Sperimentando il reddito d’esistenza
Applicabilità del Reddito di Esistenza: problematiche e suggestioni. Il caso della Provincia di Milano
Nell'articolo si procede alla simulazione di spesa per l'introduzione di un reddito di esistenza nella Provincia di Milano, sulla base di diversi scenari e del calcolo della spesa sociale già esistente. Si procede anche al calcolo di nuove possibili entrate tramite strumenti di innovazione fiscale.
1. Introduzione
Sul tema del reddito di esistenza come nuova misura redistributiva adeguata alle forme di accumulazione del capitalismo cognitivo occidentale si è scritto e polemizzato molto. La componente marxista classica che possiamo definire, per brevità, di derivazione "lavorista", si contraddistingue per una critica serrata a qualunque proposta di intervento politico e sociale cha abbia come scopo una modifica della struttura della distribuzione del reddito e che non metta invece al centro della propria analisi il rivolgimento dei rapporti di lavoro e di produzione capitalistici[1]. Il punto di attrito principale sta nell'incomprensione dei mutamenti economici strutturali che hanno segnato il passaggio nei paesi occidentali dal capitalismo industriale-fordista a quello cognitivo flessibile[2]. In particolare, l'idea di fondo che anima la proposta di reddito d'esistenza è che si tratti di una misura che restituisce e ridistribuisce una ricchezza precedentemente prodotta e quindi non può essere annoverata nelle misure di tipo assistenziale, magari atte a impedire che le contraddizioni capitalistiche possano esplodere[3]. In questa recente polemica, l'attenzione non è più volta a mettere in dubbio la praticabilità della misura (chi paga? da dove arrivano i finanziamenti?), ma piuttosto il carattere antagonista o meno della proposta.
In questa sede, non ci interessa entrare nel merito di questa futile polemica, visto che al riguardo esiste già materiale più che abbondante, ma piuttosto discutere dell'applicabilità e praticabilità dell'opzione di reddito di esistenza. Tale questione segue il precedente articolo apparso sul numero scorso di Posse[4] e lo scopo è quello di avviare una discussione, già presente all'interno del nodo milanese di UniNomade,
sul tema del finanziamento del Reddito di esistenza (RdE) con riferimento al caso-studio della Provincia di Milano. In particolare si cercherà di fare una stima di quante risorse dovrebbero essere stanziate per introdurre un reddito universale ed incondizionato nella Provincia di Milano. L'analisi intende inoltre calcolare quante risorse possono essere recuperate dalla eliminazione di quei pochi istituti che esistono in Italia a sostegno del reddito[5] e di quelle forme di intervento una tantum che i comuni gestiscono. Verrà dunque preso in considerazione un campione di riferimento (un certo numero di comuni) ed una volta calcolata la spesa per ogni singolo comune si procederà ad estendere i risultati all'intera popolazione.
La differenza tra l'ammontare della spesa complessiva per finanziare il RdE e il cumulo delle risorse già disponibili per forme di assistenza al reddito definisce la quantità di risorse monetarie che devono essere reperite per rendere praticabile l'introduzione dello stesso RdE. Possiamo già anticipare che si tratta di una somma monetaria di elevato spessore. Tuttavia, è necessario - come faremo - tenere in considerazione che:
- L'implementazione del RdE universale non può avvenire da un giorno all'altro, ma piuttosto deve essere "sperimentata" per via graduale, partendo dalle situazioni più a rischio, in un arco di tempo stabilito e di cui tutti residenti sono a conoscenza e consapevoli. Possiamo stimare questo arco di tempo in 5 anni, corrispondente alla durata di una legislatura di governo. In tale periodo, l'introduzione del RdE può ingenerare circoli virtuosi dal punto di vista della coesione sociale, della produttività e delle entrate fiscali provinciali che in parte possono concorrere al suo stesso autofinanziamento.
- La necessità di finanziare, comunque, una parte del RdE, pur introdotto per via graduale, comporta l'attivazione di innovazioni fiscali e finanziarie, che siano in grado di reperire risorse adeguate. Ciò può avvenire tramite interventi fiscali diretti, atti a favorire una redistribuzione del reddito intervenendo sui cespiti di ricchezza maggiormente presenti nel territorio e che, a causa di un sistema fiscale ancora modellato sul paradigma del capitalismo industriale-fordista, oggi di fatto sono esclusi in parte o totalmente da qualsiasi intervento di tassazione. Si tratta - si badi bene - non di un aumento della pressione fiscale, ma piuttosto di una redistribuzione del carico fiscale. Oppure può avvenire tramite forme di finanziamento esterno, grazie all'emissione di titoli pubblici appositi in grado di incanalare liquidità e il risparmio verso lo scopo del sostentamento di una misura di cui beneficerebbero tutti i residenti.
Nel paragrafo 1 definiremo l'ammontare di risorse necessarie per il RdE nella Provincia di Milano. Nel paragrafo 2, stimiamo le risorse recuperabili che verrebbero sostituite dal RdE. Nel paragrafo 3, discuteremo di possibili innovazioni finanziarie e fiscali, per poi tirare le conclusioni nel paragrafo 4.
1. La spesa necessaria al RdE
La provincia milanese è una tra le province più popolose d' Italia: seconda solo a Roma, essa conta nel 2005 3 milioni e 721.428 persone residenti. Come è stato ampiamente spiegato[6] il RdE è un reddito individuale, universale ed incondizionato. Per queste sue caratteristiche esso non dovrebbe escludere nessuno, neanche i neonati. In Italia, tuttavia, la capacità giuridica (e dunque di essere titolare di diritti) si acquisisce solo al compimento del 18o anno di età: pertanto ci limitiamo, per semplicità, a supporre che il RdE venga erogato ad ogni individuo maggiorenne residente nella Provincia di Milano (a prescindere dalla sua nazionalità[7]). Nel 2005, le persone maggiorenni residenti nella Provincia di Milano erano 3 milioni e 152.004; se ipotizziamo un reddito almeno al di sopra della soglia di povertà relativa, ovvero all' incirca 550 euro al mese[8], la cifra necessaria a finanziare per 12 mesi il RdE è pari a 20 miliardi e 803.226.400 di euro.
