Statuto dei lavoratori (1970) che
dà maggiore concretezza agli articoli 1, 3 e 4 della Costituzione. Eppure la composizione di classe
ravvisabile in queste lotte è animata dall'odio nei confronti del lavoro di fabbrica: "E noi eravamo
veramente tutti la stessa cosa. ... la cosa che non aveva differenza era la nostra volontà la nostra
logica la nostra scoperta che il lavoro è l'unico nemico l'unica malattia. Era l'odio che avevamo
tutti quanti per questo lavoro e per i padroni che ci obbligavano a farlo. Era per questo che tutti
stavamo incazzati era per questo che quando non scioperavamo ci mettevano in mutua. Per evitare
quella galera dove ci portavano via la nostra libertà e la nostra forza tutti i giorni. Questi pensieri
che io facevo da molto tempo per cazzi miei finalmente vedevo che erano quello che tutti
pensavano e dicevano. E le lotte che fino allora facevo per cazzi miei contro il lavoro avevo visto
che erano le lotte che tutti noi potevamo farle insieme e così vincerle." Questo livello di
conflittualità produce diritti effettivi perché costringe le istituzioni democratiche a definire un modo
di regolazione all'altezza delle rivendicazioni degli operai e della società. La crisi del fordismo è
necessaria innanzitutto al capitale per ristabilire il suo controllo sul lavoro e sulla società.
In un bel romanzo del 1989 che Paolo Volponi dedica ad Adriano Olivetti, Le mosche del capitale,
le piante di ficus parlano con un terminale. Ficus e computer sono espressioni di quel potere
industriale che decide della divisione del lavoro. La differenza è che i primi appartengono al mondo
fordista nel pieno della crisi, mentre il secondo rappresenta ciò che verrà.
Dicono i ficus: "Noi siamo la creativa cultura industriale. Non abbiamo più legami con natura e
climi ancestrali; niente ci inibisce e ci condiziona. Abbiamo lo spirito e il metabolismo dell'impresa
... I dirigenti guardano a noi per pensare e decidere." Ma il terminale è cinico e spietato nella
consapevolezza delle nuove regole che vanno affermandosi: "Siete il segno di una stagione
dell'industria: piante nane da relazioni umane. Ma oggi non è più il tempo delle human relations.
Non servite alle automazioni, alle joint ventures, ai contratti; non influite sui costi, né sui profitti.
Siete ancora proiettati sulla trattativa, sulle mediazioni secondo le infiltrazioni politico-sociali e
anche sentimentali. Non siete nemmeno patrimoniali, convertibili, frazionabili e non potete
agganciarvi alla velocità del capitalismo odierno e favorire la sua astrazione. Siete ancora veri,
perfino vivi." La sconfitta dei ficus, che in un impeto di rabbia urlano al computer che esso è
costruito per la negazione dell'industria e della sua cultura e non ha alcun ruolo dirigenziale, è
sancita dalle seguenti lapidarie affermazioni: "Cosa conta più un dirigente? Ormai è solo il suo
sostantivo che corre tra i miei flussi, codificato con un rilievo e un carico non molto rilevanti.
Debbo spiegarvi ancora che non ci sono più parti? Che esistono ormai solamente i programmi e il
sistema che io posso stabilire e svolgere? Conta solo ciò che io introito codifico collego calcolo
trasmetto. Tutto il resto fuori, anche gli impianti l'energia le società di ogni tipo, le persone fisiche e
giuridiche, sono solo materiale; figure e volumi del passato, che io a mia discrezione posso
immettere nel presente e svolgere nel futuro." Le imprese, una volta riorganizzato il lavoro
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sfruttando le scoperte dell'informatica pretendono di accorciare i tempi necessari all'ottenimento
dei profitti, ogni mediazione è abolita. Vale la pena richiamare proprio la vicenda di Paolo Volponi,
umanista, ex dirigente della Olivetti assunto dalla Fiat e licenziato dopo meno di tre mesi, a poche
ore dall'apparizione sull'Unità della sua dichiarazione di voto comunista per le elezioni del 1975.