Come si vede, non s'intende entrare nel merito della discussione di quanto deve essere l'ammontare del RdE. Esso viene fissato - in questo esercizio - al livello della soglia di povertà relativa individuale. Al riguardo, esiste una notevole letteratura, che è possibile dividere in due linee di tendenza. La prima, che definiamo compatibilista, analizza gli effetti dell'introduzione di un reddito minimo su produzione e occupazione, finanziato con ricorso alla tassazione, e comunque non universale ma condizionato dal livello di reddito esistente e mostra come tale politica sia compatibile con il sistema economico se il livello di reddito garantito è inferiore alla soglia di povertà relativa[9]. La seconda, che definiamo incompatibilista, vede nella proposta di reddito di esistenza non solo lo strumento più consono alla redistribuzione di una ricchezza frutto della cooperazione sociale che eccede l'orario di lavoro certificato e remunerato secondo le regole della contrattazione sindacale, ma anche il punto di scontro e di conflitto sociale nella definizione del suo livello, che deve comunque essere superiore alla soglia della povertà relativa[10]. Da questo punto di vista, la fissazione del reddito d'esistenza nella sua componente monetaria riporta alla mente la discussione degli anni '70 sull'ipotesi di incrementi salariali superiori alla dinamica della produttività.
Come prima ricordato, in questa sede ci asteniamo dall'entrare nel merito della questione e, in modo salomonico, fissiamo il livello di reddito d'esistenza ad un valore pari alla soglia di povertà relativa, pur essendo favorevoli da un punto di vista politico e teorico ad un suo innalzamento che vada oltre ai 550 Euro sanciti dall'Istat.
2a. Una stima delle risorse recuperabili: la procedura utilizzata
Calcolata la spesa necessaria, occorre individuare quali interventi potrebbero essere sostituiti da una forma di reddito quale il RdE. La legge quadro n. 328/2000 per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali a livello regionale introduce uno strumento dal quale è possibile rilevare l' entità della "spesa sociale" che i comuni effettuano annualmente. L' articolo 19 stabilisce che:
"i comuni associati...provvedono....per gli interventi sociali e socio-sanitari, secondo le indicazioni del piano regionale,... a definire il piano di zona, che individua:
a) gli obiettivi strategici e le priorità di intervento nonché gli strumenti e i mezzi per la relativa realizzazione;
b) le modalità organizzative dei servizi, le risorse finanziare, strutturali e professionali,.....".
Annualmente ogni comune invia all'Asl e quindi alla Regione alcune schede appositamente predisposte volte a consentire le funzioni di verifica dell'attuazione a livello territoriale, a disciplinare gli interventi stessi e a monitorare come evolvono i bisogni della popolazione.
Tali schede suddividono la spesa sociale per aree d' intervento: anziani, disabili, minori-famiglia, immigrazione, emarginazione-dipendenze, salute mentale, servizi socio-sanitari. Ogni area poi permette di distinguere la tipologia d' intervento (assistenza economica generica, trasporto, assistenza domiciliare, centri diurni per anziani....) nonché i canali di finanziamento a copertura dei costi. Questo ultimo aspetto ci permette di cogliere, non solo la parte di spesa sostenuta dal comune e integrata, per determinati servizi, dall'utenza, ma anche di capire se il comune ha avuto accesso a fondi particolari quali il Fondo Sociale Regionale o il Fondo Nazionale Politiche Sociali. Le schede di valutazione del piano di zona risultano dunque uno strumento di indagine completo e approfondito. Tuttavia, la loro introduzione risale al 1998 e la prima vera attuazione fa riferimento al triennio 2002-2004. Come ogni "nuova" procedura necessita di un certo periodo per essere applicata con la dovuta accuratezza.
Al di là di tali limiti, le schede di valutazione dei Piani di Zona sono comunque sufficienti a fornirci una valutazione approssimativa di quelle che sono le risorse impiegate dai comuni a favore delle varie comunità locali.
Per conoscere quante risorse il complesso della provincia di Milano investe in interventi a sostegno del reddito e che, in quanto tali, possono essere sostituiti dal RdE, non era possibile valutare le schede di ogni singolo comune (dato che la Provincia ne ha ben 189): è stata perciò effettuata una stima.
Per individuare il campione di riferimento, la popolazione (i 189 comuni appunto) è stata ordinata secondo il numero di abitanti: sebbene, infatti, non si possa affermare che l'entità della spesa sociale è proporzionale al numero di abitanti e quindi alla grandezza del comune, è tuttavia ragionevole ritenere che comuni con dimensioni simili abbiano spese per abitante non troppo differenti.
I comuni sono stati quindi divisi in classi di grandezza a seconda del numero di abitanti: fino a 5.000, da 5.000 a 10.000, da 10.000 a 25.000 e da 25.000 in poi. Per ogni categoria sono poi stati selezionati tramite procedura di campionamento casuale sei comuni. Di questi 24 comuni contattati però, non tutti sono stati disponibili a fornire i dati[11]: nel complesso sono state esaminate le schede di valutazione dei Piani di Zona di 17 comuni (compreso quello di Milano), per una popolazione complessiva di 1 milione e 611.473 persone ovvero il 51% degli abitanti di tutta la Provincia. Come si può notare dalla Tab. 1, la percentuale scende se si considera il numero di abitanti "intervistati" per categoria: la percentuale più alta (22%) si riferisce alla classe di grandezza che raccoglie il maggior numero di abitanti.
Tab.1 Quota di popolazione analizzata per la stima dei Piani di Zona
|
|
fino a 5000 (M3) |
da 5000 a 10000 (M2) |
da 10000 a 25000 (M1) |
da 25000 in poi |
|
N. comuni |
56 |
56 |
48 |
23 |
|
N. abitanti |
180.416 |
422.323 |
835.409 |
2.283.240 |
|
Comuni contattati |
6 |
6 |
6 |
6 |
|
Comuni esaminati |
4 |
4 |
4 |
5 |
|
% abitanti per categoria |
3,3 |
5,9 |
3,1 |
22,2 |
Fonte: elaborazione tratta da A. Tarquinio, "La proposta di Reddito di Cittadinanza e struttura del welfare italiano", Tesi di Laurea, Università L. Bocconi, giugno 2004, dattiloscritto.
Le schede sono state dunque studiate al fine di rilevare la risorse stanziate dai Comuni per interventi che possono essere sostituti del RdE. Una volta ottenuta la spesa pro capite dei singoli comuni è stata calcolata la spesa media pro capite all'interno di ogni classe di grandezza. Calcolata la media pro capite per ogni classe di grandezza il valore è stato moltiplicato per il numero di abitanti (di ogni categoria) ottenendo così una stima delle risorse stanziate complessivamente da tutta la provincia di Milano.
2b. Il trend della spesa sociale in Lombardia e nella Provincia di Milano
Prima di presentare i risultati ottenuti, analizziamo quale è l' andamento della spesa sociale negli ultimi anni.
Fig. 1.: dinamica della spesa sociale dei comuni lombardi: 2000-2004
Fonte: rapporto sul monitoraggio dei Piani di Zona 2005
Il grafico mostra la spesa sociale di tutti i comuni lombardi dal 2000 al 2004: è evidente come dal 2002 al 2004 il tasso di crescita della spesa si è ridotto notevolmente fino a quasi fermarsi. Anche i comuni della Provincia di Milano presentano la stessa situazione (vedi Tab. 2). Tale contrazione di spesa trova le sue motivazioni in una mancato adeguamento del Fondo Nazionale Politiche Sociali (FNPS) ed in una più generale sottodotazione degli Enti Locali.
Tab. 2: Spesa sociale (in euro) dei Comuni della Provincia di Milano in distretti
|
ASL |
2000 cons. |
2001 cons. |
2002 cons. |
2003 cons. |
2004 cons. |
|
MI Città |
183.739.615,86
|
199.124.265,92 |
199.783.925,20 |
197.152.892,80 |
195.664.365,57
|
|
MI 1 |
52.086.029,21 |
51.293.730,26
|
56.546.313,83 |
59.045.877,14 |
63.016.078,70
|
|
MI 2 |
31.369.721,43 |
36.831.039,59 |
38.070.337,72
|
38.261.080,55 |
38.188.905,30 |
|
MI 3 |
68.754.802,61
|
81.406.402,45
|
88.915.168,61
|
90.825.667,11
|
89.536.303,01
|
|
Totale |
335.950.169,1
|
368.655.438,2
|
383.315.745,4
|
385.285.518,6
|
386.405.653,6
|
Nota: M1 rappresenta i comuni con popolazione tra 10000 e 25000; M2, quelli con popolazione tra 5000 e 10000, M3 i comuni fino a 5000 abitanti
Fonte: rapporto sul monitoraggio dei Piani di Zona 2005
Per quanto riguarda il primo aspetto, il governo Berlusconi si era fatto promotore di una politica economica che non ha evitato provvedimenti inefficaci nel lungo periodo (manovre una tantum quali cartolarizzazioni di beni immobiliari) e tagli azzardati quali la riduzione di fondi per gli enti locali. Proprio a questo riguardo è doveroso osservare come la quota di risorse del Fondo Nazionale Politiche Sociali (FNPS) destinate ai Comuni sia rimasta invariata negli ultimi tre anni. Come si può vedere nella tabella 3 dal 2002 al 2004, la quota destinata ai Comuni si è arrestata a circa 45 milioni di euro, mentre un notevole incremento riguarda l'Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale. Tale dinamica evidenzia in modo molto chiaro come in Italia le politiche sociali siano in realtà finanziate dall'Inps, ovvero dall'Istituto previdenziale, che si basa sui contributi sociali pagati dai lavoratori e dai datori di lavoro. La non separazione tra spesa sociale contributiva e assistenziale ha come effetto che ciò che dovrebbe essere per definizioine a carico della fiscalità generale (assistenza) sia in realtà a carico dell'Inps, che eroga servizi su base contributiva. Al riguardo, è comunque importante che proprio nella recente manovra economica del governo Prodi varata a giugno 2006 (la cd. "manovrina" di circa 7 miliardi di Euro di correzione del bilancio pubblico) , si stato promulgato un aumento delle risorse finanziarie per il Fondo Nazionale delle Politiche Sociali.
Tab.3: Ripartizione del Fondo Nazionale Politiche Sociali (valori in euro)
|
|
2002 |
2003 |
2004 |
|
Istituto Nazionale Previdenza Sociale |
487.535.313 |
678.279.253 |
808.630.000 |
|
Somme destinate alle regioni autonome |
771.461.269 |
896.823.876 |
1.000.000.000 |
|
Somme destinate ai Comuni |
44.466.939 |
44.466.939 |
44.466.939 |
|
altre Amministrazioni dello Stato |
30.651.717 |
|
|
|
Dipartim. per le Politiche Sociali e prev. |
288.773.961 |
96.985.863 |
|
|
Somme per le politiche antidroga |
|
|
14.000.000 |
|
Somme Min. lavoro per interventi sociali |
|
|
17.250.001 |
|
TOTALE |
1.622.889.199 |
1.716.555.931 |
1.884.346.940 |
Fonte Ministero del Lavoro e Politiche Sociali
La sottodotazione dei Comuni non riguarda esclusivamente i Fondi per le politiche sociali ma comprende la generalità dei trasferimenti statali verso gli Enti Locali[12]. Questa situazione trae le sue origini in un lungo percorso che vede affiancarsi ed inseguirsi due processi: da una parte il trasferimento di importanti funzioni agli organi di governo municipale e dall'altra la costruzione di una nuova autonomia tributaria locale.
Tab. 2: Trasferimenti verso i Comuni nel bilancio consuntivo dello Stato (milioni di euro)
|
|
2000 |
Var. 2000/01 |
2001 |
Vari. 2001/02 |
2002 |
Vari. 2002/03 |
2003 |
|
Finanziamemento Bilanci Enti locali (netto inflazione) |
12.430 |
20,62% |
14.993 |
-4,59% |
14.305 |
-2,49% |
13.949 |
Fonte: Consiglio Nazionale dell' Economia e del Lavoro (CNEL)
Si è evidenziato come la spesa sociale complessiva dei Comuni della Provincia di Milano sia diminuita (al netto dell' inflazione) negli ultimi tre anni. La non omogeneità dei dati non ci consente però di delineare un profilo temporale di quali siano i servizi che hanno subito una riduzione dei fondi. Da una parte infatti non tutti comuni avevano a disposizione i dati per l'intero triennio considerato (2002-2004); d'altra parte può succedere che il sostegno economico fornito dal Comune sia determinato da una particolare situazione che si verifica, ad esempio, nel 2003 ma non negli anni successivi. Se poi l' entità del sostegno è rilevante ne risulta che la spesa complessiva è molto differente, anche a distanza di soli due anni. Per fare un esempio pratico il comune di Opera ha erogato nel 2002 7.213 euro per sostenere canoni di locazione ed utenze domestiche di tre cittadini bisognosi. L'anno successivo, nell'ambito della stessa area d'intervento (emarginazione sociale, povertà e dipendenze), il Comune ha corrisposto, per lo stesso motivo, ben 245.153 euro a sostegno di circa cento cittadini. Risulta evidente come il verificarsi di un bisogno così diffuso determina un punto di discontinuità nel trend della "spesa". Per tenere conto di tali eventi, senza rinunciare ad una stima di quante risorse possano essere recuperate per finanziare il RdE, è stata fatta una media della spesa sociale fatta nell'arco dei tre anni da ogni singolo Comune.
Dividendo tale cifra per il numero di abitanti del comune, e seguendo la procedura illustrata al paragrafo 2a, è stata ottenuta la spesa complessiva erogata dai Comuni della Provincia di Milano (che può confluire nel fondo per il RdE). La cifra corrisponde a circa 246 milioni di euro, mentre la cifra necessaria a finanziare per 12 mesi il RdE è pari a 20 miliardi e 803.226.400 di euro. La sproporzione è evidente ma le risorse considerate non sono le uniche.