Dopo la ristrutturazione tecnologica degli anni '80 e dopo l'abbandono di buona parte della cultura
industriale italiana i lavoratori si presentano frammentati, spaventati e incapaci di esercitare un
conflitto nelle forme classiche. Eppure ci sono ancora le morti sul luogo di lavoro, ci sono le
nocività (fisiche e mentali) che caratterizzano la produzione e che colpiscono i lavoratori e il
contesto sociale in cui la produzione avviene. E si moltiplicano delle professioni che comportano un
prolungamento non certificato della giornata lavorativa.
Ripeto, non sono un giurista, ma sono convinto che la precarizzazione delle condizioni di lavoro
comporta una rilettura con interpretazione storico evolutiva dei principi sanciti nella prima parte
della Costituzione. Questi sottolineano come il valore delle condizioni di vita dignitosa risponda a
specifiche finalità sociali, imponendo alla Repubblica la rimozione degli ostacoli "di ordine
economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini impediscono il
pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori
all'organizzazione politica economica e sociale del Paese" (art. 3, comma 2). Il termine "lavoratore"
andrebbe colto nella sua funzione sociale, indipendentemente dallo status di chi presta un'attività
lavorativa giuridicamente regolata.
La frammentazione del lavoro e i cambiamenti socio-politici hanno messo in crisi il concetto stesso di rappresentanza dei lavoratori. I sindacati tradizionali non riescono ad intercettare i bisogni e le identità delle nuove generazioni di lavoratori italiani e migranti. Eppure i diritti, la continuità di reddito e la previdenza non sembrano tutelati. La crisi economica evidenzia sempre di più questa impasse. Come se ne può uscire? Sono ancora possibili organizzazioni collettive dei lavoratori?
I sindacati italiani hanno grosse responsabilità rispetto alla situazione che affligge oggi i lavoratori
italiani. Non solo perché non riescono ad intercettare i bisogni e le identità dei lavoratori oggi più
sfruttati, ma perché hanno contribuito a indebolire i diritti dei lavoratori presenti e futuri (basta
citare gli accordi del Luglio 1993) e hanno irresponsabilmente favorito ciò che Riccardo Bellofiore
chiama la "sussunzione reale del lavoro alla finanza" (penso al "Protocollo su previdenza, lavoro e
competitività per l'equità e la crescita sostenibili" del Luglio 2007). I sindacati appaiono
sclerotizzati, legati a doppio filo alle politiche di concertazione, sono incapaci di veri momenti di
democrazia interna, ma le organizzazioni collettive dei lavoratori restano fondamentali soprattutto
per combattere la precarietà dilagante e ricostruire un sapere in grado di resistere al comando sul
lavoro. È auspicabile che nel tempo si realizzi la tendenza descritta recentemente da Sergio Bologna
nel suo Ceti medi senza futuro: "Il lavoratore autonomo di seconda generazione non deve perdere di
vista ciò che accade nel mondo del ‘lavoro precario', ossia tra i gruppo sociali che, non avendo
rinunciato alla prospettiva del lavoro dipendente, rivendicano una stabilità del posto di lavoro e un
riconoscimento degli ammortizzatori sociali per i periodi di non lavoro (salario di cittadinanza,
salario minimo garantito ecc.). Alcune componenti di questa vastissima area del ‘lavoro precario'
stanno sperimentando nuove simbologie di protesta. Poiché i simboli sono vettori di
comunicazione, essi forniscono dei collanti sociali nell'attuale crisi delle ideologie. Benché le
prospettive siano diverse e in parte divergenti, tra il lavoro autonomo di seconda generazione e
l'universo del ‘lavoro precario' esiste una base comune di azione all'interno dei processi formativi,
esistono interessi comuni nell'affrontare la crisi del sistema scolastico e del sistema universitario."
Purtroppo solo pochi sindacalisti riescono a comprendere l'importanza di questa prospettiva, una
prospettiva che comunque sta a fatica diffondendosi.
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La crisi dei sindacati si sposa ad un'evoluzione delle forme di lotta sul lavoro. Abbiamo assistito negli ultimi tempi a forme estreme e disperate di lotta, emblematico il caso della INNSE. Cosa ci insegnano questi episodi? Parlano di una debolezza delle lotte dei lavoratori oppure di una loro possibile forza?