In primo luogo, è necessario elencare i servizi erogati dai Comuni che sono stati considerati rimpiazzabili dal RdE. Come abbiamo già accennato la struttura delle schede del Piano di Zona divide i vari interventi in più aree: Anziani, Disabili, Minori e Famiglia, Immigrazione, Emarginazione sociale, Salute mentale e Servizi socio-sanitari. Escludendo a priori le aree della Salute mentale e dei Disabili, soggetti per i quali le attuali forme di tutela risulterebbero invariate, sono state considerate, per le restanti aree: l'assistenza economica generica, i canoni di locazione e le utenze domestiche, le spese per il trasporto, i buoni[13] e i voucher[14] (sociali), i soggiorni di vacanza, le residenze sanitario assistenziali ed una quota dei servizi di assistenza domiciliare (al 50%). Sono stati invece esclusi dal conteggio le spese per iniziative sperimentali, i contributi ad Enti e Associazioni del terzo settore, i fondi per i centri di aggregazione giovanile, le risorse per le adozioni e gli affidi familiari, i servizi di accoglienza agli immigrati.
Va inoltre precisato che le risorse che risultano dai piani di zona sono comprensive delle risorse comunali, di quelle di altri Enti Locali (Provincia e Regione) ma anche del Fondo Nazionale Politiche Sociali. Restano però escluse le "risorse statali" gestite ed erogate dall' INPS (disoccupazione, assegni al nucleo familiare, maternità, assegno sociale, integrazione al minimo). Le risorse recuperabili da alcuni di tali schemi a sostegno del reddito sono riassunti nella tabella n 5.
Tab. 3: Spese Inps per la provincia di Milano anno 2004
Assegni al nucleo familiare |
210.090.532 |
|
Trattamenti di Integrazione Salariale |
22.958.263 |
|
Trattamenti di disoccupazione |
46.591.553 |
|
Maternità |
153.026.995 |
|
TOTALE |
432.667.343 |
|
CIG ordinaria e non |
139.023.308 |
Fonte: Inps
La proposta di introdurre un RdE, che viene finanziato dalla fiscalità generale e non tramite i contributi sociali, va a sostituire tutte le forme di assistenza diretta al reddito compreso i sussidi di disoccupazioni e altre forme di ammortizzatori sociali, al netto delle quote di reddito da lavoro differito (quali previdenza e liquidazione), che fanno parte della remunerazione dell'attività di lavoro. Pur se il dibattito è aperto, riteniamo che anche la cassa integrazione (ordinaria e non) debba essere sostituita dal RdE. Tuttavia, lasciamo aperta la questione; è per questo che nella Tab. 3 (e nelle seguenti), calcoliamo le spese Inps a sostegno dei redditi distinguendo sempre le cifre al netto e al lordo della spesa per la cassa integrazione.
Sommando la "quota Inps" e quella stimata dai Piani di zona risultano nel complesso risorse pari a poco più di 800 milioni di euro (vedi Tab. 4), pari al 4% dei 20 miliardi e rotti di Euro necessari per distribuire 550 Euro al mese a tutti i residenti maggiorenni in un anno.
.
Tab. 4: Spese sociali complessive della provincia di Milano anno 2004
Spese sociali finanziate dal FNPS e da Enti Locali |
246.000.000 |
Spese Inps di natura contributiva |
432.667.343 |
|
TOTALE |
678.667.343 |
|
CIG ordinaria e non |
139.023.308 |
|
TOTALE COMPLESSIVO |
817.690.651 |
3. Adeguamento del sistema fiscale
Le risorse recuperabili non sono sufficienti a finanziare in toto il RdE, tuttavia l'introduzione del RdE prevede un adeguamento del sistema di imposte al sistema produttivo e non esclude a priori un aumento temporaneo della pressione fiscale.
Per garantire un reddito a tutti, è sì necessaria una rilevante quantità di risorse, ma è anche vero che buona parte di questa ricchezza verrà reintrodotta nel sistema economico. Pur considerando che una parte di tale ricchezza si trasformerà in risparmio (cosa discutibile data la minor propensione marginale al risparmio dei ceti medi e poveri) e un'altra parte verrà assorbita dalle importazioni, la restante parte (la più consistente) andrà ad alimentare la domanda di beni, aumentando la produzione, i profitti (possibilmente anche i salari) e dunque le entrate per l'ente pubblico.
Possiamo allora simulare quali sarebbero le nuove entrate derivanti da una modifica del sistema (locale) di imposte, supponendo dato il vincolo di bilancio della Provincia di Milano, ovvero senza produrre, per il momento, alcuna forma di indebitamento. Le imposte considerate non fanno capo ad un solo Ente, nostra intenzione è infatti quella di simulare un aumento delle imposte distribuendo il carico fiscale sugli agenti economici e sulle attività produttive. In particolare sono state considerate tre imposte: un' imposta che colpisce i redditi delle persone fisiche (Ire)[15], una che colpisce le attività produttive (Irap) ed infine un' imposta che colpisce le proprietà immobiliari (Ici). Il principio è stato lo stesso messo a punto molti anni fa dal governo Giolitti nel primo dopoguerra: la progressività delle imposte in base alla capacità contributiva. Analizziamo singolarmente ogni imposta.
3.1. L'addizionale IRE
Nel percorso di autonomia finanziaria regionale in atto da più di una decina di anni, il decreto legislativo del 28 settembre 1998 introduce la possibilità per i comuni di introdurre, a partire dal 1999, un'addizionale all'Imposta sul Reddito (Ire). L'imposta tassa i redditi delle persone fisiche da qualsiasi cespite essi provengano (lavoro dipendente, autonomo, capitali finanziari...). L'aliquota comunale non può eccedere il tetto massimo di 0,5 punti percentuali, con un incremento annuo non superiore a 0,2 punti percentuali. La scelta di introdurre l'imposta è tuttavia facoltativa e
ipotizziamo che applicare tale imposta (dove inapplicata) o aumentare l'aliquota sono operazioni che non richiedono costi aggiuntivi (studi di fattibilità, spese amministrative e di personale).
Procediamo ad analizzare le modalità in base alle quali è stato stimato il gettito derivante dall'introduzione dell'addizionale Ire in tutti i Comuni della Provincia di Milano con un aliquota pari allo 0,4 % (non dunque il massimo consentito).