Questi episodi parlano sia della debolezza che della forza dei lavoratori: i lavoratori sono deboli
perché subiscono la frammentazione della produzione e sono spaesati dinanzi alla mobilità dei
capitali su cui il regime di accumulazione contemporaneo si struttura. I lavoratori stentano a
riconoscersi tra di loro, stentano a concepirsi come un gruppo di interesse coeso. I lavoratori sono
soggetti sfruttati, lo sono quando lavorano, e quando non lavorano. Il caso INNSE ci mostra anche
la forza che sta nelle soggettività nel momento in cui organizzano la lotta, nel momento in cui
mettono in opera la propria intelligenza andando a colpire quegli aspetti della produzione
capitalistica che danneggiano gli interessi del capitale. Luciano Gallino ha scritto che trarre
indicazioni di carattere generale dalla vicenda INNSE sembra un azzardo. Tuttavia l'arroccamento
di pochi operai su alte strutture, con il sostegno di altri lavoratori e la solidarietà di chi si sente
partecipe del senso di disperazione e del coraggio di quegli operai, colpisce uno dei punti nevralgici
del nuovo capitalismo: i media, i processi informativi che hanno assunto un ruolo sempre più
incisivo nella messa a valore di una qualsiasi attività produttiva. Con il loro gesto dettato da una
lucida disperazione gli operai hanno svelato che una fabbrica in salute sarebbe stata chiusa per
trarre un utile dalla chiusura. Sono gli interessi immobiliari, la cessione dei rami d'azienda, le
ristrutturazioni, le operazioni di Mergers & Acquisitions che caratterizzano questo capitalismo. Di
fronte a queste nuove logiche (finanziarie) di massimizzazione degli utili di impresa, agevolate dalle
irresponsabilità dei governi e dei sindacati che hanno accettato l'indebolimento dei diritti dei
lavoratori occorre ripensare le forme del conflitto. Sempre Gallino ha avuto l'onestà di riportare le
parole di un operaio dell'INNSE che ai microfoni di Radio Popolare dialogava con un altro operaio
della CIM di Marcellina: "il vecchio tipo di lotta, lo sciopero, non funziona più. Bisogna utilizzare
altre forme di lotta". Parole che in alcuni ambiti di movimento (penso ai precari che organizzano la
May day Parade) sono diffuse da tempo.
La crisi economica sta mettendo in evidenza la fragilità del sistema economico e le contraddizioni del capitalismo. In autunno la disoccupazione aumenterà e non sembrano esserci strategie di sviluppo e di welfare in grado di rispondere a bisogni sociali in aumento. Può ripartire il conflitto dei lavoratori? Con quali obiettivi?
Nel 2009 tutte le statistiche sono concordi nel segnalare un calo del PIL italiano: secondo l'Istat nel
primo trimestre del 2009 il PIL è calato del 5,9% rispetto al 2008; nel secondo trimestre il calo è
stato del 6% (in Germania del 5,9%, in Francia del 2,4%, nel Regno Unito dello 0,7%, la media UE
è un calo del 4,7%).
Anche i dati Inps sul ricorso alla cassa integrazione sia ordinaria, sia straordinaria vanno nella
direzione indicata dalla tua domanda: nel trimestre gennaio-marzo 2009, sommando cassa
integrazione ordinaria (cigo) e straordinaria (cigs) si segnala un incremento di +184% rispetto allo
stesso trimestre 2008 2008. Nella gestione ordinaria i settori con i maggiori incrementi rispetto al
mese di marzo 2008 risultano essere il meccanico (+1262,49%), il metallurgico (+7004%), il
chimico (+1345,94%) e il legno (+1728,45%). Nel settore edilizio, si è passati dai 2,9 milioni di ore
del marzo 2008 ai 5,9 milioni del marzo 2009, con un aumento del 100,23%: nel primo trimestre si
è passati dagli 8,3 milioni del 2008 ai 12,2 milioni nel 2009, facendo registrare un incremento che
in questo caso è stato del 47,01%.
Sempre l'Inps ci comunica che, mettendo a confronto il periodo settembre 2007-agosto 2008 con il
periodo settembre 2008-agosto 2009, le domande di indennità di disoccupazione (indennità
ordinaria, agricola e a requisiti ridotti) sono aumentate del 53% (da 765 mila a 1 milione 172 mila).
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Ci sono poi quei lavoratori precari che non hanno diritto alla cassa integrazione. Quanti sono?
Come definirli? Emiliano Mandrone dell'Isfol ha stimato che in Italia nel 2006 quasi 3,5 milioni di
individui (il 15,3% degli occupati) erano coinvolti in forme di lavoro atipiche (considerando i
dipendenti a termine e i finti collaboratori). Sono ormai molti gli studi che segnalano l'arretratezza
del welfare italiano di fronte all'aumento di soggetti deboli sul mercato del lavoro e, in pericolo di
povertà. Prendiamo i dati dell'Indagine sui bilanci delle famiglie italiane condotta per il 2006 dalla
Banca d'Italia (condotta su 19.551 individui). Se definiamo precari tutti gli intervistati che hanno
dichiarato di avere un contratto a tempo determinato, un lavoro interinale o di essere un lavoratore
autonomo atipico (co.co.co, collaboratore occasionale, lavoro a progetto, associato in
partecipazione, o prestazioni accessorie) ricaviamo le seguenti preoccupanti indicazioni: il 63, 85%
dei precari intervistati dichiara di non guadagnare un reddito che gli consente di arrivare alla fine
del mese; solo il 52,7% dei precari intervistati ritiene di non dover cambiare lavoro nei prossimi 6
mesi; l'8,8% dei precari intervistati ha chiesto un prestito o un mutuo; il 24,9% dei precari
intervistati vive in affitto. I dati Istat del 2006 evidenziano che in Italia solo o 0,65% dei disoccupati
con meno di 25 anni gode di un sostegno al reddito, contro il 57% in Inghilterra, il 53% in
Danimarca, il 51% in Belgio.
Non esiste nessuna legge deterministica tale per cui l'aumento della disoccupazione conduca di per
sé ad un conflitto nel mondo del lavoro. Eppure segnali in questo senso oggi ci sono: pensiamo alle
vicende dell'INNSE di Lambrate e della CIM di Marcellina di cui abbiamo parlato prima. Dal 22
settembre 150 operai hanno occupato l'Ideal Standard di Brescia, di proprietà del gruppo americano
Bain Capital con sede a Bruxelles che aveva annunciato la ricollocazione dell'area per scopi diversi
da quelli della cottura di ceramiche. Si tratta di esperienze che sono state condotte grazie alla
reazione spontanea dei lavoratori, le rappresentanze sindacali sono intervenute solo in un secondo
momento. Il conflitto può ripartire se si sviluppa una coesione tra coloro che subiscono la crisi e si
riassume la consapevolezza che la lotta paga. Consentimi ancora di ricorrere alla letteratura. Vasco
Pratolini ha raccontato in Metello il lungo sciopero che agli inizi del ‘900 fermò i cantieri edili di
Firenze: "Lo scioperante è un lavoratore che ha preso coscienza della sua condizione di sfruttato eQueste
deliberatamente affronta la lotta e sacrifici sempre maggiori, onde rivendicare i suoi diritti.
son parole tutte vere nel momento dell'azione ... ma poi? Quando uno sciopero si trascina, come
crescono le difficoltà crescono le tentazioni ... Durante uno sciopero si tratta di resistere, cioè di
aspettare." Le stesse parole valgono anche quando la lotta assume una forma diversa dallo sciopero.
Mi chiedi anche di parlare degli obiettivi delle rivendicazioni. Ho sempre un po' di pudore quando
si tratta di entrare su questo argomento, perché le condizioni dei lavoratori oggi possono essere
molto complesse e molto diverse, e perché noi economisti abbiamo perso l'abitudine di studiare la
composizione della classe dei lavoratori. Dal mio punto di vista oggi le rivendicazioni del mondo
del lavoro e le rivendicazioni sul terreno delle politiche sociali dovrebbero procedere insieme.