Il Ministero dell'Economia e delle Finanze fornisce i dati relativi alla base imponibile Ire per ogni Comune d'Italia relativamente all' anno 2000. Per rivalutare tale cifra al 2005 ci si è serviti dell' incremento del Valore Aggiunto[16] dal 2000 al 2005. La base imponibile Ire di tutti i Comuni della Provincia di Milano è stata dunque rivalutata al 8% e ad essa è stata applicata l'aliquota dello 0,4%. Il risultato di tale intervento comporta un aumento del gettito fiscale pari a 273,33 milioni di Euro a livello provinciale[17].
3.2. L' Imposta Comunale sugli Immobili
L'imposta comunale sugli immobili viene istituita nel 1992 e costituisce la prima imposta la cui gestione è stata interamente attribuita ai Comuni. Questa imposta riguarda i proprietari di fabbricati, aree fabbricabili e terreni agricoli e ad ognuna di queste categorie viene tassata in maniera differente. Attualmente l'imposta si calcola applicando l'aliquota[18] fissata dal Comune alla base imponibile.
Sonno possibile due tipi di interventi:
1. Il primo riguarda una nuova procedura per il calcolo della base imponibile, che è correlata al valore della rendita catastale dell'immobile. Tale intervento è stato prospettato anche dal neo-governo Prodi, al fine di adeguare la base imponibile al reale valore di mercato degli immobili. La proposta contenuta nel programma dell'Unione, tuttavia, è di provvedere ad una rivalutazione omogenea degli immobili, senza però tener conto della destinazione d'uso degli stessi. Ciò che invece vogliamo qui considerare è il valore produttivo della localizzazione dell'immobile se la sua destinazione d'uso ha a che fare con la produzione di valore di scambio e non solo di valore d'uso (semplice abitazione del proprietario).
2. Il secondo tipo di intervento riguarda la determinazione dell'aliquota, che oggi si presenta come unica e per quanto riguarda la Provincia di Milano pari allo 0,5% (5 per mille).
Per quanto riguarda il punto 1), ovvero la base imponibile, allo stato attuale delle cose, per le aree fabbricabili la base imponibile è costituita dal valore venale in commercio; per i terreni agricoli è il reddito dominicale rivalutato del 25% moltiplicato per 75; per i fabbricati invece la base imponibile viene ottenuta moltiplicando la rendita catastale, rivalutata del 5%, per un coefficiente stabilito in base all'appartenenza al gruppo catastale.
I gruppi catastali sono cinque:
Tab. 5: Gruppi catastali principali
|
gruppo A |
abitazioni |
|
gruppo B |
luoghi pubblici: collegi, scuole, biblioteche... |
|
gruppo C |
laboratori , magazzini, stalle.... |
|
gruppo D |
fabbricati adibiti ad attività commerciali: banche, fabbriche, cinema, alberghi... |
|
gruppo E |
cimiteri, chiese, stazioni, porti.... |
I gruppi catastali A,B,C vengono moltiplicati per un coefficiente pari a 100, il gruppo D e la categoria A10 (uffici e studi privati) per 50, la categoria C1 (negozi e botteghe) per 34. Come si può notare il criterio che sottostà all'attribuzione dei coefficienti, privilegia le attività commerciali e quelle "artigianali" a scapito dell'uso abitativo degli immobili. La nostra simulazione prevede un capovolgimento di tale criterio chiedendo un maggior contributo a coloro che dall'uso dell'immobile ne traggono un profitto. La ragione sta nella constatazione che il territorio e la sua composizione sociale e produttiva è una risorsa produttiva strategica e la localizzazione di un'attività produttiva è fondamentale nella possibilità di sfruttare le economie esterne positive che derivano dall'esistenza di relazione, capitale umano, sinergie ed economie di scopo e di apprendimento. Ciò vale soprattutto per la sottocategoria A10 (uffici e studi privati), il cui valore catastale è direttamente correlato con il posizionamento urbano e metropolitano[19], ma vale anche per la categoria D, un tempo costituita da negozi commerciali al dettaglio e da botteghe, oggi composta per lo più da catene e centri commerciali, di sevizi alberghieri o di catering. Il processo di terziarizzazione degli ultimi decenni ha completamente modificato la struttura dei servizi, oggi sempre più caratterizzati da servizi alle imprese e da lavoro autonomo di seconda generazione e sempre meno da servizi al consumo.
In secondo luogo, si propone di distinguere, all'interno del gruppo catastale A, le "case di lusso" dalle abitazioni civili e popolari. In realtà, la modifica dei criteri impositivi dovrebbe basarsi sulla capacità contributiva del cittadino, tuttavia la mancanza di dati ci obbliga a fare una distinzione in base alla tipologia di immobile.
I dati a disposizione sono: il gettito ottenuto nel 2005, il numero di bollettini pagati ed infine il numero di immobili distinti per categoria e gruppo catastale relativamente al 1996. Una volta calcolato l'importo medio per bollettino, da questo ultimo è stata ricostruita la rendita catastale media, alla quale sono poi state applicate le rivalutazioni e i coefficienti da noi elaborati per ottenere il nuovo gettito complessivo. Nella figura in basso è rappresentata la nuova procedura per il calcolo dell' imposta per i Fabbricati.