La categoria di lavoratori più debole è oggi quella dei lavoratori immigrati. Le nuove leggi sulla clandestinità espongono gli immigrati ad un doppio pericolo: se perdono il lavoro perdono non solo il reddito ma anche il diritto a vivere sul territorio italiano. Come rileggere l'articolo 4 della Costituzione per questa categoria di lavoratori?
La tua affermazione è vera: se si guardano i dati dell'Indagine sui bilanci delle famiglie italiane
condotta per il 2006 dalla Banca d'Italia si può affermare che: l'83,54% degli immigrati intervistati
dichiara di non avere un reddito con cui riesce ad arrivare a fine mese; solo il 43,5% degli immigrati
pensa di non cambiare lavoro entro 6 mesi; il 14,7% di loro ha chiesto un prestito o un mutuo; il
67,1% degli immigrati vive in affitto. Sono tutti dati che segnalano un alto rischio sociale, se si è
d'accordo che la situazione reddituale, lavorativa, finanziaria e abitativa rappresentino i principali
indicatori in grado di quantificare il pericolo di esclusione sociale.
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La domanda che poni è una domanda scomoda ma proprio per questo urgente. Non ho le
competenze del giurista e del giuslavorista, quindi non sono in grado di dare una risposta tecnica a
questo problema. Mi limito a segnalare che è ravvisabile una forte contraddizione fra gli articoli 1, 3
e 4 della Costituzione da un lato e le leggi sulla clandestinità dall'altro. Credo tuttavia che in Italia
esista un vuoto nella riflessione politica sugli immigrati. Affrontare il problema inevitabile
dell'immigrazione nel nostro Paese non significa limitarsi a riconoscere il diritto di cittadinanza in
funzione delle esigenze di produzione espresse dal mercato del lavoro. Certamente occorre dare
significato alla cittadinanza. La cittadinanza va costruita: in altri Paesi si dà importanza ad una
figura professionale centrale in un mondo in cui aumenta la mobilità dei lavoratori provenienti da
diverse realtà geografiche, etniche e culturali. Mi sto riferendo al mediatore interculturale, su cui si
è recentemente espressa la Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome. Si tratta, secondo
la definizione formulata dal CNEL - Organismo di Coordinamento per le politiche di integrazione
sociale degli stranieri, di un "agente attivo nel processo di integrazione" che si pone "fra gli". Nel nostro Paese questa figura
stranieri e le istituzioni, i servizi pubblici e le strutture private, senza sostituirsi né agli uni né alle
altre, per favorire invece il raccordo fra soggetti di culture diverse
manca, e ne manca il riconoscimento professionale. Una scelta coraggiosa potrebbe essere quella di
formare dei mediatori interculturali tra gli immigrati di prima generazione.
Sull'immigrazione occorre però sollevare un altro problema urgente (già sollevato da Emiliano
Brancaccio): stiamo vivendo in un mondo in cui la mobilità dei capitali acuisce l'instabilità delle
economie. Ciò si riflette gravemente sul mercato del lavoro. Qui la presenza di lavoratori immigrati
disposti a lavorare a salari bassi e senza rivendicare nessun tipo di diritto, fino ad accettare di
lavorare in nero, va a formare un esercito industriale di riserva (tanto per utilizzare una categoria
marxiana ancora molto potente) che spinge verso il basso salari e i diritti per tutti i lavoratori. Si
diffonde così il germe del razzismo.
Qui occorre fare un lavoro politico molto complesso: se non lo si fa in tempo c'è il rischio di
trovarsi di fronte a condizioni materiali che non permetteranno di costruire nessuna mediazione
interculturale.
Quindi tirando le fila di questo ragionamento credo che si possano sostenere i seguenti punti: 1) le
leggi sulla clandestinità sono incostituzionali; 2) la riflessione sulla cittadinanza degli immigrati non
può essere affrontata al di fuori di un piano volto a ridare regole vere al capitalismo; 3) tra queste il
controllo dei movimenti dei capitali rappresenta un intervento necessario proprio per ridefinire lo
spazio delle politiche del lavoro e in generale delle politiche pubbliche, anche laddove queste non
siano intese come politiche messe in opera dallo Stato ma come pratiche conflittuali volte alla
riappropriazione degli spazi sociali (ho qui in mente il nascente dibattito sulle così dette istituzioni).
del comune
Il sociologo Luciano Gallino è tornato recentemente sulla proposta del reddito di cittadinanza. Di fronte al dirompente fenomeno della precarietà e alla difficoltà di garantire una piena occupazione, la soluzione di un reddito-base legato alla cittadinanza può avere un suo senso e seguito? E' realistico dal punto di vista fiscale?
Si tratta di un tema che mi sta molto a cuore. Dalle pagine di Repubblica Luciano Gallino ha
correttamente precisato che il reddito base rappresenta un tentativo di allentare, se non abolire, il
legame che esiste tra il reddito e il lavoro salariato. Ha ricordato che esistono calcoli approfonditi
che mostrano come il suo costo possa esser reso sostenibile, tenendo conto che il reddito base non
sarebbe un'aggiunta, bensì sostituirebbe gli ammortizzatori sociali in vigore (da noi la cassa
integrazione e i piani di mobilità, il sussidio di disoccupazione e i pre-pensionamenti, oltre a varie
indennità che costano comunque miliardi l'anno). Ha inoltre precisato che nessuno pensa di
proporre l'introduzione secca del reddito base, ma che occorrono studi, periodi di sperimentazione,
locali, verifiche sui costi effettivi e sulle conseguenze che esso avrebbe sul mercato del lavoro,
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applicazioni graduali. Gallino non ricorda però che in Italia sono già state fatte due sperimentazioni
sul reddito minimo di inserimento (RMI), una misura meno radicale rispetto al reddito-base. Il RMI
è un intervento di sostegno alla povertà dunque a carattere non universale, né incondizionato. Da
queste sperimentazioni si possono tuttavia trarre utili indicazioni sul dibattito intorno al basic. La seconda sperimentazione è stata condotta su 267 Comuni Italiani. Si legge nelle
income
Valutazioni finali
tutte le famiglie al di sotto della soglia di povertà stabilita dal decreto istitutivo della misura, 2) Per
le categorie familiari che non è stato possibile reinserire in percorsi ad hoc il RMI ha costituito uno
strumento di ‘riduzione del danno'; 3) Il RMI ha rappresentato un'utile risposta a problemi di
sostegno e cura familiare e di riabilitazione dal punto di vista socio-sanitario; 4) Il RMI ha
rappresentato un reintegro nella vita sociale, consentendo a molte famiglie di tornare nuovamente a
partecipare alla vita sociale della propria comunità, costituendo uno stimolo alla
responsabilizzazione individuale nel percorso di fuoriuscita dallo stato di bisogno; 5) Il RMI ha
consentito di elevare il grado di scolarizzazione di diversi beneficiari; 6) Il RMI ha sicuramente
consentito un miglioramento nelle condizioni di vita dei minori; 7) Il RMI ha avuto un esito
contenuto in termini di inserimento/reinserimento occupazionale." Quest'ultimo punto rappresenta
nella prospettiva delle istituzioni governative il vero aspetto critico - un aspetto che verrebbe acuito
nel caso del basic income - , per questo vale la pena citare nel dettaglio i commenti a riguardo: "Al
di là dell'inserimento in lavori socialmente utili quali la manutenzione del verde pubblico, il
segretario sociale, gestito dagli stessi apparati comunali, la sperimentazione non ha avuto sostanziali
effetti in termini di orientamento e di inserimento occupazionale. E' interessante a questo proposito
evidenziare come oltre il 54% dei 267 Comuni partecipanti alla II sperimentazione non abbia per
nulla tentato di attivare programmi di inserimento occupazionale per mancanza di offerta o per
carenze strutturali del territorio, mentre oltre il 74% dei Comuni ha avviato i suoi beneficiari in
LSU. E' essenziale ribadire che l'inserimento occupazionale non era e non può essere l'obbiettivo
primo della misura, anche perchè si tratta di un obbiettivo che difficilmente una misura come il
RMI può pensare di affrontare profittevolmente se non accompagnata da una serie di altri interventi
e politiche capaci di agire in modo più strutturale sul problema occupazionale in particolare in
contesti così deficitari quali sono la maggior parte di quelli nei quali è stata sperimentata la misura."
In Italia è nata da circa un anno l'Associazione per il Basic Income (http://www.bin-italia.org/).