Tab. 6: Il calcolo della Base Imponibile per i Fabbricati
Vecchia Procedura |
Nuova Procedura proposta |
|
BI= Rendita catastale* (*) 1,05 (*) coefficiente X
|
BI= Rendita catastale* (*) 1,15 (*) coefficiente Y |
|
X = 100 per gruppi catastali A,B,C |
Y = 100 per gruppi A,B,C |
|
|
Y = 150 per categorie A1, A7e A9 (abitazioni signorili, villini e palazzi storici) |
|
X = 50 per gruppo D e categoria A10 (uffici privati) |
Y = 125 per gruppo D e categoria A10 |
|
X = 34 per categoria C1 (negozi e botteghe) |
Y = 50 per categoria C1 |
La prima differenza tra la vecchia e la nuova procedura consiste nel tasso di rivalutazione: a partire dal 1997 si è deciso di rivalutare la rendita catastale del 5%. Tuttavia tale valore non ha alcun riferimento reale, pertanto alla rendita catastale è stato applicato un tasso di rivalutazione del 25% che corrisponde al rendimento totale medio degli immobili[20] nella Città di Milano dal 1998 al 2004. Al riguardo è interessante notare che per il Comune di Milano nel periodo 2000-2004, il prezzo medio degli immobili è aumentato di circa il 27%[21], mentre il gettito pro-capite dell'Ici versata all'agenzia delle entrate è aumentata in termini nominali del solo 5%[22] All' interno del gruppo catastale delle abitazioni (A) sono poi stati distinte le abitazioni signorili, i villini e i palazzi storici sottoponendoli ad un coefficiente di 150. Infine anche i coefficienti del gruppo D/A10 e della categoria C1 sono stati aumentati, fino a 100 per le banche e le imprese e fino a 50 per i negozi e le botteghe. Sulla base di queste considerazioni, il gettito aggiuntivo viene stimato pari a 423,6 milioni di Euro
Per quanto riguarda, invece, l'intervento sulle aliquote Ici, la proposta riguarda l'introduzione di criteri di progressività a seconda della destinazione d'uso degli immobili. Un simile intervento ha come target non tanto il valore patrimoniale (aspetto già preso in considerazione con la rivalutazione della rendita catastale), ma piuttosto il flusso di reddito che la proprietà dell'immobile può ottenere a secondo dell'uso che ne viene fatto. Da questo punto di vista, una possibile proposta riguarderebbe la distinzione tra case di proprietà per uso personale (valore d'uso dell'immobile), locazioni, seconde case, studi professionali, fabbricati ed edifici pubblici. Per le case di uso privato e edifici pubblici, l'Ici rimane quella attuale (5 per mille), per le case in affitto o seconde case, l'aliquota può aumentare all'8 per mille, per le case sfitte, gli studi professionali, attività commerciali e fabbricati, al 10 per mille. Secondo i calcoli dell'Agenzia delle entrate, il gettito Ici del solo Comune di Milano, ammonta a 396,4 milioni nel 2005. La stima a livello provinciale è di circa 770 milioni. Non è possibile calcolare in modo preciso quanto una variazione in senso progressivo delle aliquote Ici possa incidere sul gettito complessivo, in quanto non si dispongono di dati attendibili sugli appartamenti in affitto o sfitti. Tenendo conto che circa il 40% degli immobili sono destinasti ad uso non abitativo personale, possiamo stimare un incremento del gettito intorno al 20%, per un ammontare pari a 140 milioni di Euro.
Ne consegue che le due modifiche sull'Ici potrebbero consentire insieme al reperimento di 566,6 milioni di Euro
3.3. L' Imposta Regionale sulle Attività Produttive (Irap)
L'Irap è un' imposta di competenza esclusiva della Regione ma è stata presa in considerazione in quanto, essendo l'unica imposta che tassa effettivamente il Valore Aggiunto[23], può ritenersi lo strumento ideale per spostare il peso fiscale su quei settori che sono maggiormente produttivi. Attualmente le aliquote Irap in Lombardia sono del 5,25% per le banche, gli enti finanziari e le imprese di assicurazione e del 3,25% per le agenzie di viaggio ed i tour operator. Nel 2001, l' Irer (Istituto Regionale di Ricerca della Lombardia) ha effettuato uno studio in cui veniva simulato un aumento di un punto percentuale dell'aliquota Irap, limitatamente ad alcuni settori. I settori selezionati sono quelli che presentano la percentuale più elevata di base imponibile importata: estrazione minerali, raffinerie petrolifere, produzione e distribuzione di energia, alberghi e ristoranti, Trasporti magazzinaggio e comunicazioni e ovviamente Intermediazione monetaria e finanziaria. Secondo tale ricerca il recupero di gettito stimato per l'intera Regione Lombardia ammontava, per l' anno 2002, a 405 milioni di euro. Gran parte del maggior onere, circa l'86%, grava sulle società di capitali, in particolare quelle operanti nel settore dell'intermediazione monetaria e finanziaria (43% del maggior gettito) e dei trasporti, magazzinaggio e comunicazioni (per il 24% del maggior gettito). Considerando che il 46% delle imprese lombarde sono localizzate nella Provincia di Milano, il gettito stimato è pari a circa 190 milioni di Euro.
3.4. Il gettito complessivo
Siamo ora in grado di calcolare il gettito complessivo derivante dalle riforme fiscali proposte, riguardo l'addizionale Irpef, l'Ici e l'Irap. Esso è pari a 1.029,9 milioni di Euro, in particolare 273,3 milioni dall' Ire, 566,6 milioni derivano dall' Ici e 190 milioni dall' Irap. A questa somma dobbiamo aggiungere le spese sociali che l'introduzione del RdE va a sostituire. La tab. 7 riassume il lavoro fin qui svolto.
Tab. 7. Il complesso delle risorse recuperabili
e relative fonti (mln di euro)
|
Comuni |
246,0 |
|
Inps |
432,6 |
|
Addizionale. Ire |
273,3 |
|
Irap |
190,0 |
|
ICI |
566,6 |
|
Totale |
2.708,5 |
|
Cig ordinaria e non |
139,0 |
|
Totale |
2.847,5 |
La cifra risultante è pari a quasi tre miliardi di euro, una cifra considerevole, ma comunque insufficiente a garantire la distribuzione di un RdE di 550 Euro a tutti i residenti maggiorenni della provincia milanese.
4. Conclusioni preliminari
Al fine di comprendere come un intervento di riordino e maggior giustizia fiscale consenta di recuperare risorse finanziari ingenti da devolvere per azioni di politica sociale, presentiamo in sede di conclusione, alcuni scenari possibili per il loro utilizzo.
Nella Tab. 8 abbiamo rappresentato 9 possibili scenari, incrociando differenti valori di due variabili: il tipo di fruitori del RdE e il livello del RdE.
Per quanto riguarda i fruitori del RdE sono stati considerati tre categorie:
A. i residenti maggiorenni, come finora abbiamo fatto;
B. i residenti che vivono al di sotto della soglia di povertà, pari nel 2004, a circa 521.000 persone (il 16,5% dei residenti), a prescindere dalla loro situazione lavorativa[24];
C. i residenti disoccupati pari a 78.500 persone[25].
Riguardo al livello di RdE, abbiamo ipotizzato tre possibili livelli: livello 1 pari a 350 Euro, livello 2, a 450 Euro e livello 3 a 550 Euro.
Tab. 8: I possibili scenari (valori in Euro)
|
|
SCENARIO A (maggiorenni) |
SCENARIO B (poveri) |
SCENARIO C ("disoccupati") |
|||
|
n. fruitori |
3.152.004 |
521.000 |
78.500 |
|||
|
Reddito 1 (350€) |
13.238.416.800 |
2.188.199.664 |
329.700.000 |
|||
|
Reddito 2 (450€) |
17.020.821.600 |
2.813.399.568 |
423.900.000 |
|||
|
Reddito 3 (550€) |
20.803.226.400 |
3.438.599.472 |
518.100.000 |
|||
|
Risorse da reperire |
1A |
10.390.916.800 |
1B |
-659.300.336 |
1C |
-2.517.800.000 |
|
Risorse da reperire |
2A |
14.173.321.600 |
2B |
-34.100.442 |
2C |
-2.423.600.000 |
|
Risorse da reperire |
3A |
17.955.726.400 |
3B |
591.099.472 |
3C |
-2.329.400.000 |
La tab. 8 ci permette di tirare alcune osservazioni conclusive:
1. Se si volesse erogare un sussidio di 550 Euro mensili a tutti i/le disoccupati/e, non esiste alcun vincolo di bilancio che lo possa impedire, se non quelli posti a livello costituzionale di pari trattamento sociale a livello nazionale.