Consenso e seguito non mancano. Il reddito di base pone la questione centrale su cosa siano oggi, a
fronte delle trasformazioni sociali e globali, i diritti sociali, cosa significa garanzia di un livello
socialmente decoroso di esistenza e della possibilità di scelta e di autodeterminazione dei soggetti
sociali. Nel dibattito italiano è centrale proprio l'analisi delle trasformazioni produttive degli ultimi
decenni. Tuttavia i sindacati italiani diffidano del reddito di base sostenendo che: 1) i padroni ne
approfitterebbero per abbassare i salari e spingerebbero per abolire il salario minimo legale laddove
venisse introdotto; 2) il reddito di base non verrebbe creato come base di un sistema differenziato di
protezione sociale, ma come sostituto integrale dell'insieme dei dispositivi esistenti. In realtà
l'introduzione di questa misura rafforzerebbe il potere collettivo dei sindacati: basta pensare alla
differenza rappresentata da un reddito minimo universale significativo in termini di rapporti di forza
in caso di uno sciopero di lunga durata.
Dal punto di vista fiscale un reddito universale e incondizionato su base individuale gestito
attraverso il bilancio dello Stato comporterebbe un aumento delle aliquote marginali a tutti i livelli
di reddito. Nel contesto italiano la misura dovrebbe essere discussa a mio modo di vedere
riferendosi all'ipotesi di federalismo fiscale, quindi introducendo nuove imposte regionali e
comunali costruite a partire da un'attenta analisi dei modi di produzione del reddito che
caratterizzano il capitalismo contemporaneo. Un primo lavoro in questa direzione riferito alla
Lombardia è stato svolto da Andrea Fumagalli e pubblicato nel Novembre 2006 su "Posse".
Anche la recente legge della Regione Lazio del 4 marzo 2009, sul reddito minimo garantito, invita
a guardare attentamente al problema da questa prospettiva. Questa legge regionale prevede un
intervento economico di 7000 euro annui, circa 580 euro mensili. Ne possono fare richiesta tutti
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coloro che sono al di sotto della soglia di 8000 euro. Per la prima fase, che sarà sperimentale, la
Regione Lazio mette a disposizione 20 milioni di euro per il 2009 ed altri 10 milioni per i successivi
due anni.
NOTA BIBLIOGRAFICA
Sui temi trattati nell'intervista il lettore può consultare i seguenti testi, che qui elenco seguendo
l'ordine in cui appaiono nella conversazione precedente.
Antonio Negri, Il lavoro nella Costituzione, nuova edizione con una conversazione con Adelino Zanini, Ombre Corte,
2009.
Giorgio Lunghini, Francesco Silva e Renata Targetti Lenti, Politiche pubbliche per il lavoro, Il Mulino, 2001.
Stefano Perri, Distribuzione del reddito e disuguaglianza: l'Italia e gli altri, in "Economia e Politica. Rivista on line di
critica dell'economia politica", 23 Gennaio 2009, www.economiaepolitica.it .
Pier Paolo Pasolini, Lettere Luterane. Il progresso come falso progresso, con introduzione di Alfonso Berardinelli,
Einaudi, 2003.
Nanni Balestrini, Vogliamo tutto, con una prefazione di Bifo, DeriveApprodi, 2004.
Robert Boyer, Fordismo e Postfordismo. Il pensiero regolazionista, con un saggio introduttivo di Andrea Fumagalli e
Stefano Lucarelli, UBE, 2007.
Alex Foti, Anarchy in the EU movimenti pink, black, green in europa e grande recessione, Agenzia X, 2009.
Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, a cura di A. Roncaglia, Newton Compton, 1995.
Paolo Volponi, Le mosche del capitale, ora in Romanzi e prose vol. 3, a cura di E. Zinato, Einaudi, 2003.
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2009.
Sergio Bologna, Ceti medi senza futuro. Scritti, appunti su lavoro e altro, DeriveApprodi, 2007.
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practice e rispondenza ai nuovi bisogni" (II Rapporto intermedio - Università di Pavia, coordinatore Andrea Fumagalli),
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Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali, Roma 24 ottobre 2008.
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