2. Anche considerando i residenti "poveri", cioè coloro che sono al di sotto della soglia di povertà, sono reperibili e già per buona parte disponibili le risorse per garantire un integrazione al reddito sino ai 550 Euro mensili.
3. Diversa è, invece, il contesto finanziario per un RdE vero e proprio. Le risorse recuperabili senza intaccare il saldo del bilancio provinciale risultano di gran lunga insufficienti.
Ne consegue che una politica di redistribuzione sociale volta esclusivamente a ridurre il fenomeno della povertà e a garantire reddito stabile per i disoccupati è del tutto compatibile con l'odierna situazione contabile e produttiva Viene così confermata che la linea dei compatibilisti, favorevoli all'instaurazione di un reddito minimo vitale non universale, ma solo per coloro che si trovano in situazione di indigenza. Allo stato attuale delle cose, nonostante i vincoli posti dal patto di stabilità europeo sui conti nazionali e, conseguentemente, su quelli locali, il ripristino di una politica di welfare di stampo keynesiana-fordista è quindi possibile, nonostante lo scetticismo imperante.
Ma, noi chiediamo di più. Proprio perché riteniamo che oggi il processo di accumulazione del capitalismo cognitivo è in grado di creare ricchezza che sfugge sempre più ad una misurazione quantitativa e quindi fuoriesce dagli attuali meccanismi regolativi della distribuzione del reddito, non sono più sufficiente politiche sociali finalizzate alla pura assistenza. Si tratta invece di ridistribuire ciò che è stato già realizzato sotto forma di profitto e rendita mobile e immobile. Da questo punto di vista, è necessario sempre più rompere quei vincoli di compatibilità economica che favoriscono il processo di espropriazione della cooperazione sociale e del general intellect a vantaggio di pochi privati.
Un primo passo in tal senso è rappresentato dalle proposte di riforma fiscale volte ad aumentare la progressività delle aliquote anche sui flussi di reddito che provengono dai profitti e dalle rendite di localizzazione che sfruttano i beni comuni del territorio, a partire dall'ambiente, dalla conoscenza e dalla proprietà intellettuale. Oltre a irrobustire la progressività della tassazione sui redditi, diventa sempre più ineludibile un intervento fiscale che abbia come target lo sfruttamento dell'ambiente (es. carbon tax), la speculazione finanziaria (Tobin Tax) e lo sviluppo dei diritti di proprietà intellettuale (tassa sui copyright). L'implementazione di questi interventi fiscali richiede tuttavia un livello di coordinamento a livello sopranazionale, all'interno dello spazio pubblico europeo, che è ancora lungi dall'avvenire. Un primo e semplice passo in avanti potrebbe essere costituito dall'obbligo di sottoscrizione parziale per le attività produttive che più sfruttano le esternalità positive del territorio della provincia di Milano (proprietà immobiliari, servizi tecnologici avanzati, gestione e assicurazione finanziaria, ecc.) di titoli emessi dagli enti locali, come base per la costituzione progressiva di un fondo municipale per il RdE.
Da qualche anno a questa parte[26], infatti, sono molti gli Enti Locali che hanno emesso obbligazioni per finanziare le loro attività, da ultima la grande emissione (1 miliardo di dollari) della Regione Lombardia sul mercato Statunitense. Solo nel 2004 il mercato obbligazionario degli Enti Locali ha visto ben 4,2 miliardi di euro di nuove emissioni. Gli spread di questi titoli, cioè gli interessi sopra i tassi base, sono un po' più bassi rispetto a quelli dei corporate bond, in cambio danno una maggiore sicurezza. Se è vero che l' indebitamento degli Enti Locali rappresenta un rischio per l'importanza che l'equilibrio finanziario di tali istituzioni ha sulla vita dei cittadini, è anche vero che in Italia come nella maggior parte dei Paesi europei esistono dei vincoli all'indebitamento degli Enti Locali[27]. L' emissione dei BOL (buoni ordinari locali) potrebbe dunque rappresentare lo strumento in grado di reperire i fondi necessari ad istituire il RdE. Tuttavia il ricorso all'indebitamento degli Enti Locali sui mercati internazionali meriterebbe studi approfonditi. I rischi infatti sono tanti: è pur vero che essendo i titoli trasferibili l'ente locale avrà tutto l' interesse a gestire in maniera efficiente le proprie risorse, ma chi garantisce che pur di avere i conti in regola la Provincia o la Regione non risparmino sui servizi? La questione rimane aperta e può rappresentare un argomento per future ricerche..
Inoltre, la riforma fiscale simulata pone le aliquote delle imposte al di sotto dei tetti massimi consentiti, ma una società più equa richiede una tassazione fortemente progressiva. In particolare, la giustificazione di una maggiore progressività delle imposte risiede nel fatto che in una società post-fordista non vi è più nesso tra salario e produttività. E se non esiste più questo legame, è doverosa una nuova ridistribuzione del prodotto sociale. Una tassazione fortemente progressiva è dunque necessaria: essa non solo rappresenta la materializzazione di un concetto di giustizia, ma consentirebbe a tutti di essere produttivi in un senso nuovo. Ma non si tratta solo di proporre una maggior progressività delle aliquote. Ciò che deve essere riconosciuto è che la base imponibile per il recupero delle risorse destinate alla remunerazione del general intellect tramite il RdE è costituita sempre più dalle variabili che oggi definiscono la struttura dei beni comuni che stanno alla base del processo di accumulazione cognitiva: ovvero, territorio, reti, apprendimento, proprietà intellettuale, mobilità sociale e cerebrale. Da questo punto di vista, il RdE è un potente antidoto non contro la trappola della povertà ma piuttosto contro la trappola dell'ignoranza, contropotere sociale alla subalternità e all'asservimento dei cervelli:
"emancipate yourselves from mental slavery
no-one but ourselves can free our mind"[28]
[1] Al riguardo, si rimanda al dibattito sviluppatosi su Il Manifesto nel periodo giugno-luglio 2006, in specifico gli articoli di G. Vertova (4 giugno) e di D. Sacchetto e M. Tomba (17 giugno), R. Bellofiore e J. Halevi (7 luglio).
[2] Per approfondimenti, cfr. C. Vercellone (a cura di), Capitalismo cognitivo, Manifestolibri, Roma, 2006. Nell'ambito della discussione segnalata nella nota 1, cfr. l'articolo di A. Fumagalli e S. Lucarelli (10 giugno) e di C. Morini (30 giugno).
[3] Sul tema, si rimanda ai numerosi articoli apparsi anche su Posse (ad esempio, C. Vercellone, "Mutazione del concetto di lavoro produttivo e nuove forme di redistribuzione", in Posse. Movimenti costituenti., Manifestolibri, Roma, Novembre 2003, pp. 84-106 o A. Fumagalli, "Misure contro la precarietà esistenziale e distribuzione sociale del reddito", in Posse. Nuovi animali politici, Manifestolibri, maggio 2004, pp. 28-43).
[4] Cfr. A. Fumagalli, "Reddito di esistenza regione per ragione", in Posse. La rappresentanza impossibile, Manifestolibri, Roma, aprile 2006, pp.151-164.
[5] Per un'analisi dei provvedimenti esistenti in materia, si rimanda a A. Fumagalli, "Reddito di esistenza regione per regione", op.cit. e a A. Fumagalli (a cura di), "Reddito di esistenza e sua applicazione in Italia", Rapporto n. 3, Or-Win, Osservatorio sulle politiche sociali in Friuli Venezia Gulia e Slovenia, marzo 2006, disponibile in internet sul sito: www.orwin.it.
[6] Cfr. A. Fumagalli "Misure contro la precarietà esistenziale e distribuzione sociale del reddito", op. cit.
[7] In questo modo, vengono conteggiati anche i residenti migranti, purché dotati di permesso di soggiorno.
[8] Fonte Istat, 2005.
[9] Numerosi sono gli studi al riguardo sul piano internazionale. Per un esempio, si rimanda a A. B. Atkinson , Public Economics in Action. The Basic Income/flat Tax Proposal, Clarendon Press, Oxford, 1995; S. Bowles, "Is Income Security Possible in a Capitalistic Society? An Agency-Theoretic Analysis of an Unconditional Income Grant", in European Journal of Political Economy, vol. 8, 1992, pp. 557-578,; L. Groot, H. Peeters, "A Model of Conditional and Unconditional Social Security in an Efficiency Wage Economy: The Economic Sustainability of a Basic Income", in Journal of Post-Keynesian Economics, n. 19, 1997, pp. 573-597; S. Kesenne, The Unemployment Impact of a Basic Income, Report 93/286, 1993. Per uno studio riferito all'Itala, cfr. M. Serati, "Reddito di Cittadinanza: Un'opportunità o una Trappola Insidiosa per l'Occupazione? Una Verifica Empirica per il Caso Italiano" in Lunghini, G. Silva, F. Targetti-Lenti, R. (a cura), Politiche pubbliche per il lavoro, Il Mulino, Bologna, 1999, pp. 129-154.
[10] Cfr. A. Fumagalli, "Dodici tesi sul reddito di cittadinanza" in A. Fumagalli, M. Lazzarato (a cura di), Tute bianche. Disoccupazione di massa e reddito di cittadinanza, DeriveApprodi, Roma, 2000, pp. 7-33; cfr. A. Fumagalli, S. Lucarelli, "Basic Income Sustainability and Productivity Growth in cognitive capitalism: a first theoretical framework", presentato alla Conferenza Internazionale "Immarerial Labour, Moltitudes and New Social Subject: Class Composition in Cognitive Capitalism", King's College, Cambridge (UK), 28-30 aprile 2006.
[11] I dati sono stati raccolti da A. Tarquinio, che ringrazio, e utilizzati nel suo lavoro di tesi di laurea.
[12] Vedi tabella n 4 per la situazione relativa ai Comuni
[13] Il buono è un titolo per mezzo del quale si riconosce e sostiene, prioritariamente, l'impegno diretto dei caregiver familiari o appartenenti alle reti di solidarietà nell'accudire in maniera continuativa un proprio congiunto in condizione di fragilità
[14] Il voucher è un titolo per mezzo del quale è possibile acquistare pacchetti di prestazioni sociali erogate da parte di caregiver professionali (es. assistenza domiciliare, pasti a domicilio, servizi di lavanderia ecc).
[15] L'Ire ha sostituito l'Irpef durante il governo Berlusconi, all'indomani della Legge Finanziaria del 2004.
[16] A prezzi correnti e al lordo dei Servizi di Intermediazione Finanziaria
[17] Sui dati relativi all'incremento del Valore Aggiunto della Provincia, cfr. Provincia Di Milano, Osservatorio Congiunturale e Osservatorio sul Mercato del Lavoro, Milano, aprile 2006.
[18] L'aliquota non può superare il tetto massimo dello 0,7%
[19] E' facile immaginare come il posizionamento geografico di uno studio legale o finanziario possa incidere sul giro d'affari a seconda se opera in una realtà metropolitana o meno o se è più o meno vicino al Palazzo di giustizia o alla Borsa valori.
[20] Abitazioni, uffici, negozi
[21] Dati dell' Osservatorio del Mercato Immobiliare (OMI). Secondo l'indagine di Nomisma, Bologna, sui dati OMI, presentata a luglio 2006, l'attesa flessione dei prezzi nel 2005 e 2006 non si è verificata. Tuttavia l'incremento del 3-3,5% annuo del parco immobili, soprattutto di natura commerciale, dovrebbe portare ad una riduzione della crescita dei prezzi.
[22] Dati Ministero delle Finanze, Agenzia delle Entrrate.
[23] L'Iva grava sui consumi e sulle importazioni che direttamente e indirettamente entrano nei consumi, l'Irap grava su consumi, investimenti, esportazioni a cui vanno sottratte le importazioni. La base imponibile dell' Irap può essere calcolata come somma dei redditi dei fattori di produzione o come sottrazione del valore dei beni intermedi (e degli ammortamenti) dal valore della produzione (e delle scorte).
[24] Il numero di poveri è stato calcolato facendo riferimento ad una definizione di povertà relativa. La soglia di povertà (846 euro per una famiglia di due persone) è quella stabilita da una ricerca dell'Università Bicocca di Milano condotta da David Benassi nel 2004.
[25] Sono definiti disoccupati coloro che, presentandosi ai Centri dell'Impiego, vengono definiti persone in cerca di occupazione.
[26] I bond degli Enti Locali sono comparsi per la prima volta sul mercato nel 1996
[27] nella maggioranza dei casi sono posti limiti, sia nella forma di legami con l'equilibrio di bilancio nel lungo periodo, sia nella forma di tetti massimi per l'onere annuale del debito in rapporto a parametri rappresentativi dell'effettiva capacità di rimborso dell'ente (Italia, Spagna, Portogallo, Danimarca)
[28] Bob Marley, Redemption Song.



